Carona, la stazione sciistica in vendita, e l’esempio similare di Prali

Ha fatto scalpore (non solo localmente) la notizia, uscita circa un mese fa, della messa in vendita di un’intera stazione sciistica sulle Alpi Bergamasche, quella di Carona, in alta Valle Brembana. I motivi sono i soliti che si riscontrano in tali circostanze – assai diffuse sulle montagne italiane, come ormai si sa bene: scarsità di precipitazioni nevose, riscaldamento delle temperature, stagioni sciistiche precarie, difficoltà di sostenere economicamente l’attività – tutti elementi che rendono il caso l’ennesimo emblematico della realtà dello sci contemporaneo – con in più, nel caso di Carona, un’esposizione sfavorevole dei pendii sciistici, la vetustà degli impianti e il collegamento con l’attigua stazione sciistica di Foppolo, anch’essa in precarissime condizioni finanziarie. A pochi km c’è pure San Simone, altro comprensorio sciistico un tempo rinomato, ormai chiuso da parecchi anni per le stesse cause prima elencate.

In zona tale situazione sta suscitando notevoli inquietudini: come altrove Carona si è affidata nel secondo Novecento alla monocultura sciistica, la cui crisi presenta ora un conto pressoché inesorabile. Certo fa specie che in zona ci si inquieti di più per la chiusura forzata degli impianti e il loro destino futuro incerto che per l’assenza di un medico di base, come ho scritto qui, ma mi viene da pensare che pure questo atteggiamento sia una conseguenza “psicosociale” derivante dal lungo assoggettamento alla suddetta monocultura.

[Una veduta della conca di Carisole, nella quale si trova il comprensorio sciistico di Carona.]
Fatto sta che, temo per i caronèi, le sorti del loro comprensorio sciistico, posto lo stato di fatto, sia sostanzialmente segnato: non ci sono più le condizioni climatiche per la sua attività e tanto meno quelle economiche che possano attrarre investitori privati, che in quanto tali comprerebbero se vedessero la possibilità di ricavarci tornaconti, giustamente, altrimenti nulla. Ecco, sotto questo punto di vista forse si può trovare l’unica speranza razionale per gli impianti e le piste di Carona, ed è una speranza che ha un modello piuttosto significativo nell’esperienza di Prali, località sciistica del Piemonte per diversi aspetti assimilabile a Carona, il cui “caso” è descritto nel libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli Inverno liquido, del quale ho scritto più volte sul blog.

Il piccolo comune della Val Germanasca, per anni meta turistica di sciatori del torinese –come Carona per i milanesi -, si è trovato nei primi anni Duemila a fare i conti con nevicate irregolari, costo della vita in salita e impianti da revisionare. Così, i medesimi impianti che per lungo tempo avevano rappresentato l’indiscusso core business locale, si fermano nel 2004 lasciando la comunità incredula e sconcertata. Spiega Demattis:

Grazie all’intervento del Comune e della Comunità montana, una nuova società a responsabilità limitata (Srl) acquisisce gli impianti usando i fondi delle olimpiadi invernali per operare la ristrutturazione. Ma gli abitanti di Prali capiscono subito che è necessario un intervento che sappia rilanciare l’economia del Paese superando la dipendenza dallo sci alpino, per garantire la permanenza dei servizi locali e mantenere viva la comunità. Ecco perché costituiscono, presso i locali della Pro Loco, una nuova società di gestione per gli impianti in via di ristrutturazione. Una società formata da imprenditori locali, residenti e motivati a mantenere vivo il territorio. L’impegno prevede un’apertura annuale della seggiovia con l’obiettivo di diversificare l’offerta verso gli amanti di escursioni, mountain bike e downhill. A distanza di oltre quindici anni la scommessa si è rivelata vincente con nuove imprese agricole, pastorali ed educative che affiancano e diversificano la proposta univoca dello sci, rendendo il Paese attraente anche per nuovi giovani residenti.

