L’inesorabile fine economica dello sci (per fortuna o purtroppo)

Trovarsi davanti notizie come quella a cui si riferisce l’articolo nell’immagine qui sopra è tanto sconfortante quanto inquietante, nonostante sui media di simili se ne trovino sempre più di frequente. Lo è ancor di più oggi, durante i “giorni della merla” cioè quelli tradizionalmente considerati i più freddi dell’anno (la climatologia in realtà dice altro ma un bel freddo dovrebbe comunque esserci, in questo periodo), che invece pure a questo giro di calendario presenteranno temperature ben oltre le medie stagionali. Anche se, obiettivamente, riferirsi a tali valori termici medi ormai è qualcosa che ha sempre meno senso: il riscaldamento termico è talmente repentino che i dati di solo pochi anni fa sembrano appartenere a un’altra era climatica.

Questa situazione rende sempre più necessario e urgente, per l’industria turistica invernale attiva in molte località delle Alpi e dell’Appennino (ma non che negli altri paesi alpini le cose vadano molto meglio, si veda l’immagine lì sotto), l’avvio di quella transizione verso una frequentazione turistica più consona alle mutate condizioni ambientali, le quali chissà quanto ancora evolveranno nei prossimi anni nella tendenza attuale, per la quale i “giorni di ghiaccio” diminuiranno sempre più rendendo parimenti improbabile la possibilità di mantenere aperte le piste da sci sia per assenza di neve naturale, sia per impossibilità di produrre e preservare al suolo quella artificiale.

[La situazione sulla Maielletta martedì 30 gennaio 2024. Immagine tratta da www.majellettawe.it.]
La questione va finalmente analizzata non solo dal punto di vista ambientale, con tutte le sue varie ricadute, ma anche da quello economico – sembra scontato affermarlo, tuttavia alla prova dei fatti non mi pare che lo sia. Molto semplicemente, nei prossimi anni sempre di più lo sci perderà quegli aspetti che nei decenni scorsi lo hanno reso remunerativo, che ora lo rendono “ammissibile” ma in molti casi solo grazie all’immissione di risorse pubbliche, e che domani lo decreteranno del tutto insostenibile – ma è un domani già oggi manifesto in numerose località e che è già storia per centinaia d’altre che negli scorsi anni si sono dovute arrendere all’evidenza dei fatti (249 stazioni chiuse e con impianti dismessi più altre 138 temporaneamente chiuse per difficoltà varie, secondo il rapporto di Legambiente “Neve Diversa 2023”).

Non solo: la natura economica della questione si palesa anche nel continuo e inesorabile aumento dei costi di gestione delle stazioni sciistiche, che inevitabilmente si riverbera sui prezzi degli skipass restringendo anno dopo anno la clientela di sciatori (già da tempo stagnante, peraltro): da più parti si denota come lo sci stia tornando a essere uno sport per benestanti, al punto che in numerose stazioni il rapporto tra prezzi dello skipass, qualità dell’offerta e costi di gestione dei comprensori diventerà critico e le costringerà alla resa, anche a prescindere dagli effetti del cambiamento climatico. In tal senso solo le stazioni più grandi e rinomate avranno la forza di resistere, ma il rischio è che si trasformino in resort di lusso inavvicinabili o quasi da buona parte del pubblico potenzialmente sciante (come ho scritto di recente qui), al quale resteranno solo stazioni poco attrattive e incapaci di affrontare la concorrenza delle prime. Per giunta, proprio in forza di costi di gestione da sostenere, nessun comprensorio può permettersi di perdere anche solo qualche giorno di apertura degli impianti e di conseguenti incassi, nel corso di una stagione sciistica: da ciò deriva l’uso massiccio dell’innevamento artificiale, il quale tanto fa bianche le piste di discesa quanto fa rossi i conti nei bilanci delle stazioni.

[La surreale situazione a Garmisch Partenkirchen, sulle Alpi bavaresi, sabato 27 gennaio durante le gare della Coppa del Mondo di Sci.]
Nel suo complesso è una situazione estremamente triste, la fine di un sistema economico che per più di mezzo secolo ha dato lavoro a molte persone nei territori montani ma che ogni anno di più perde gli elementi che lo rendono plausibile: come un’industria che voglia tenere attivi a pieno regime i suoi macchinari ma non abbia ormai più la materia prima da lavorare. Mantenerla in piena attività non comporta solo uno sperpero di denaro, da qualsiasi fonte esso provenga (ma certamente di più se sia anche pubblico), rappresenta una follia bella e buona. Ma proprio perché quel sistema economico coinvolge pesantemente un territorio con ricadute non solo economiche ma anche sociali e sociologiche, culturali, antropologiche oltre che ambientali mettendo in pericolo l’intera realtà locale, per troppo tempo assoggettata al modello turistico-sciistico il quale ha marginalizzato se non cancellato ogni altra economia del territorio, è ormai improcrastinabile la presa d’atto della realtà delle cose e la più urgente elaborazione, progettazione e attuazione del cambiamento della frequentazione turistica in loco nonché, per quanto possibile (ma con altrettanta importanza) la riattivazione di ulteriori forme di economia e imprenditoria variamente indipendenti da qualsiasi modello turistico che possano dare al luogo e alla sua comunità maggiori possibilità di resilienza rispetto alla realtà in divenire.

