Colle di Sogno, la continua scoperta del luogo

Colle di Sogno è uno di quei luoghi che, a fronte della propria apparente semplicità e del suo illusorio permanere in una sorta di bolla spazio-temporale sospesa su tutto quanto ha intorno, possiede invece innumerevoli e inopinate capacità di svelarsi attraverso visioni, cognizioni, sensazioni, percezioni sempre nuove e costantemente in grado di raccontare altrettante suggestioni, a volte radicate nella propria realtà oggettiva, altre volte manifestazioni di una dimensione che pare più fantastica che altro. Basta poco affinché ciò avvenga: una luce particolare, le nubi sopra o sotto il borgo, i colori naturali d’intorno, un momento di inconsueto silenzio oppure di caratteristiche sonorità naturali, le ombre in movimento tra le case, le foglie sospinte dal vento tra le viuzze, una predisposizione del visitatore alla bellezza e alla meraviglia e al sentirsi bene stando a Colle e nei suoi dintorni.

Così quell’apparente permanenza, che si direbbe ben poco dinamica sia materialmente che immaterialmente, si trasforma di colpo in visioni inaspettate tanto quanto spesso notevoli: Colle di Sogno che naviga sopra le nubi, come nella foto di Alessia Scaglia (“fotografa ufficiale” di Colle e delle montagne d’intorno) oppure che vi svanisce dentro, il borgo che pare volare sopra i boschi che lo circondando o giacere docilmente sotto i monti sovrastanti, che sembra avvolto dai suoi boschi o fuggire da essi verso l’alto, che pare smarrirsi e svanire nel labirinto di valli, vallette, conche e crinali che caratterizzano l’orografia attorno al borgo o che ne diventa la presenza primaria e più identificante, eccetera… si potrebbe continuare ancora a lungo: basta avere un minimo di sensibilità, di curiosità e tenere aperta la mente, il cuore e lo spirito nei confronti del fascino del luogo e del richiamo del suo Genius Loci.

Già, perché qualcuno di Colle di Sogno potrebbe pensare che sia un posto ormai languente, bello sì ma poco vitale, uno dei tanti nuclei rurali delle nostre montagne ormai prossimo ad una sorte fatale. Ma a volte questa sorte non è imposta dalle circostanze economiche, antropologiche e sociologiche – non solo, o forse solo in minima parte rispetto invece a come lo sia dalla perdita della capacità di cogliere in questi luoghi la loro essenza autentica, atemporale e “sovrumana” (cioè posta al di là delle mere vicende umane), del non saper e non voler più cercare il dialogo con il Genius Loci che qui abita, nello smarrire la sensibilità nei confronti della loro bellezza più profonda, quella che non è soltanto dettata dall’emozione estetica ma dalla cognizione della sua articolata sostanza, fatta di storia e di geografia, di materia e pensiero, di narrazioni, tradizioni e evoluzioni, di relazione e di identità, di spazio e di tempo. Sembrerebbe qualcosa di troppo astratto, tutto ciò, ma poi basta un “niente”, un gioco di nubi che scivolano sulla sella di Colle di Sogno, che avvolgono case e alberi, che nascondono parti del territorio d’intorno e ne evidenziano altre, che sembrano trasformare il paesaggio in qualcosa di diverso e aiutano a vederlo in modi sempre differenti e sovente illuminanti, scoprendo dettagli magari secolari eppure mai notati prima, forme naturali palesati da luci e ombre, immagini visive che generano impressioni di luoghi “altri”, come se d’incanto il borgo si fosse smaterializzato dalla sua sella e ricomparso altrove, aumentandone il fascino e quel quid di mistero che quasi sempre s’accende dentro di noi, non fuori, e che è la manifestazione e la prova dell’attrattiva del luogo, troppo grande per potersi contenere nella sua contemplazione conscia.

Basta poco per (ri)scoprire tantissimo, insomma. Anzi, basta ancora meno: è sufficiente stare, lassù a Colle di Sogno, in qualsiasi momento dell’anno, e lasciare che il suo paesaggio faccia il resto, generando in ogni singolo attimo un istante di meraviglia sempre unico, mai uguale ad un altro. Un “vero” luogo è questo, in effetti: uno spazio che può essere anche all’apparenza “statico”, ma che dentro chi ci sta, per poco o tanto tempo, diventa vivo e vitale come non mai.