In buona sostanza, a Prali gli impianti sciistici chiusi nel 2004 sono stati acquistati dal pubblico (Comunità Montana e Comune, per la precisione, utilizzando i fondi olimpici di Torino 2006) e gestiti da una società privata con azionariato diffusi, nella quale gli azionisti sono per gran parte gli stessi abitanti di Prali. Una scommessa su loro stessi e sul proprio territorio che, al momento, sta funzionando: la società non genera utili ma viaggia in pareggio nonché, cosa ancora più importante, è servita negli anni da volano per la rinascita di una piccola ma attiva economia locale, con le partite IVA arrivate, prima del Covid a ben 50 su 180 abitanti (Carona ne fa 292). Un risultato indubbiamente notevole.

Potete saperne di più sul “caso Prali” leggendo questo articolo, firmato dallo stesso Maurizio Dematteis.

[Un’altra veduta della zona sciistica di Carona-Carisole.]
Bene, lo ribadisco: quella di Prali credo sia l’unica esperienza, ovvero la sola soluzione, che possa essere considerata per il mantenimento in attività del comprensorio sciistico di Carona. Sperare che si faccia vivo un imprenditore con parecchi denari a disposizione, dunque una figura che rilanci veramente l’attività e di contro miri a ricavare utili dall’esercizio ma che ovviamente non si manifesti come l’ennesimo speculatore (evento niente affatto raro, in queste circostanze), mi pare cosa ardua. Altrettanto temo (ahinoi) lo sia la speranza che si rimetta a nevicare come un tempo e abbastanza da far tornare redditizio l’esercizio sciistico. Anzi…

Resterebbe un’altra soluzione, certamente meno gradita all’opinione pubblica locale (stando alle rimostranze manifestate) ma assai più lungimirante in senso generale: dismettere definitivamente il comprensorio, bonificare l’area dalle relative infrastrutture e puntare su una strategia articolata e strutturata nel tempo di turismo dolce che possa valorizzare pienamente e destagionalmente la meravigliosa rete sentieristica di Carona, tra le più belle delle Alpi bergamasche. Il che rappresenterebbe pure una “novità” a livello territoriale, visto che nessun altra località orobica ha elaborato una reale e articolata progettazione turistica in tal senso. Ma certo, per portare avanti questa seconda potenziale “soluzione”, ci sono da cambiare paradigmi, pensiero, visioni, prospettive, sviluppando relative consapevolezze condivise da tutta la comunità locale nonché ricevendo un adeguato (e altrettanto consapevole) supporto dagli enti pubblici locali a sostegno della stessa comunità e della transizione intrapresa.

In entrambi i casi, dovrebbe essere comunque la comunità di Carona a decidere, non altri. Saprà formulare la necessaria forza d’animo condivisa per decidere quale via seguire? Me lo auguro vivamente, per il bene dei caronèi e delle loro montagne.

Vallone delle Cime Bianche: inizia la battaglia legale!

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Varasc.it“.]
Anche dal Vallone delle Cime Bianche giunge un aggiornamento molto importante in merito alle azioni a difesa e tutela del zona dagli scellerati progetti sciistico-funiviari dei quali ormai probabilmente saprete e io ho scritto numerose volte. Il Comitato “Insieme per Cime Bianche” ha presentato la legale che supporterà le istanze in difesa del Vallone presso il Tribunale amministrativo regionale, il Consiglio di Stato, la Corte costituzionale, la Corte di giustizia e la Cassazione: è l’Avvocato Emanuela Beacco, specializzata in Diritto amministrativo, Diritto ambientale, valutazione di impatto ambientale e valutazione strategica; fa parte del Centro di azione giuridica di Legambiente e negli anni si è occupata di numerose cause di attinenza ambientale.

