Il nome giusto per il comprensorio sciistico sul Monte San Primo

Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.

[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]
Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.

A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:


Ecco.

N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

Il collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, un caso emblematico come pochi altri sullo sci contemporaneo

Come era piuttosto facile immaginare, la questione del paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e di Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro di cui 50 pubblici (da Regione Lombardia e Ministero del Turismo, al netto di eventuali aumenti) creando un comprensorio di 50 km di piste in una zona quasi interamente sotto i 2000 metri di quota e sottoposta a varie tutele ambientali, non solo ha creato un vivace dibattito nei territori interessati ma pure suscitato un ampio interesse da parte della stampa, locale e nazionale. Ormai, da qualche settimana, ogni giorno o quasi esce un articolo sulla vicenda, sia sulla stampa locale che su quella nazionale: qui sotto trovate una minima rassegna stampa.

La sostanza del progetto in questione, le notevoli cifre in gioco a fronte del comprensorio limitato (in km di piste e in capacità concorrenziali con altre località sciistiche lombarde più grandi e strutturate), le specificità tanto ambientali quanto socio-economiche della zona sottoposta al progetto e in generale le riflessioni ormai ampie e inevitabili sul futuro dello sci, se non già sulla sua fine in certe località, stanno rendendo il “caso Colere-Lizzola” particolarmente emblematico della realtà dell’industria dello sci sulle montagne italiane, insieme ad alcuni altri parimenti significativi come quelli del Vallone delle Cime Bianche, del Monte San Primo o del Nevegal (tre dei tanti citabili al riguardo).

Per quanto mi riguarda, una posizione chiara e determinata sulla questione l’ho assunta pubblicamente ed è fermamente contraria al progetto non tanto e non solo per ragioni ambientali quanto per motivazioni socioeconomiche, culturali e politiche, proponendo di contro un’alternativa (una di quelle possibili) al modello sciistico monoculturale prospettato, in forza anche delle innumerevoli potenzialità che la zona tra alta Valle Seriana e Valle di Scalve possiede per sviluppare un turismo sostenibile, consono ai luoghi e di grande appeal, inserito in un piano di sviluppo territoriale generale che ponga al centro degli interessi complessivi innanzi tutto il territorio e la comunità locale.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, proprio in tema di centralità ineludibile del territorio, della sua comunità, del suo sviluppo equilibrato e strutturato sulle specificità del luogo con una visione a lungo termine, in grado di emanciparsi dalla variabile climatica e da quella economica che già oggi incombe sul turismo sciistico, ciò che a mio parere deve restare fondamentale è la possibilità è che sia la stessa comunità a poter decidere le proprie sorti, cosa che ho rimarcato con fermezza negli incontri pubblici delle scorse settimane nei quali sono intervenuto. Una decisione civica, culturale e politica che deve essere informata, consapevole, responsabilizzata, forte di una costante interlocuzione sia con i soggetti istituzionali coinvolti che con quelli tecnico-scientifici, e che in generale deve essere una manifestazione chiara della relazione che i locali hanno con le proprie montagne, con il loro ambiente naturale, con il paesaggio: il segno di un’identità culturale forte e viva, ben conscia del fatto che le montagne sono le genti che le abitano e viceversa, dunque che qualsiasi cosa si faccia sui monti, in bene e in male, è come se la si facesse a chi li abita, alla loro esistenza, al loro futuro. Per questo ogni decisione al riguardo deve essere tanto approfondita e meditata quanto discussa e partecipata: in fondo anche questa è una specificità importante in grado di rendere la montagna un luogo diverso dagli altri antropizzati – oltre alla bellezza del suo paesaggio e alle meraviglie naturali che offre. Un luogo potente e insieme delicato nel quale la responsabilità delle azioni compiute deve essere il più possibile collegiale e condivisa.

Nel dualismo a volte concreto ma spesso forzato e deviante tra montagne e città, la dimensione comunitaria delle terre alte, che è ineludibile anche quando sia trascurata o ignorata, è una delle alterità fondamentali in grado di generare valore e identità a favore delle montagne, dunque a porre le basi per il loro miglior futuro possibile, sia esso basato sul turismo o su qualsiasi altra cosa. Perché se non c’è la comunità non c’è nemmeno il luogo, e se non c’è il luogo anche il turismo non può esistere e portare benefici ma si manifesterà nelle sue forme più devastanti, quelle che consumano i luoghi lasciando dietro di sé solo macerie, ambientali e sociali. In tal caso sì, per la montagna sarebbe veramente la fine.

Il Monte San Primo, una “piccola” montagna grande come poche altre (nonostante i piccoli uomini che la vorrebbero grandemente svilire)

Per una strana coincidenza che forse strana non lo è affatto, in questo stesso periodo ma un anno fa (e nel corso di due giornate dalla meteo ugualmente favorevole), osservavo dall’alto il bacino lecchese del Lago di Como ma dal versante opposto rispetto a dove vagabondavo domenica scorsa – al riguardo ve ne ho scritto qui. L’anno scorso ero con il segretario personale (a forma di cane) Loki sul Monte San Primo e da là osservavo le pendici della Grigna Meridionale dalle quali domenica ammiravo il suddetto: nelle immagini sopra e sotto le posizioni di scatto delle rispettive fotografie sono individuate dalla stella gialla.

