Soldi stanziati per la montagna: meglio “piuttosto” che “niente”?

[Una veduta della media Valtellina, con il Disgrazia sullo sfondo. Foto di Marco Forno su Unsplash.]
Nei giorni scorsi la Regione Piemonte ha stanziato 9,2 milioni di Euro per finanziare «la realizzazione delle “green communities”, ovvero le comunità locali che si coordinano per valorizzare in modo equilibrato le risorse principali di cui dispongono (acqua, boschi e paesaggio) e aprire un nuovo rapporto sussidiario e di scambio con le comunità urbane e metropolitane». Invece la Regione Lombardia ne ha stanziati 5,6 milioni, di Euro, «per l’ottimizzazione della gestione della risorsa idrica nei territori montani, per la realizzazione, il ripristino e la manutenzione straordinaria di piccoli bacini e di sistemi di raccolta e stoccaggio delle acque, nonché dei relativi sistemi di adduzione e distribuzione».

Sono due dei più recenti stanziamenti pubblici rivolti a soggetti pubblici e privati di montagna dei quali si è potuto leggere sugli organi di informazione. Al netto delle tifoserie politiche, si può pensare che siano tanti soldi o che siano pochissimi, oppure si può concludere alla maniera di quel noto motteggio milanese (ma presente anche in altri dialetti), «Piutost che nigot, l’è mej piutost» cioè piuttosto che niente è meglio piuttosto. Bisogna accontentarsi di quel che c’è, insomma.

Tuttavia, al riguardo, è sempre bene contestualizzare le cose, dando loro un peso più obiettivo: ad esempio, considerando che, a costi aggiornati all’anno corrente, la costruzione di una seggiovia 6 posti ad ammorsamento automatico richiede intorno ai 10 milioni di Euro – e non è ovviamente l’impianto di risalita più costoso. Ovvero, l’intero stanziamento piemontese o lombardo destinato a tutti i soggetti potenziali del rispettivo territorio regionale, per le importanti finalità indicate, non basta a coprire il costo della realizzazione di un solo impianti di risalita per scopi sciistici e turistici.

Capirete bene che, a prescindere dall’essere favorevoli o meno alla costruzione di impianti del genere e considerando gli stanziamenti al riguardo di cui si legge spesso sulla stampa, siamo di fronte a una sproporzione evidente nella ripartizione delle risorse destinate alla montagna, sia dal punto di vista meramente finanziario e sia nell’ottica delle finalità di spesa e dei conseguenti benefici generati a favore delle comunità residenti.

A questo punto tocca porsi un’ennesima “domanda spontanea”: siamo proprio sicuri che il “piuttosto” sia veramente meglio del “niente”? O forse c’è il rischio che, a furia di accontentarsi più o meno forzatamente del “piuttosto”, la montagna col tempo sia stata condannata ad un costante stato di precarietà che alla fine di concreto non porta niente (o quasi) ma risulta funzionale a certi soggetti ai quali non conviene che tale situazione possa cambiare?

Qualcuno potrebbe obiettare che, d’altro canto, le risorse a disposizione sono quelle che sono, in un paese finanziariamente debole come l’Italia. Ma se così fosse: embè? Non sarebbe questa una motivazione ulteriore per riequilibrare la proporzione dei finanziamenti nell’ottica di un ben maggiore e migliore spettro di benefici concreti e condivisi a favore dei territori montani? Vi pare logico che per ottimizzare la gestione dell’acqua, tema quanto mai attuale e vitale in prospettiva presente e futura, si possa spendere la metà dei soldi necessari per costruire una sovente meno utile e proficua seggiovia?

Per me no, ecco.

Di amministratori giostrai e di turisti arlecchini, in montagna

Agli occhi delle amministrazioni alpine, il turista è afflitto da una sostanziale cecità che gli impedisce di emozionarsi osservando, di sentirsi appagato grazie alla contemplazione. Il turista, animale da parco giochi, rifiuta qualsiasi iniziativa esterna alle traiettorie ludiche. Al turista non interessano le specificità culturali, se non quando le trova sul piatto, nelle tovaglie a quadretti biancorossi e nei rivestimenti degli edifici che devono essere rigorosamente in legno. Così gli si offre una cultura costruita a tavolino e mondata di tutte le impurità che potrebbero ferire la sua indole schizzinosa.
Il turista ha il portafogli gonfio, ma il cervello sottile. È un serbatoio di banconote da sfruttare fino all’ultima goccia; fino all’ultimo centesimo. Attorno a questa convinzione le aree di maggior richiamo si stanno rapidamente trasformando, spesso in modo irrimediabile.
Popolo dei turisti ribellati, strappati di dosso l’abito arlecchinesco di cui, per anni, hai fatto sfoggio. Non sono necessarie azioni eclatanti, non serve alzare la voce: è tuttavia importante ricalibrare i propri comportamenti, prendendo le distanze da quelle iniziative che sciupano l’ambiente e chi lo abita.
Popolo degli amministratori svegliati, perché l’insensibilità non è mai stata il denominatore comune dei turisti e se continui così i flussi migreranno in quelle valli che hanno saputo pianificare l’offerta senza prostituirsi.