Nella conferenza stampa di presentazione del 29 novembre scorso Beacco, assumendo formalmente l’incarico, ha rimarcato che «Oggi il legislatore riconosce in teoria l’importanza del bene ambientale ma poi nella pratica finisce con il dimenticarmene e questo nonostante la riforma costituzionale del 2022 abbia riconosciuto la tutela della biodiversità e lo sviluppo sostenibile come limiti alle attività di impresa». Una situazione della quale il Vallone delle Cime Bianche rappresenta uno dei casi più emblematici, sulle nostre montagne, così come è emblematica e assai ispirante l’azione per la sua difesa, guidata in primis dagli amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti di “Varasc.it”, veri e propri motori infaticabili delle azioni del Comitato.

È insomma una bella notizia, per la causa del Vallone, ma sotto certi aspetti è anche piuttosto desolante, per come dimostri che in Italia, per contrastare efficacemente delle iniziative politiche palesemente scriteriate, impattanti, degradanti per i territori ai quali vengano sottoposte (ancor più se già sottoposti a tutele ambientali) nonché per le comunità che li abitano – iniziative, insomma, per il cui discernimento e giudizio basterebbe il più ordinario buon senso – bisogna ricorrere alle vie legali e affidarsi al sostegno di un buon avvocato. Una cosa che trovo assurda, nella forma e nella sostanza, la quale tuttavia si scontra inesorabilmente con assurdità ancora più grandi come quelle che certi progetti, opere, infrastrutture, piani di intervento, manifestano inequivocabilmente. E che gioco forza giustificano pienamente l’azione legale.

Dunque, come è stato ribadito nel corso della conferenza stampa, bisogna resistere con ogni mezzo contro questi dissennati attacchi al fondamentale patrimonio collettivo rappresentato dalle nostre montagne, dal loro ambiente naturale e dai meravigliosi paesaggi che sono parte ineludibile della cultura che ci rappresenta. Facciamo di necessità virtù e avanti così, fino a che il buon senso finalmente trionferà: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire concretamente alla causa:

Fare cose belle e buone (forse) in montagna: a Carezza (Val d’Ega, Alto Adige/Südtirol)

Qualche tempo fa, in una serie di articoli dedicati ai comprensori sciistici e al loro futuro – al netto dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze nivologiche – avevo indicato cinque punti a mio parere necessari per poter considerare le località dedite allo sci su pista veramente e pienamente sostenibili – non solo in ottica climatica, ribadisco – e dunque giustificabili nella loro presenza come operatori turistico-commerciali nei territori montani di riferimento.

I cinque punti, in brevissimo, erano: essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo certificato; non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi; eliminare totalmente l’innevamento artificiale; avere l’obbligo, in qualche modo adeguatamente sancito e verificato, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori; essere obbligate a mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche. Come detto, questi punti li trovate esposti in maniera ben più articolata ad esempio qui.

Tutto ciò, posto che si possa e si debba considerare la salvaguardia del comparto economico dello sci su pista nel panorama turistico delle nostre montagne, ove possibile: ad esempio, appunto, in quei comprensori che almeno si rendano il più possibile sostenibili e non solo con scaltri tanto quanto biechi greenwashing ma concretamente, presentando fatti effettivi e risultati constatabili al riguardo.

Tra le stazioni sciistiche italiane che – dando credito a quanto si legge – hanno almeno avviato un percorso articolato verso la più elevata sostenibilità delle loro attività economica c’è Carezza Dolomites, comprensorio dotato di 40 chilometri di piste da sci al cospetto dei gruppi dolomitici del Catinaccio e del Latemar posto in comune di Nova Levante (provincia di Bolzano), del quale Carezza è una frazione.

Come si può leggere ad esempio in questo articolo di “Esquire”,

A Carezza da qualche anno l’attenzione è tutta rivolta all’ecosostenibilità. Da accortezze come lo spegnimento degli impianti quando l’afflusso di sciatori è basso alle modalità più verdi per la produzione della neve fresca, dall’eliminazione dell’inquinamento acustico attraverso l’offerta di navette fino alla riduzione dello spreco di carburante da parte dei gatti delle nevi grazie alle tecnologie GPS, l’area di Carezza ha conquistato nel tempo il titolo di comprensorio sciistico più verde dell’Alto Adige.

