L’unica via percorribile verso il futuro, per le località dove si scia(va)

Se da un lato un ente scientifico inappuntabile come MeteoSvizzera certifica che anche quest’anno il trend a temperature stagionali oltre la norma si è confermato di nuovo, portando a quello che sarà uno degli inverni fra i più caldi registrati (e le intense nevicate di questi giorni non sono affatto un fenomeno che smentisce il trend climatico in corso, anzi, paradossalmente lo conferma), dall’altro lato l’Osservatorio Turismo di Confcommercio rileva che, a causa delle condizioni dell’innevamento che rappresentano un’incognita sempre più rilevante e difficile da controllare, in montagna d’inverno si fanno avanti nuove tendenze: per il 62% dei turisti ferie brevi e solo uno su tre farà sport.

Questa situazione ormai incontrovertibile rende sempre più evidente e necessaria, nelle località turistiche invernali fino a oggi vocate allo sci, la transizione verso forme di frequentazione ben più consone alla realtà in divenire e logiche rispetto ai rispettivi contesti territoriali. Ciò non significa che non si debba più sciare ma che, inevitabilmente, lo si possa fare in quei comprensori dotati di una geografia favorevole e capaci di implementare la propria sostenibilità sia in senso ecologico (dunque anche ambientale) che economico (dunque anche sociale), mentre gli altri comprensori devono e dovranno saper elaborare un’offerta turistica non più sciistica e mirata tanto ad attività adeguate alle proprie peculiarità territoriali quanto a ciò che, come rilevato (e non da oggi), risultano le nuove tendenze richieste da quel pubblico che ormai ha capito che non sia più il caso di sciare (con quello che oggi costa, per giunta) e tuttavia vuole continuare a frequentare le montagne.

[Foto di G.C. da Pixabay.]
In tal senso, dunque, non si tratta solo di una questione meramente legata alla sopravvivenza delle attività commerciali attive nelle località turistiche montane ma, a monte, di un tema culturale in ottica turistica: ovvero di mantenere vivo un turismo, non solo invernale, che risulti non più impattante e degradante com’è ancora oggi ma idoneo al contesto montano e parimenti in grado di assicurare ai luoghi un importante sostegno economico, non più univoco, discriminatorio e monoculturale come accadeva prima (e come è stato lo sci alpino fino a oggi) ma inserito in una visione di sviluppo territoriale ben più ampia e articolata, ciò anche per salvaguardarne beneficamente la parte umana che sui monti vive, da autoctono o da neomontanaro, e lavora, tanto nel settore turistico quanto nell’indotto oppure altrove.

Questa io credo sia l’unica via che quelle località la cui natura sciistica risulti viepiù insostenibile hanno da percorrere per “salvarsi” o, se preferite, per elaborare la più adeguata resilienza attuale e futura. Non vedo alternative se non molto più rischiose, irrazionali e deleterie, francamente.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

L’Antartide, la “speranza di ghiaccio” del pianeta

Sulle nostre Alpi i ghiacciai probabilmente (ma speriamo di no) spariranno quasi del tutto entro la fine di questo secolo, quelli dell’Himalaya e delle Ande non sono messi molto meglio e pure le ampie masse di ghiaccio iperboree, quelli delle terre intorno al Polo Nord, continuano a diminuire.

Per noi terrestri l’ultima “speranza glaciale” resta l’Antartide, anch’essa in sofferenza ma che, posta la sua vastità, permarrà ancora a lungo la più grande zona glaciale della Terra. Tuttavia di tale inestimabile tesoro di ghiaccio ne dobbiamo avere cura, tutti quanti, e altrettanto curare in noi la consapevolezza della sua delicatezza: sotto qualsiasi punto di vista ecologico, climatico, ambientale nonché perché l’Antartide è una sorta di mondo nel mondo, di pianeta alieno sulla Terra, il luogo che più si avvicina alle sembianze di un altro mondo. Lo dimostra bene l’immagine satellitare che vedete lì sopra, in realtà una composizione di più immagini ottenute dal satellite Aqua e dai suoi vari strumenti e poi elaborata dalla NASA il 21 settembre del 2005, in un periodo – che corrisponde alla fine dell’inverno australe – nel quale l’estensione e la concentrazione del ghiaccio raggiungono il massimo stagionale. A questo link potete anche vedere, navigare e scaricare l’immagine ad alta risoluzione (c’è anche quella dei ghiacci boreali, peraltro).

Purtroppo, se l’evoluzione del cambiamento climatico in corso continua come i report scientifici prevedono, c’è il rischio nel prossimo futuro che l’idea e la nozione più consone ai termini “ghiaccio” e “ghiacciaio” saranno solo quelle provenienti dall’Antartide. Per questo il continente antartico è e deve restare un luogo speciale, da preservare in ogni modo da qualsiasi intervento antropico non scientifico e troppo impattante. Una cura e un’attenzione che per certi versi e almeno in alcune circostanze avremmo dovuto – e dovremmo ancora – manifestare anche sulle nostre montagne ma, per inconsapevolezza o per negligenza, non abbiamo saputo – e non sappiamo ancora – palesare.

