Sulla questione del taglio dei boschi in montagna (anche a Morterone, sul Resegone)

Nei giorni scorsi numerosi amici mi hanno scritto per segnalarmi i lavori di taglio del bosco in corso sul versante di Morterone del Resegone, anche attraverso immagini fotografiche le quali hanno scatenato un gran dibattito soprattutto sui social, ricco soprattutto di espressioni di biasimo per quei lavori forestali (immagini che in parte vedete lì sopra, prese dalla pagina Facebook del Rifugio Azzoni, autore del mirabile/famigerato post ironico che ha scatenato tutto quanto). Probabilmente la vicenda a molti è ormai nota dunque ora non la riassumerò di nuovo (chi invece non ne fosse a conoscenza trova parole al riguardi qui e qui), e ringrazio molto della considerazione quegli amici che me ne hanno dato notizia. Non avendo personalmente constatato lo stato di fatto, sul Resegone, ho chiesto a amici ben titolati – funzionari Ersaf, professionisti dei lavori forestali, tecnici della comunità montana competente – qualche prezioso chiarimento al riguardo per capire meglio la situazione e a mia volta ringrazio loro per avermeli forniti. Tuttavia, non avendo al momento ancora visitato la zona e aver visto con i miei occhi, vorrei qui esprimere alcune considerazioni di carattere generale che però ben si adattano anche al caso specifico di Morterone.

Innanzi tutto, la coltivazione del bosco – risorsa naturale che si rinnova costantemente, seppur in tempi medio-lunghi – è un’attività che fin da quando l’uomo ha abitato stanzialmente le montagne viene praticata, un tempo ben più di oggi vista la maggiore importanza del legno per la vita dei montanari. Le valenze di natura umanistico-culturale del bosco (e della montagna in genere) si sono sviluppate e diffuse in tempi più recenti mentre secoli addietro erano prerogativa delle più antiche religioni europee; oggi il bosco è considerato non solo un elemento estetico fondamentale per l’elaborazione della “bellezza” del territorio montano e della relazione con il suo paesaggio ma pure un fattore turistico sovente importante – con i rischi che ciò comporta, in primis di una considerazione del bosco più superficiale che approfondita, ma è comprensibile. La crescente sensibilità ambientale verso la Natura acuisce – fortunatamente – l’attenzione diffusa verso il bosco, facendo più sensibile anche lo sguardo dei frequentatori in caso di modifiche visibili al suo aspetto naturale, come ad esempio in occasione di lavori forestali – a prescindere che siano ben fatti o mal eseguiti. Così, uno squarcio nel bosco dovuto al taglio di alberi è recepito di primo acchito dalla sensibilità comune come una cosa brutta e dunque “sbagliata”: ciò avviene soprattutto in montagna, territorio di particolare pregio estetico e delicatezza ambientale nel quale tuttavia, bisogna rimarcarlo, il bosco è da decenni in avanzamento costante. Nello specifico del territorio regionale lombardo, l’81% del bosco è situato nelle aree montane, il 12% nella fascia collinare e il 7% in pianura: è dunque nelle zone più antropizzate che ci sarebbe bisogno di maggiori superfici boscate e invece qui i boschi diminuiscono sempre di più, distrutti dall’incessante consumo di suolo, mentre sui monti i boschi aumentano appunto. Questo naturalmente non giustifica eventuali interventi malfatti dal punto di vista forestale, ecosistemico e paesaggistico, ma può aiutare a contestualizzare meglio la questione generale; d’altro canto l’avanzamento del bosco in aree montane non è sempre una cosa positiva, soprattutto nelle zone abitate e manutenute per secoli dall’uomo e poi abbandonate.

Posto tutto questo, mi pare che il caso di Morterone entri nel solco di altri episodi simili nei quali, anche più che la mera conformità dei lavori eseguiti e la loro legittimità amministrativa, si evidenzia un modus operandi politico piuttosto nebuloso riguardo il quale, probabilmente, sarebbero da indirizzare i biasimi pubblici. Voglio dire: i lavori sul Resegone sono stati regolarmente autorizzati, insistono su terreni privati e non sul demanio di competenza Ersaf e vengono eseguiti per commercio del legname, dunque nulla che, piaccia o meno, possa essere contestato e che appaia fuori dall’ordinario, formalmente. Semmai si potrebbero opporre osservazioni sulle valutazioni d’impatto estetico di tali lavori, analizzando il valore paesaggistico dello specifico luogo in questione e l’importanza della presenza boschiva per l’elaborazione culturale del territorio, peraltro abitualmente frequentato dagli escursionisti, non certo sperso in una zona disabitata e lontana dalla vista. Ciò per elaborare un più attento protocollo a tutela dell’aspetto del paesaggio locale evitando così la realizzazione di grandi “buchi” nel tappeto forestale che inevitabilmente destano disapprovazioni in chiunque se li trova davanti agli occhi. È qualcosa che già si considera, questo? Se sì, è forse da sviluppare meglio al fine di migliorare conseguentemente i lavori forestali in relazione al paesaggio locale? C’è anche una mancanza di dialogo tra le istituzioni politiche alle quali fanno capo i lavori e il pubblico che frequenta la zona il quale ne è così sensibile? Lavori del genere, visivamente impattanti, forse vengono troppo spesso imposti al paesaggio senza averne data prima un’adeguata informazione? O magari lo si fa apposta proprio per non sollevare anticipatamente critiche che potrebbero ritardare quando non bloccare i lavori?