Su “Wisesociety.it” si legge in aggiunta che

Carezza è il primo comprensorio sciistico italiano a impegnarsi ufficialmente nell’impresa di diventare neutral entro un massimo di tre anni. L’area sciistica altoatesina ha infatti recentemente aderito al Patto per la Neutralità Climatica 2025, l’accordo stipulato nel 2015 da dieci aziende della regione austriaca del Vorarlberg che, grazie al coordinamento di Terra Institute, ha lo scopo di rendere tutte le attività imprenditoriali climaticamente neutrali. Un nuovo e importante impegno per l’area che aveva già intrapreso il suo percorso nel 2011 con l’introduzione, assieme alla località svizzera di Arosa, del progetto “Zone sciistiche climatiche alpine” rendendo possibile una consistente riduzione di carburante, grazie a un sistema di innevamento intelligente e a un metodo di preparazione basato su tracciati GPS e misurazione della profondità della neve. Il carburante risparmiato, in quel caso, è stato fino al 30%, nella preparazione delle piste, e fino al 25% nelle operazioni di innevamento. A guidare le future azioni del comprensorio verso l’obiettivo neutrale, sarà il motto: “Misurare, ridurre e compensare”. Sotto la lente di ingrandimento ci saranno le emissioni di CO₂ e gli altri gas ad effetto serra, come metano o protossido di azoto.

Alla collaborazione tra il comprensorio di Carezza e il Terra Institute è dedicata una sezione del sito di questo secondo, che potete leggere qui.

Questo è quanto. Il “forse” che ho deciso di inserire nel titolo di questo articolo è dovuto al fatto che non ho una conoscenza diretta e approfondita della concretezza e dell’efficacia delle misure di sostenibilità messe in atto a Carezza: ciò non significa affatto che le metta in dubbio ma che, oltre a quanto ho appena osservato, invito chiunque ne sia a conoscenza a fornirmi ulteriori dettagli sul comprensorio altoatesino e sulla sua realtà, in attesa che lo possa conoscere meglio direttamente in loco. Di contro, al netto di tali osservazioni, trovo che l’attivismo a favore dell’ecosostenibilità di Carezza sia un esempio assolutamente interessante, da seguire con attenzione e da proporre come potenziale modello per la miriade di altri comprensori sciistici che viceversa, in tema di armonia con il proprio territorio montano, palesano nella teoria e nella pratica un sostanziale disinteresse quando non un atteggiamento prevaricatore e dannoso. Peraltro in tal modo scavandosi da soli la fossa sotto i piedi senza rendersene nemmeno conto o fingendo al riguardo – il che è anche peggio.

P.S.: tutte le immagini che vedete nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook Carezza Dolomites.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

Sabato prossimo il Vallone delle Cime Bianche è… a Fino Mornasco!

Ancora fresco dell’assegnazione quanto mai meritata – ad Annamaria Gremmo – del Premio Marcello Meroni per la sezione “ambiente”, lo scorso 28 ottobre a Milano, il Progetto fotografico L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche torna a presentare e sostenere la fondamentale e emblematica causa di tutela del Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, minacciato da una devastante infrastrutturazione funiviaria a scopi sciistici, il prossimo sabato 11 novembre in Lombardia, a Fino Mornasco, per iniziativa della locale sezione del Club Alpino Italiano.