[Veduta del plateau antartico, la regione più fredda e inospitale della Terra. Foto di Stephen Hudson, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]

Il 2023 de “Il Dolomiti”

L’Altra Montagna”, il nuovo giornale on line da lunedì 8 gennaio che approfondisce i temi ambientali e sociali delle terre alte con il quale avrò l’onore di collaborare, nasce sotto l’egida de “Il Dolomiti”, e sono assai contento di sapere e qui di raccontarvi che per il giornale con sede a Trento il 2023 appena concluso è stato un anno di record. Oltre 87 milioni di pagine visualizzate, con un aumento di più del 50% rispetto all’anno precedente (nel 2022 “Il Dolomiti” era già entrato nel ranking dei primi 1.000 siti in Italia con 57 milioni di pagine visualizzate) e in media circa 150mila utenti unici al giorno (l’anno scorso erano circa 100mila), con punte di oltre 300mila, il che posiziona il giornale ormai stabilmente nelle classifiche dei siti più letti in Italia tra i quotidiani nazionali pur mantenendo la propria anima glocal.

Ma, al di là dei pur fondamentali numeri, sono contento per “Il Dolomiti” perché ho avuto modo di conoscere alcuni componenti della redazione e ho trovato gran belle persone, semplici, preparate, cordiali e sempre disponibili, appassionate del loro lavoro e nei confronti i territori che raccontano, ben consapevoli di ciò che stanno facendo e motivate nel perseguire un miglioramento costante, non solo a livello giornalistico – “L’AltraMontagna” è un’ottima dimostrazione di ciò.

Infine, sono contento per “Il Dolomiti” perché, a fronte di questo rimarchevole successo, posso credere di farci pur minimamente parte, avendo pubblicato nel corso dell’anno numerosi articoli, direttamente o di rimando, grazie alla considerazione che la redazione mi ha riservato (verso la quale non sarò mai abbastanza riconoscente): spero che anch’essi abbiano almeno un poco contribuito al gran successo del giornale. Successo che ugualmente mi auguro possa arridere anche a “L’AltraMontagna”, da lunedì prossimo, insieme a chiunque lo vorrà seguire, leggere, parteciparvi.

Dal Ministero del Turismo 148 milioni di Euro per gli impianti di sci, solo 4 per il turismo sostenibile. Va bene così?

148 (centoquarantotto) milioni di euro destinati al fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale; quattro (4) milioni di euro per la promozione dell’ecoturismo e del turismo sostenibile che mirino a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali. Entrambi i fondi arrivano dal Ministero del Turismo e sono destinati alle imprese: decreti e graduatorie sono stati pubblicati sul sito del Dicastero citato.

Destinati alle imprese, già, quelle che per proprio statuto fanno lucro in montagna non di rado – purtroppo bisogna denotarlo – senza troppo badare al territorio e al paesaggio sfruttati per i propri interessi. Non vengono destinati alle comunità residenti, ai montanari, ai loro bisogni, ai servizi di base, alle necessità legate alla vita quotidiana, a scuole, trasporti pubblici, sanità, assistenza sociale,  centri socioculturali… tutte cose che, evidentemente, vengono viste con parecchio disprezzo dalle parti del Ministero, altrimenti non si spiegherebbero i 144 milioni di differenza tra i due stanziamenti. Da una parte la torta straboccante di golosità, dall’altra soltanto le briciole.

Inevitabilmente anche l’UNCEM, Unione Nazionali Comuni Comunità Enti Montani, denuncia tale assurda situazione attraverso le parole del Presidente Marco Bussone (prese dall’articolo di “Ossola News” che vedete lì sopra, nel quale le potete leggere nella loro interezza):

I fondi potevano essere distribuiti diversamente, guardando alla vera sostenibilità, alle green communities, e non solo ai 300 paesi alpini e appenninici con impianti di risalita, importantissimi, ma non da soli, in un sistema. I finanziamenti del Ministero del Turismo, ribadiamo con forza, vanno investiti coinvolgendo insieme con le imprese – come Uncem aveva chiesto, inascoltata senza motivo, in alcuni tavoli tecnici ministeriali – direttamente gli Enti locali, Comuni, Unioni montane, Comunità montane. Potevano essere loro i beneficiari, per fare progetti integrati pubblico-privati, per le comunità locali. Invece le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese. Molti fondi per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato.

Anche su “Il Fatto Quotidiano” Alberto Marzocchi, giornalista nonché maestro di sci, dunque assai competente sulla materia, ha pubblicato un illuminante articolo nel quale elenca, con nomi e somme, tutti gli stanziamenti a livello nazionale per le stazioni sciistiche, accentuando il parossismo della “nevicata” di soldi pubblici elargita dal Ministero, sovente a comprensori che da numerose stagioni lavorando in perdita e presentano bilanci da tribunale fallimentare. Una vera e propria «politica dell’accanimento terapeutico», come inevitabilmente la definisce Marzocchi.

Be’, a me pare ormai palese che, in tema di politica contemporanea e gestione dei territori montani e rurali, abbiamo a che fare con un sistema distorto, malato, pericoloso, insostenibile sotto ogni punto di vista, per nulla vantaggioso ma distruttivo per le montagne e per le loro comunità. Un sistema che va cambiato più rapidamente possibile, altrimenti il rischio sarà di degradare in maniera irreversibile un patrimonio inestimabile di storia, cultura, economia, bellezza, paesaggio, Natura che è di tutti noi e chiunque ha il diritto di godere e il dovere di tutelare. Anche contro certe figure politiche così strafottenti verso di esso e, appunto, verso di noi tutti.