Questione pista forestale, ora: a mio parere anche più delicata di quello del taglio del bosco. Tali piste sono necessarie per eseguire lavori forestali ben fatti e, poi, per mantenere costante la coltivazione del bosco, questo è indubbio. D’altro canto è altrettanto evidente che spesso vengano eseguite senza troppa cura per il territorio e per quanto già di etno-antropico – ma armonico – esso presenta, ad esempio sentieri ormai storici quando non mulattiere secolari. Inoltre tali piste, appunto fatte in economia e dunque quasi mai dotate di quelle opere atte a non innescare problematiche idrogeologiche (canaline di scolo dell’acqua, bordature di contenimento, muri di sostegno a monte e a valle), abbisognano di una continua manutenzione soprattutto in questi anni di cambiamenti climatici e relativi fenomeni meteorologici sovente estremi: bastano pochi nubifragi per rendere una pista in origine ben livellata una specie di letto torrentizio dal fondo estremamente sconnesso. Senza contare poi la necessità tanto di un divieto di transito a estranei quanto del conseguente controllo: presente quasi sempre il primo ma regolarmente assente il secondo. Ecco dunque che tali piste diventano in breve tempo piste di downhill o peggio tracciati di enduro, il che le devasta in modi ancora più gravi e irreparabili. Per giunta, se qualcuno più o meno lecitamente comincia a passare, finisce che ci passano tutti.

Ho saputo che la pista di Morterone era nata come provvisoria (dunque con l’obbligo di rinaturalizzazione del terreno a fine lavori forestali) ma è stata resa definitiva da un apposito provvedimento della Comunità Montana della Valsassina, ente competente al riguardo. Perché? Forse è giusto così, forse no e magari ciò acuisce la probabilità di accadimento dei rischi che ho citato poco sopra: ho chiesto lumi al riguardo alla Comunità Montana, la quale al momento non mi ha risposto (ma ci sta, non sono un pubblico ufficiale e nemmeno qualcuno così degno di attenzione anche se una risposta di cortesia potevano quanto meno produrla). C’è un rischio ulteriore peraltro, in presenza di queste piste forestali: dopo qualche anno e senza la necessaria manutenzione si deteriorano inevitabilmente, dunque che si fa? O le si lascia andare alla malora del tutto, così che probabilmente una bella frana prima o poi dissesterà il versante, oppure, già che il tracciato c’è, perché non cementarla o addirittura asfaltarla? E già che ci siamo, perché non prolungarla fino a qualche altro punto del territorio oppure – vista l’attuale proliferazione – in un nuovo e allettante anello turistico per le mtb? Un degrado di diversa forma ma di similare dissestante sostanza.

Insomma, trovare il punto di equilibrio tra convenienze e salvaguardie, tra necessità e conformità ovvero tra uso e tutela di un bene ecosistemico come quello forestale, con tutte le sue valenze e le ricadute materiali e immateriali, non è semplice ma nemmeno così complicato, se si possiedono i corretti strumenti culturali – a supporto delle ovvie competenze tecniche – e si mette in campo la volontà di condividere la gestione politica di un patrimonio fondamentale come i boschi e il paesaggio montano nella sua totalità, elaborata attraverso un progetto di fruizione delle risorse naturali che non sia mirato alle sole convenienze del momento ma sviluppato nel tempo e con precisi target da rispettare. Sono osservazioni che dovrebbero essere ovvie in interventi ambientali come quello di Morterone: mi auguro che sia così. D’altro canto che sorgano cotante vibranti proteste a fronte di lavori forestali in montagna, al netto di quelle fatte tanto per fare e non essere da meno ad altri (frequenti sui social) credo sia un bene: servono per rendere consapevoli i decisori politici che tutto si può fare, formalmente, ma nulla che non sia logico e fatto con buon senso in primis quando si va a toccare un patrimonio che, anche quando insistente su proprietà privata, mantiene la sua prerogativa di paesaggio pubblico, con il quale tutti noi abbiamo una relazione – più o meno consapevole.