Questi sono alcuni brani di un ottimo (al solito) post di Pietro Lacasella pubblicato l’8 luglio scorso su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” e intitolato Popolo dei turisti: ribellati!, con i cui contenuti mi trovo assolutamente d’accordo: vi invito a leggerlo nella sua interezza (e meditarlo) cliccando qui.

Alle preziose considerazioni di Pietro vi affianco una mia riflessione, inevitabilmente amara. Anch’io propugno con forza la ribellione del popolo dei turisti dall’immagine macchiettistica e grottesca funzionale ai tornaconti di quegli amministratori che, per malizia o per incompetenza, perseguono “strategie” turistiche massificanti e degradanti: è una ribellione che peraltro vedo già in corso, perché sono sempre di più i frequentatori delle località turistiche, di montagna in primis, i quali si rendono conto che in quelle strategie turistiche e nelle Disneyland alpine a cui mirano, c’è qualcosa (o c’è tanto) che non quadra, che non va bene, quando già non scelgono consapevolmente di evitare certe località-luna park ove l’esperienza della frequentazione del paesaggio di montagna viene terribilmente svilita.

Molto meno credo nella possibile “sveglia” degli amministratori pubblici, invece: salvo pochi casi, mi sembra evidente che tanti di essi si ritrovano ad avere tra le mani le redini gestionali dei loro territori proprio in quanto essi stessi primi “orgogliosi” rappresentanti – mi verrebbe da dire primi “prodotti” – dell’incultura politica dalla quale scaturiscono le suddette strategie così degradanti e della miopia che non fa vedere loro come la realtà stia invece cambiando, per l’appunto, come le persone siano sempre meno interessate, meno attratte da certe fruizioni turistiche obiettivamente vacue, futili, stupide, alle quali invece gli amministratori in questione le vorrebbero costringere, cercando invece una relazione meno mediata e più autentica con la Natura e il paesaggio, anche in un contesto ricreativo e vacanziero.

Poi, certo, resta comunque una parte di massa turistica che invece l’abito arlecchinesco citato da Pietro Lacasella lo indossa orgogliosamente, purtroppo (anche se non sa nemmeno il perché):

Come notate qui sopra ne denuncia la sussistenza, di questi turisti mal-educati alla montagna (sarcasticamente definiti da qualcuno merenderos), la Valle Maira, territorio turistico ma non turistificato che dichiara apertamente, anche così, di puntare a una diversa frequentazione della valle, a un visitatore che sappia dove si trova, che conservi la curiosità di conoscere cosa ha intorno e capisca il valore autentico dei luoghi montani che sta visitando.

Nei confronti dei primi, invece, sinceramente non so nemmeno se convenga perdere troppo tempo e consumare altrettanto impegno per riabilitarli a una più consapevole frequentazione dei luoghi montani: ho seri dubbi che mai lo capiranno cosa sia veramente, la montagna. Coloro i quali non manifestino una determinata volontà di andare oltre la mera fruizione turistica arlecchinesca o disneylandesca, è bene che in un modo o nell’altro siano allontanati definitivamente, dai monti. Tanto troveranno di che ugualmente sollazzarsi in qualsiasi bel centro commerciale, outlet village o altro simile non luogo, ne sono certo.

21 e 22 luglio, “Sentieri d’autore ai piedi del Cervino | Paesaggi elettrici”

Venerdì 21 e sabato 22 luglio prossimi avrò l’onore e il gran piacere di partecipare alla nuova edizione di Sentieri d’Autore ai Piedi del Cervino, la due giorni organizzata dall’Officina Culturale Alpes con la collaborazione e il patrocinio del Comune di Valtournenche che ormai da un decennio rappresentato un appuntamento culturale fisso e alquanto apprezzato ai piedi del «più nobile scoglio d’Europa» per come sappia narrare in modi sempre originali e illuminanti lo straordinario paesaggio della valle e ciò che contiene.