Ribadisco: non è – o forse, per meglio dire, non è più – solo una questione di natura ambientale, e perseverare ancora nella discussione sull’impatto più o meno pesante del cambiamento climatico risulta viepiù stucchevole, soprattutto in presenza degli innumerevoli, inequivocabili report scientifici i quali, d’altro canto, non fanno altro che certificare ciò che immediatamente può cogliere lo sguardo e comprendere il buon senso. Ne va del futuro delle comunità che abitano i territori montani, che con la neve o meno lassù resteranno ad abitare e necessariamente dovranno vivere nel modo più dignitoso e confortevole possibile – una dimensione quotidiana che va garantita a loro e alle montagne stesse, se non vogliamo vederle del tutto spopolate e abbandonate a se stesse nel giro di qualche decennio. Tanto meglio se continuerà ad essere attivo il turismo, in quei territori, ma dovrà necessariamente (ovvero inevitabilmente) risultare consono al luogo e al tempo, e per far che sia così bisogna cominciare ora, da subito a lavorare in tal senso, con grande onestà, forza di volontà, consapevolezza morale, capacità di visione politica, progettualità articolata e estesa nel tempo, passione per i territori e per il loro futuro.

Continuare come nulla o quasi stesse accadendo, viceversa, si palesa – e si paleserà – sempre di più come un atto di grave ostilità nei confronti delle montagne e di chi le abita. Un “delitto” troppo grave perché qualcuno lo possa commettere a cuor leggero e per propria mera avidità – e inammissibile che a chicchessia glielo si lasci commettere.

Le funivie per “turisti” di una volta, le funivie per “clienti” di oggi

[Una delle cabine della funivia Campodolcino-Alpe Motta (Valle Spluga, Sondrio), attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta. Portata: 140 persone all’ora. Foto mia, estate 2022.]
Ah, i “bei tempi andati” nei quali le funivie servivano per portare in cima alle montagne turisti e villeggianti, non clienti e consumatori come oggi! – penso nell’osservare queste due fotografie scattate qualche tempo fa.

Era meglio allora? No, non è detto – niente passatismi, ci mancherebbe. A quei tempi (che sono comunque “andati”, appunto) non c’era la tecnologia per fare di più: se ci fosse stata non è detto che sarebbero state realizzate funivie ben più capienti. Parimenti, il seme della massificazione turistica poi sviluppatasi grazie al boom economico dal dopoguerra in poi c’era già, in quella frequentazione montana d’antan che andava meccanizzandosi viepiù. Era piantato e stava germogliando, abbisognava solo di un poco ancora di “fertilizzante”, ecco.

Tuttavia, mi viene da ritenere, c’era ancora il contesto, allora. C’era la montagna in quanto tale, luogo geografico e culturale differente dalle città dunque da scoprire grazie a quelle prime funivie e, per questo, pagare un biglietto per goderne; oggi invece l’impressione frequente è che la montagna ci sia, nel turismo, in quanto bene da vendere all’ingrosso e, per ciò, pagare per consumarne il più possibile.

[La cabina superstite della funivia Torre de’ Busi-Valcava (Val San Martino, Bergamo) attiva tra il 1925 e il 1977, una delle prime d’Italia. Portata: 80 persone all’ora. Foto mia, dicembre 2022.]
Un dato fondamentale negli ski resort contemporanei, e puntualmente vantato dai loro gestori, è quello della portata oraria degli impianti di risalita, usato poi per giustificare l’ammontare in km delle piste e viceversa: mi pare la stessa logica dei sempre più grandi centri commerciali, per i quali la quantità di negozi ne giustifica l’estensione sempre maggiore, e viceversa – più metri quadrati a disposizione, più negozi per più clienti/consumatori. Più impianti e piste, più sciatori. E più skipass venduti: per i gestori dei comprensori una necessità inesorabile, visti i costi che devono sostenere. Ma le montagne sono ancora quelle delle funivie del secolo scorso da poche persone per cabina, non è che col tempo i loro versanti si siano ampliati: più se ne utilizza, della loro superficie, più ne appare evidente il consumo sia materiale – la parte assoggettata a piste e a terreno occupato dagli impianti, che immateriale, nell’ideale di sfruttamento alla base di tutto ciò. Anche questo è un aspetto da considerare inesorabile?