In ogni caso conto di salire a breve in zona per constatare di persona i lavori svolti, sperando vivamente che chi li ha giudicati nei modi più negativi si sia sbagliato.

Camminando tra i “Paesaggi elettrici” del Cervino

È stata una due giorni bella e ricca di emozioni quella che ha segnato l’edizione 2023 di “Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino”, svoltasi venerdì e sabato scorsi tra Valtournenche e Cervinia con la consueta perfetta curatela dell’Officina Culturale Alpes, ed è stato un vero grande onore per me esserne parte.

Venerdì un pubblico assolutamente numeroso – oltre le aspettative, devo dirlo – ha ascoltato la chiacchierata tra Roberto Mantovani, Luciano Bolzoni e il sottoscritto intorno al tema della “conquista idroelettrica” dei territori alpini nel corso del Novecento, impreziosita dalla maestria chitarristica di Francesco Garolfi le cui note hanno risuonato tra le capriate della suggestiva centrale di Maën-Cignana. Sabato con Roberto Mantovani e un pubblico necessariamente meno numeroso ma attento e partecipe abbiamo camminato da Plan Maison alla diga del Goillet dissertando nelle varie pause lungo il percorso del mio libro Il miracolo delle dighe e delle trasformazioni del paesaggio montano antropizzato per esigenze industriali o turistiche; come ciliegina sulla torta della giornata l’incontro con i custodi della diga del Goillet, che hanno spiegato al gruppo in cosa consiste il loro particolare lavoro e come si svolge.

Corre l’obbligo di ringraziare chi ha permesso e supportato lo svolgimento degli eventi: il Comune di Valtournenche con la Biblioteca Comunale, il Consorzio Cervino Turismo, il Gruppo CVA che in via eccezionale ha aperto la centrale di Maën-Cignana e ci ha concesso di “disturbare” i custodi del Goillet, a Due Punti Ufficio Stampa che ha curato la promozione oltre all’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Valle d’Aosta che ha accreditato gli eventi. Infine, un grazie e un caloroso saluto va a tutti i partecipanti, che con la loro presenza hanno dato importanza e valore alla rassegna.

Arrivederci alle prossime edizioni!

P.S.: le fotografie relative agli eventi di venerdì e sabato sono di Cristina Busin, Presidente dell’Officina Culturale Alpes, che ringrazio per avermele fornite.

Ci siamo troppo assuefatti al rumore?

Stasera io e Loki saliamo lunga una spalla boscosa per un sentierino dimenticato, forse perché parecchio ribelle, ma che ci fa arrivare rapidamente in una piccola radura che offre un gran panorama verso la pianura. I temporali recenti hanno raffrescato l’aria e lustrato il cielo, la vista si fa ampia e profonda. Tuttavia, nonostante la limpidezza ormai quasi vespertina, qualche ombra ne disturba il godimento pieno… no, non sono nubi, foschie o che altro, ma i rumori della civiltà che giungono dal basso, un indistinto ma costante brusio, il rumore bianco del paesaggio urbanizzato contemporaneo. Risale lungo i monti prossimi al piano come un vento impercettibile a pelle ma udibile e avvertibile nella mente e nell’animo, un Föhn che del “fon” non ha il getto caldo ma ne ha il rumore, distante ma distinto.

Il paesaggio è una dimensione formata da elementi tangibili materiali e immateriali, oltre che da altri intangibili ma altrettanto determinanti – il nostro intelletto che il paesaggio lo elabora, innanzi tutto. Tra gli elementi tangibili ma immateriali il suono è quello principale e più identificante: ogni luogo possiede un proprio peculiare paesaggio sonoro, a volte gradevole e altre meno quando si palesa come vero e proprio rumore. A questo col tempo noi Sapiens iper urbanizzati e tecnologicamente evoluti abbiamo concesso fin troppa assuefazione, temo, perdendo la cognizione del disturbo che arreca alla nostra relazione con il paesaggio. In qualche modo diamo ormai per scontato che il progresso e i vantaggi che ci concede producano rumore, forse a volte lo consideriamo persino qualcosa di positivo, di “vitale” quando invece, mi viene da pensare, un progresso realmente tecnologico e benefico dovrebbe lavorare per limitare i disturbi collaterali (ma nemmeno così tali, in effetti) cagionati.