Ne parlavo proprio in occasione della cerimonia del Premio Meroni con Annamaria – e con Marco Soggetto e Francesco Sisti, gli altri fautori del progetto – di questa doppia ospitata ravvicinata del Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi ambiti incontaminati delle Alpi valdostane, in quella che invece è la zona più contaminata e cementificata d’Italia, l’alta Lombardia (il 20 ottobre erano a Somma Lombardo con l’extra del 28 ottobre a Milano, appunto: quindi anche tripla ospitata lombarda). Circostanza magari solo casuale ma che a me viene da pensare e ritenere assolutamente significativa: come se si stia manifestando da parte delle persone più sensibili su tali questioni le quali abitano la zona più soggetta a “incuria” urbanistica del paese (come dimostrano da anni le statistiche nazionali sul consumo di suolo), una particolare attenzione alla conoscenza e al sostegno della causa di conservazione di un luogo delle Alpi così meraviglioso e emblematico dal punto di vista ambientale, essendo una delle rare zone di natura intatta tra territori viceversa pesantemente antropizzati per scopi turistico-sciistici. Quasi che – continuando nella mia suggestione – i lombardi che conoscono bene, loro malgrado, la cementificazione dei loro territori e il degrado del paesaggio (non solo di quello naturale) da essa cagionata, vogliano “sfruttare” questa triste esperienza per dar forza alla difesa del Vallone delle Cime Bianche, trasformandola invece in un’esperienza di tutela ambientale vincente e esemplare per qualsiasi altro territorio sottoposto a così deprecabili mire speculative, sia esso un’altra zona delle nostre montagne oppure, perché no, un territorio a ridosso delle grandi aree metropolitane come appunto tanti che regioni come Lombardia presentano.

Chissà che a differenza di quanto accaduto per decenni, con le città che hanno colonizzato i territori montani imponendovi la loro urbanizzazione più selvaggia, ora non sia l’Ultimo Vallone Selvaggio – tale invece nel senso originario e virtuoso dell’aggettivo – a “insegnare” alla città la più efficace e benefica tutela del mondo e dell’ambiente nel quale tutti viviamo! Di sicuro il progetto di difesa delle Cime Bianche lo sta facendo per le montagne valdostane nel modo migliore e più ammirevole possibile, come anche l’assegnazione del Premio Meroni ha rimarcato: in fondo la mia è più di una mera suggestione, è un fervido auspicio che spero di vedere realizzato al più presto.

Dunque non mi resta che invitarvi caldamente – se siete della zona o vi potete giungere – alla serata di sabato 11 a Fino Mornasco con Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti. Trovate le informazioni necessarie nella locandina qui riprodotta. Ve ne tornerete a casa con tanta bellezza nella mente, meraviglia nel cuore e molta più consapevolezza nell’animo riguardo le nostre montagne e non solo quelle. Ve lo assicuro.

Nel frattempo, a Ovindoli…

Nelle immagini (di ieri, 1 novembre), che trovo sulla pagina Facebook di Stefano Ardito – preziosa e illuminante figura del mondo della montagna italiano, che delle immagini è l’autore -, vedete i lavori per i nuovi impianti e piste nella Valle delle Lenzuola, nel comprensorio di Ovindoli-Monte Magnola (provincia dell’Aquila), nel territorio del Parco Naturale Regionale Velino-Sirente.

Non mi fa tanto specie ciò che le immagini mostrano quanto che il territorio ritratto in esse possa ancora definirsi «montagna» e tale essere presentato e “venduto”, al netto che l’infrastrutturazione sciistica contemporanea questo impone, non meno.

Dunque, chiedo anche a voi: è ancora «montagna», quella visibile nelle immagini?

 Le parole sono importanti perché trasmettono definizioni che sovente identificano ciò che siamo e ci identifichiamo rispetto al mondo in cui viviamo. Tale principio vale ancora di più per le parole che definiscono i luoghi, il cui significato ne rapprende sia il valore storico-geografico che quello antropologico e culturale: un significato che può anche risultare mutevole ma la cui determinatezza primigenia non può venir meno, dacché se ciò accade si sta parlando di e definendo qualcos’altro.

Per questo chiedo se ciò che vedete nelle immagini di Stefano Ardito sia ancora definibile come «montagna». Magari per qualcuno sì e per altri no: ecco, sarebbe bene parlarne, prima che quella parola – e ogni altra in circostanze simili – perda qualsiasi senso e significato scollegandosi totalmente e definitivamente dalla realtà che rappresentava.

N.B.: al riguardo Stefano Ardito ne scriverà a breve, come preannuncia su Facebook presentando le immagini, «più ampiamente e con qualche riflessione, spero non scontata». Pericolo che non sussiste mai, con lui.