Non credo, per quanto mi riguarda. Vi è anche parecchio consumo di logica, non solo di suolo montano.

[Nell’immagine sopra: la funivia “Vanoise Express”, l’impianto di risalita sciistico più grande del mondo, con cabine a due piani da 200 persone. Foto di Florian Pépellin, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte  commons.wikimedia.org. Nell’immagine sotto: la nuova cabinovia trifune Alpe d’Huez-Les Deux Alpes, in funzione dal 2024 con una portata di 5.000 persone all’ora. Fonte dell’immagine: remontees-mecaniques.net.]
Già, forse non era meglio allora, quando per arrivare sulle piste, con le piccole cabine delle funivie a disposizione, ci si metteva ore per salire e ore per scendere, era una cosa normale – se oggi fosse così molti darebbero di matto. Ma probabilmente, temo, non va meglio oggi, quando salire a bordo di un mega impianto di risalita odierno e giungere sulle piste assomiglia sempre di più a utilizzare la metropolitana e arrivare in centro città, con tutto ciò che ne consegue. A due o tremila e più metri di quota. Cui prodest?

 

Martedì 16 gennaio il Vallone delle Cime Bianche è… a Milano!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Fotografia ©Annamaria Gremmo, tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Il Vallone delle Cime Bianche è in Val d’Ayas, è a Aosta, a Biella, Genova, Firenze, Pavia, Verona… e domani sera sarà a Milano! Perché, come ho detto altre volte e qui ribadisco, il Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo Vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, è un luogo emblematico il cui valore si manifesta ovunque vi sia chi sappia a sua volta manifestare attenzione, cura, sensibilità, amore per le nostre montagne e la loro salvaguardia, in primis quando certi dissennati progetti – come quello funiviario che si vorrebbe imporre al Vallone delle Cime Bianche – le mettano a rischio di devastazione. Per questo la sua difesa e la tutela del suo paesaggio alpino peculiare rappresenta la difesa e la tutela di tutte le nostre montagne ovvero, ancor più, è un’azione per la tutela del nostro diritto di poterle frequentare intatte in tutta la loro bellezza naturale.

Dunque, appuntamento con Annamaria Gremmo, Marco Soggetto, Francesco Sisti e il Vallone delle Cime Bianche a Milano, domani sera. Se potete, non mancate: sostenete anche voi questa fondamentale difesa di quell’inestimabile e insostituibile patrimonio di bellezza e cultura rappresentato dalle nostre montagne!

Per qualsiasi informazione sulla serata, date un occhio al sito del Gruppo Sciistico Alpinistico (G.S.A.) Edelweiss, sottosezione del CAI di Milano, che la ospita.

Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche:

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

In montagna con maggiordomi in guanti bianchi, yoga, eli-gourmet, cabine-vip con champagne…

Benché si ostini a non ammetterlo e a fare come se nulla stesse accadendo, l’industria del turismo invernale sa benissimo che lo sci, il suo principale core business per decenni, finirà presto e quasi ovunque sulle nostre montagne, purtroppo. Ma come pensa di reinventarsi e di attuare quella transizione da più parti invocata verso forme di turismo più consone al periodo che stiamo vivendo?

Evidentemente così, anche.

Persino il super conformistico “Corriere della Sera”, nell’articolo a cui si riferisce l’immagine (datato 2 gennaio 2024), non manca di sollevare perplessità: «La stagione sciistica è sempre più alla ricerca di avventure per pochi. Anche perché, di neve, non ce n’è poi molta.»

Dunque avanti con «maggiordomi sulle piste in guanti bianchi, cabine-vip con champagne, risalite con i gatti delle nevi, discese notturne in fat bike, safari gourmet, lezioni di yoga», eccetera. Fateci caso: tutte cose per le quali gli impianti di risalita formalmente non servono più. Cioè quanto sostenevo prima sulla consapevolezza presente ma negata dei gestori delle località montane riguardo la prossima fine del loro “business” principale: l’addio inevitabile allo sci per tutti, appunto.

Tuttavia, al netto di qualsiasi considerazione positiva o negativa riguardo queste “nuove” offerte turistiche (e sui loro costi insostenibili per i più), di nuovo mi chiedo: e il benessere delle comunità residenti nei territori montani? E i loro bisogni quotidiani, le loro necessità, il sostegno alle economie locali extra turistiche, i servizi di base? Forse che i maggiordomi in guanti bianchi e gli istruttori di yoga nelle proprie pause andranno ad aprire gli ambulatori medici, a operare negli uffici postali, a sistemare le strade comunali dissestate e a guidare i bus dei trasporti pubblici?

Magari sì, chissà.