Di recente, e dopo molti anni che non ci andavo, sono stato a Ponte di Legno, uno degli abitati più belli (al netto di certe solite brutture architettoniche, qui tutto sommato limitate) delle Alpi lombarde, inserito in un territorio di grande bellezza alpestre sorvegliato dai possenti contrafforti settentrionali dell’Adamello, svettanti duemila metri sopra il fondovalle, e ho vagato lungo alcuni itinerari tra la conca dalignese e la Valle delle Messi, che sale verso la sella del Passo di Gavia. Luoghi bellissimi, ribadisco, ma il cui godimento del paesaggio è parecchio rovinato dal rumore del traffico veicolare lungo le frequentatissime direttrici che lo attraversano, la strada del Gavia, appunto e quella del Passo del Tonale. Un rumore di fondo continuo, incessante, con alcuni picchi particolarmente fastidiosi (certe motociclette evidentemente fuggite da un circuito, in particolar modo) che si placa solo verso sera, quando il flusso dei turisti motorizzati si acquieta negli alloggi o ritorna a valle. Un overtourism che genera un “overnoise”, in pratica, un eccesso di rumore in un paesaggio montano il quale invece dovrebbe contraddistinguersi da quelli più urbanizzati per una diminuzione di tali frastuoni da città. Ma al riguardo, certamente, dovremmo essere capaci di percepirli così, di comprenderne il disturbo e di soffrirne il conseguente fastidio. Forse è questo che manca, più che la possibile e necessaria mitigazione del rumore. Forse è più fastidioso o più alienante il silenzio, per alcuni, ormai totalmente assuefatti a questa desolante realtà rumorosa.

Oppure sono io che, vivendo in montagna, risulto troppo sensibile e insofferente al rumore. Come accade ogni volta che mi reco a Milano e, nei primi momenti in cui sono in città, ho l’istinto di tapparmi le orecchie per il fastidio del paesaggio sonoro metropolitano. Traffico tram clacson bus ambulanza vociare scooter musica camion… Fortunatamente, quassù, basta divallare un poco sull’altro versante per fare in modo che la montagna ci protegga dal rumore bianco udibile dove eravamo prima. Concedo a Loki un rinfrescante bagno nel torrente del fondovalle e ce ne torniamo a casa accompagnati dal “rumore” più tipico di questi momenti serali, il frinire dei grilli e delle cicale nei prati, pronti a goderci la quiete della notte che già oscura sempre più il cielo a oriente.

Domani e sabato, nei “Paesaggi elettrici” di Valtournenche e Cervinia

Per saperne di più cliccate qui oppure, per qualsiasi altra informazione sugli eventi, potete consultare il sito dell’Officina Culturale Alpes o scrivere a info@alpesorg.com

Se potete, non mancate: saranno due eventi, e due esperienze, assolutamente particolari!

Se a una diga succedesse ciò che non dovrebbe succedere

[La diga dell’Albigna sovrasta l’alta Val Bregaglia, in Svizzera. Immagine tratta dall’appendice fotografica de Il miracolo delle dighe, autore Schölla Schwarz, CC BY 3.0, fonte originale qui.] 

L’eventualità di rottura di una diga è piuttosto remota, ma non può essere del tutto esclusa. È anche per questo che annualmente vengono portati avanti i test delle sirene. In caso di anomalie a un impianto d’accumulazione, la popolazione viene esortata in primis tramite l’allarme generale ad accendere la radio e a seguire le istruzioni di comportamento diramate dalle autorità.
Quando viene emesso l’allarme acqua (dodici suoni continui e gravi in sequenze di 20 secondi ad intervalli di 10 secondi), invece, non vi è più tempo per informarsi; a questo punto alla popolazione non rimane altro da fare che abbandonare al più presto la zona di pericolo. In linea di principio, il sistema di sorveglianza e d’allarme degli impianti d’accumulazione consente di avvisare la popolazione con sufficiente preavviso, ma in caso di rottura completa e improvvisa il tempo di preallarme è molto breve.

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne racconto, tra molte altre cose, del fascino che buona parte delle persone subisce nei confronti delle dighe, soprattutto quanto durante un’escursione in montagna se ne ritrova davanti una, cercando di spiegarne le motivazioni rapportandole all’immaginario comune riguardo il paesaggio montano  e, appunto, alla nostra relazione con esso. È una fascinazione ambivalente, in effetti: da un lato dettata dalla grandiosità della diga nella grandiosità dell’ambiente naturale entro il quale è inserita, dall’altro dall’impressione un po’ inquieta che il ciclopico muro incute in molti, alla quale si può assommare il timore che il pensiero d’un suo cedimento potrebbe generare, memori noi tutti di alcune grandi tragedie cagionate dalle dighe, Vajont in testa (la cui diga tuttavia non cedette – ma racconto tutto meglio nel libro).