L’edizione di quest’anno si occuperà dei Paesaggi Idroelettrici della Valtournenche, tema al quale è naturalmente legato a triplo filo il mio recente libro Il miracolo delle dighe: ma, al solito, il tema sarà sviscerato e approfondito in maniera fascinosamente multimediale, anzi, multisensoriale.

Venerdì 21 luglio, alle ore 18 nel cuore della architettonicamente mirabile centrale idroelettrica di Maën-Cignana, sarò con Luciano Bolzoni e Roberto Mantovani, accompagnati dalla chitarra di Francesco Garolfi, per raccontare con un talk a più voci musicato la storia della relazione emblematica tra gli uomini e le montagne a seguito della costruzione delle grandi dighe, delle centrali nelle valli alpine e delle conseguenze successive alla loro edificazione, che ha profondamente modificato i luoghi, i paesaggi e le sorti dei territori interessati. Per tale evento bisogna ringraziare CVA, l’azienda elettrica valdostana, che ha reso possibile l’evento aprendo in via eccezionale la centrale.

Sabato 22 luglio, dalle ore 10, sarò invece in cammino da Plan Maison verso la diga del Goillet, che sovrasta l’abitato di Breuil-Cervinia, con Roberto Mantovani: insieme accompagneremo i partecipanti lungo il sentiero che conduce al muraglione della diga, con vista a 360 gradi dello spettacolare panorama della conca del Breuil dominata dalla presenza imponente e ieratica della Gran Becca, “la” montagna per eccellenza, riflettendo sul paesaggio e sul senso della presenza delle opere antropiche come le dighe nei contesti d’alta montagna. Quali impressioni e quale impronta genera una diga sul paesaggio montano? Cosa ha significato la loro costruzione per la relazione che formuliamo con i monti? Perché un’opera sovente ciclopica e ambientalmente impattante suscita invece tanto fascino? Cosa ci racconta, delle montagne e di noi che le abitiamo o frequentiamo?

Insomma: saranno due appuntamenti di grande fascino, qualcosa di veramente fuori dall’ordinario. Dunque segnatevi le date – comunque nei prossimi giorni vi darò ulteriori informazioni al riguardo – e, se sarete in Valtournenche o vi andrà di salirci, non mancate!

Per qualsiasi altra informazione sugli eventi, potete consultare il sito dell’Officina Culturale Alpes oppure scrivere a info@alpes.org.

“Il Dolomiti” e l’Everest

Ringrazio di nuovo la redazione de “Il Dolomiti” e il direttore Luca Pianesi per aver concesso considerazione e spazio alle mie impressioni formulate qualche giorno fa riguardo la deriva consumistica – si può definire così – che sempre più sta corrompendo il turismo d’alta quota e high cost (cioè l’opposto del low cost) himalayano, col quale basta pagare una cifrona di dollari non solo per essere trasportati (letteralmente, quasi) sulla vetta dell’Everest ma per avere servizi da hôtellerie di lusso al campo base della montagna, a 5000 m di quota. Una follia sempre più degradante che dovrebbe essere regolata se non drasticamente limitata, prima che lo faccia da par suo qualche grande tragedia ambientale e umana.

D’altro canto, come alcuni hanno giustamente commentato a seguito dell’articolo, quello che sta avvenendo sugli ottomila himalayani non è che il risultato, portato sotto molti aspetti all’estremo, del modello di turistificazione delle alte quote già ben rodato sulle Alpi da almeno due secoli e, ovviamente, soprattutto negli ultimi decenni. In fondo, al netto dei rischi oggettivi, l’unica differenza tra l’immagine della coda di alpinisti sulla cresta sommitale dell’Everest, visibile nell’articolo de “Il Dolomiti”, e quella diffusa qualche giorno fa sulla stampa e in rete (la vedete qui sotto) che ha mostrato la coda di alpinisti in salita verso il Breithorn, uno dei quattromila più semplici delle Alpi anche perché 300 metri sotto la vetta, sul Klein Matterhorn/Piccolo Cervino, ci arrivano le funivie da Zermatt e Cervinia, è il costo dell’ascesa. Il prodotto turistico in vendita è lo stesso, cambia solo la scala altitudinale con ciò che ne consegue – oltre al prezzo, appunto.