A osservarlo da lì, il San Primo, cioè da una posizione già elevata che permette di considerarne la massa sia nell’estensione verticale che in profondità, risulta del tutto evidente la sua eccezionalità geografica: quella di un monte relativamente basso (1.682 m la quota massima) e dalla morfologia che lo rende più simile a una enorme, docile collinona più che a un rilievo tipicamente e scoscesamente alpino, che tuttavia appare dominante sul suo territorio come pochi altri, ovvero come molte montagne ben più elevate e morfologicamente imponenti non riescono a essere. In buona sostanza, l’impressione dell’osservatore è di avere di fronte un rilievo più maestoso di quelle tante sommità prettamente alpine ben maggiori ciò nonostante – ripeto – risulti evidente la sua scarsa altitudine.

Questa impressione, a me parecchio vivida, credo derivi da due (delle tante) peculiarità specifiche del Monte San Primo. Innanzi tutto il suo isolamento, dato che non vi sono sommità più elevate se non a quasi 15 chilometri di distanza in linea d’aria (e sono proprio le Grigne; più vicini a nord ci sono i “gemelli” Monte di Tremezzo e Monte Galbiga, ma la loro quota è solo di qualche metro maggiore), un isolamento che lo rende da un lato assolutamente referenziale per la zona in cui si eleva, della quale è come se rappresentasse il fulcro geografico e paesaggistico, e dall’altro distintamente identificabile da diverse direzioni.

Inoltre, peculiarità conseguente alla prima, il pur basso San Primo domina solitario su una porzione parecchio estesa del territorio alto-lombardo, ben oltre il già ampio Triangolo Lariano di cui rappresenta la massima elevazione, una zona che, come detto, non possiede cima più elevate e dunque maggiormente imponenti. Il San Primo peraltro è la prima grande montagna che definisce l’orizzonte settentrionale di Milano e del suo hinterland: se dal centro del capoluogo lombardo si traccia una linea orientata a nord, si incrocia quasi perfettamente la cima del San Primo (per i geopignoli: c’è una differenza angolare di soli 1’11” verso est, pari a circa 1 chilometro: quasi nulla in pratica, considerando la distanza di oltre 50 chilometri – vedi l’immagine sottostante) e dunque in qualche modo da questa parte domina anche sulla città.

Infine, cosa risaputa da tutti ma mai scontata nel suo grande fascino geografico, la mole del San Primo spezza in due il bacino del Lago di Como (e millenni fa fendette il grande Ghiacciaio dell’Adda) in un modo così netto che nessun monte con rispettivo lago delle Alpi eguaglia.

Insomma, il San Primo è una “piccola” montagna che possiede innumerevoli specificità peculiari e tutti i crismi paesaggistici per poter essere considerata grande, il che ne accresce la bellezza, il fascino e la sua importanza culturale – nelle numerose accezioni del termine – per il territorio nel quale si eleva.

Ecco: osservandola così attentamente, domenica scorsa, per cercare di coglierne le doti il più possibile, una parte della mia mente non poteva tuttavia dimenticare che sul versante opposto, quello posto nel territorio di Bellagio, qualcuno osservi la montagna solo come una merce da mettere valore piazzandoci degli impianti sciistici a quote che non vedranno più la neve con un progetto che non è solo insensato nei termini appena esposti ma risulta pure svilente e degradante per la montagna e per tutto ciò che la rende così speciale, che la caratterizza, che la fa amare da tantissime persone. Basterebbe la più minima percezione della bellezza peculiare del San Primo, che ho appena cercato di evidenziare anche dal punto di vista geografico, per ritenere oggi assurdo qualsiasi progetto di infrastrutturazione turistico-commerciale dei suoi pendii: equivarrebbe a scarabocchiare rozzamente un capolavoro artistico di inestimabile pregio pensando, altrettanto rozzamente, che il danno sia minimo e trascurabile. Invece no, sarebbe uno sfregio palese, plateale, triviale, che farebbe violenza sul corpo della montagna e ancor più sulla sua bellezza e sull’immaginario conseguente. Un’eventualità inaccettabile, sotto ogni punto di vista.

L’alpestre e maestoso signore del Triangolo Lariano merita il rispetto che deriva dalla piena comprensione e consapevolezza della sua unicità, non il disprezzo di chi pretende di non riconoscerne la magnificenza ambientale e la naturale influenza sul paesaggio. Un paesaggio la cui presunta “valorizzazione”, se governata da menti e animi insensibili, diventa mero valore atto alla più bieca mercificazione: un cartellino con il prezzo per la vendita e per il tornaconto di chi si arroga il diritto di (s)vendere.

Una cosa inaccettabile, ribadisco, che il Monte San Primo e la sua bellezza così poliedrica e speciale non si meritano affatto.

La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.