Fatto sta che la possibilità del cedimento di una grande diga, quantunque remota e oltre modo calcolata e prevista dai modelli progettuali e di sicurezza degli impianti, non si può escludere. Come ci si può cautelare, dunque?

[Veduta da nord della Val Bregaglia con nel fondovalle il villaggio di Vicosoprano e, indicata dalla freccia gialla, la diga dell’Albigna, della quale se ne vede una parte. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
L’argomento, sull’onda dei fatti bellici relativi alla distruzione della diga di Nova Kakhovka in Ucraina ad opera dell’esercito russo, è stato trattato di recente da un articolo del canale d’informazione svizzero “Tio.ch” chiedendo il parere di un esperto del settore e richiamando alcuni interessanti documenti della Confederazione Elvetica al riguardo; da tale articolo ho tratto la citazione che avete letto in principio di questo post la cui fonte originaria è l’UFPP – Ufficio Federale della Protezione della Popolazione. Leggendolo mi sono tornati in mente certi ricordi di me bambino per ciò che osservavo a valle della grande diga di Albigna, in Val Bregaglia (Canton Grigioni, Svizzera), quando a bordo dell’auto di mamma e papà si risaliva la strada che da Chiavenna attraverso il Passo del Maloja porta alle piste da sci engadinesi. Quella di Albigna è una delle dighe alpine più impressionanti da ammirare, essendo piazzata sul ciglio di un versante scosceso mille metri sopra il fondovalle, e dai finestrini dell’auto la osservavo ammirato tanto quanto intimorito per tutto il tragitto stradale che ne consente la visione, all’andata e al ritorno, confidando che se ne restasse lì ben ferma e salda e non scivolasse a valle spinta dalla massa d’acqua del grande lago (ben 70 milioni di m3) trattenuto lassù. Tuttavia, prima di arrivare in vista della diga, a nutrire la mia curiosità era la visione, sui tetti dei villaggi posti lungo lo strada della Bregaglia a valle dello sbarramento, di alcuni grandi altoparlanti posti in modo da dominare le case: proprio quelli delle sirene di allarme citate nell’articolo. Peraltro già allora, pur nella mia ingenuità bambinesca, mi chiedevo quanto tempo effettivo, al suono dell’allarme, gli abitanti di quei villaggi potessero avere prima che l’onda d’acqua fuoriuscita dalla diga che avesse tragicamente ceduto spazzasse via ogni cosa. Calcolata sulla mappa, la distanza tra la diga e Vicosoprano, il primo centro abitato di una certa importanza (445 abitanti) a valle è di circa 5 km, il che equivale a un tempo di 3 o 4 minuti, più o meno, prima dell’arrivo dell’onda: in effetti pochissimi per mettersi in salvo fuggendo dal fondovalle per risalirne il più possibile i fianchi al fine di togliersi dal volume d’acqua. L’affermazione che «Il tempo di preallarme è molto breve» citata dall’UFPP svizzero suona parecchio eufemistica.

Ovviamente, l’augurio è che una tale spaventosa evenienza non debba mai (più) essere vissuta e che simili grandi catastrofi – Gleno, Molare, Vajont e Stava, per l’Italia – restino confinate nelle pur tristi cronache storiche a far da ineludibile bagaglio d’esperienza. Anche per ciò la Svizzera è particolarmente diligente nei test d’allarme collettivi per la popolazione: a fronte dei controlli estremamente accurati che ogni grande diga subisce continuamente al fine di prevenire con largo anticipo qualsiasi possibile problematica, l’evento estremo non si può escludere totalmente. Eppure, ribadisco, è anch’esso parte integrante – sorprendente, quasi paradossale – del grande fascino che le dighe suscitano nelle persone che se le ritrovano di fronte. E che, in cuor loro, ne vengono affascinate anche perché a quei grandi, possenti, apparentemente solidi muraglioni affidano più o meno consapevolmente tutta la loro fiducia che tali restino, lì dove sono, fino a che al di là dell’enorme muro vi sarà un altrettanto grande lago, dunque che la loro forza statica sappia sempre ben contrapporsi alla spinta dinamica dell’acqua.

Ma, come detto, ne Il miracolo delle dighe vi racconto in modo ben più articolato e suggestivo questo fascino, cosa comporta per la nostra presenza sulle montagne e come ha influito, e influisce, sulla relazione che ne consegue. Una relazione assolutamente emblematica, appunto, anche per quanto vi ho raccontato in questo articolo.

Per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.