[Immagine tratta da repubblica.it.]
Dunque, prima di indignarci – comprensibilmente e necessariamente – per quanto sta accadendo in Himalaya, avremmo potuto e forse dovuto farlo nel momento in cui la frequentazione turistica delle Alpi si è fatta sempre più industriale e commerciale e sempre meno attenta ai luoghi e all’ambiente. Almeno mezzo secolo fa, in pratica. Ma non è mai troppo tardi per risensibilizzarci in tal senso, sia a 8000 che a 4000 metri di quota e anche più a valle, dove certe situazioni di consumismo turistico alpestre si stanno facendo anche peggiori e più sconcertanti. Con l’augurio che non compaiano panchine giganti o altre simili “amenità” turistiche pure sulle seraccate del Khumbu in bella vista della vetta dell’Everest!

Per leggere l’articolo su “Il Dolomiti”, cliccate sull’immagine in testa al post.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): Les Deux Alpes

[Il ghiacciaio di Mont-de-Lans a Les Deux Alpes negli anni in cui era ancora in salute, con l’area sciabile estiva. Immagine tratta da https://jam.it.]
Durante la scorsa estate 2022 la combinazione di scarse nevicate invernali/primaverili e temperature estive parecchio elevate – due fenomeni conseguenti al cambiamento climatico in corso – aveva reso la situazione dei ghiacciai alpini drammatica come non mai. Per questo avevo dedicato, qui sul blog, alcuni articoli a questa realtà alpina in divenire intitolati “C’era una volta lo sci estivo” con l’intento di proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

In calce a questo post trovate gli articoli del 2022 e i relativi ghiacciai sui quali avevo scritto.

Anche l’inverno 2022/2023 è stato avaro di neve, ma una primavera particolarmente piovosa e nevosa alle alte quote aveva concesso ai ghiacciai alpini un apparente sollievo. Purtroppo l’estate in corso si sta caratterizzando, nuovamente, inesorabilmente, come caldissima – martedì 4 luglio è stato il giorno più caldo mai registrato a livello globale: come al solito i ghiacciai alpini sono i primi a soffrirne le conseguenze, essendo per giunta quella delle Alpi una regione che si scaldando ancora più della media mondiale. Per tutto ciò devo tristemente riprendere la serie di articoli “C’era una volta lo sci estivo”: il fine non è di muovere una critica alla presenza perdurante di infrastrutture sciistiche sui ghiacciai (questa semmai viene da sé) ma di registrare la trasformazione radicale e alienante di alcuni paesaggi di montagna che non potremo più vivere – e non vedremo più – come li abbiamo vissuti e visti fono a solo pochi anni fa: una metamorfosi così profonda che non può non far riflettere, e non solo dal punto di vista climatico.

Riprendo la serie con il ghiacciaio Mont-de-Lans, meglio conosciuto come il ghiacciaio di Les Deux Alpes, nella regione Alvernia-Rodano-Alpi, una delle stazioni sciistiche francesi più note in assoluto. Famoso per essere stato il più grande ghiacciaio sciabile d’Europa, regolarmente aperto per l’intera estate grazie all’altitudine elevata (gli impianti giungono a quasi 3600 m), è stato di contro tra i primi a subire pesantemente gli effetti del cambiamento climatico, anche in forza della sua esposizione a ovest, costringendo i gestori del comprensorio a chiudere la stagione sciistica estiva sempre prima. Se lo scorso anno, così nivologicamente problematico, gli impianti chiusero il 10 luglio, quest’anno, nonostante le nevicate primaverili, hanno già chiuso domenica scorsa 9 luglio. Non solo: la definizione «sci estivo» è scomparsa dalla comunicazione pubblicitaria della stazione, che ora si riferisce solo allo «sci primaverile» aperto in via prioritaria ai professionisti.

Nell’immagine in testa al post vedete il ghiacciaio quando era in salute; cliccando sull’immagine qui sotto lo potete vedere com’era in un video del 1981:

Qui sotto nell’agosto 2009 e nel luglio 2015, ancora relativamente ben messo (fonte qui e qui):

Qui sotto invece è il 2019, con la situazione che nel giro di pochi anni si presenta già drammatica (fonte qui):

Infine due immagini di lunedì 10 luglio scorso, intorno alle ore 17, dalle webcam del sito della località, la prima a 3200 m e la seconda a 3400 m:

Per molti versi è una dichiarazione di resa definitiva, di “addio” di Les Deux Alpes all’epoca dello sci estivo e dunque, ineluttabilmente, al suo grande e rinomato ghiacciaio, destinato a rimanere tale solo nei ricordi dei meno giovani.

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):