Colle di Sogno è un luogo così speciale che l’Officina Culturale Alpes, del cui team faccio parte, ha deciso di strutturarvi un progetto altrettanto speciale: Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, con il quale vorremmo conseguire una rivalorizzazione e una rinascita del borgo e del suo territorio utilizzando come impulso principale e fondamentale l’apertura, l’inclusione e l’esperienza di resilienza degli abitanti, forti attrattori culturali di ulteriori esperienze analoghe nonché elementi ideali alla produzione di nuova cultura, così facendo di questa un motore di traino costante per consolidare nel tempo le doti di resilienza montana che, a loro volta, fanno di Colle di Sogno un luogo tanto speciale.

Per saperne di più sul progetto cliccate qui e poi anche qui.

La bellezza della Dorsale Orobica Lecchese

Continuo a trovare numerose persone, che conosco molto o per nulla, le quali mi rimarcano i loro complimenti – insieme agli altri due autori Sara Invernizzi e Ruggero Meles – per la guida Dol dei Tre Signori e io ne sono sinceramente sorpreso e contento. Sorpreso non perché non pensassi che il libro non se li meriti, semmai più per una forma congenita di modestia che spero appaia poco falsa e più ingenua che mi rende lieto per qualsiasi complimento, il primo come l’ultimo, il più caloroso come il più compito; contento perché mi viene idealmente e spiritualmente da girare quegli apprezzamenti al territorio e ai luoghi che abbiamo narrato, i monti della Dorsale Orobica Lecchese, una regione prealpina per la quale l’aggettivo «spettacolare» si può declinare in innumerevoli modi senza mai che risulti esagerato, stucchevole e ingiustificato. Ovvero, per farvi capire ancora meglio il “concetto”:

[Fotografia di ©Alessia Scaglia.]
Ecco: sono monti, quelli della Dol, che meritano di essere frequentati con la conoscenza e la consapevolezza più complete di ciò che i loro territori e i paesaggi sanno offrire. Per questo, in fondo, abbiamo scritto la nostra guida: per far che la bellezza di questi luoghi possa riflettersi pienamente in chi li visiterà e diventare la bellezza di viverli, per poche ore o per molto più tempo ma comunque riconoscendoli come luoghi dove poter stare bene. Che è tantissima roba, non vi pare?

Per saperne di più sulla guida, potete cliccare sull’immagine in testa al post e consultare la pagina web orobie.it/cammini/ oppure la pagina Facebook I cammini di Orobie.

P.S.: e non dimenticate che sulla Dol ci si può andare per lunghi tratti anche in inverno con la neve al suolo. Date un occhio qui al riguardo.

 

Il CAI, Bonatti e il K2: ma quale “verità”!

Trovo alquanto utile e significativo l’articolo Una verità che arriva da lontano pubblicato sul numero di dicembre 2021 di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, col quale l’autore, Presidente Generale del sodalizio, torna sulla vicenda CAI-Walter Bonatti-K2.

È un articolo particolarmente utile non perché rimarchi che, a dire dell’estensore, il CAI fin dal 1994 «avesse appoggiato la versione di Bonatti» – cioè la verità sulla vicenda – ma proprio per come riesca a ottenere l’effetto opposto, ovvero evidenziare che per 40 anni il CAI (con alcune eccezioni ma mai “ufficiali”) abbia sostanzialmente dato del bugiardo e del millantatore a Walter Bonatti, cagionandogli sofferenze e dispiaceri che solo chi l’abbia realmente conosciuto è conscio della drammaticità – lo stesso Bonatti, ne Le mie montagne, le descrisse come «fin troppo crude per i miei giovani anni».

Quarant’anni di infamia che in verità sono anche di più, per come la risoluzione finale della vicenda arrivò solo nel 2004 con la cosiddetta “Relazione dei tre saggi” poi ratificata in vari modi negli anni successivi. Dunque sono 50 gli anni effettivi di falsità del CAI nei confronti di Walter Bonatti. Cinquanta. Non solo: è bene ricordare che ancora nel 2003 – dunque non nel 1994 – Bonatti dichiara (intervista a “La Repubblica” del 8 ottobre 2003, pagina 15) che «Io sul K2 in una notte del ‘54 sono quasi morto, ma quello che mi ha ucciso è questo mezzo secolo di menzogna» e che in K2 La verità. 1954 – 2004 (Baldini Castoldi Dalai Editore, ristampato nel 2021 da Solferino Libri), pubblicato nel 2007, così scrive alle pagine 206-207 proprio in riferimento a quel 1994 della “verità” così celebrata dal CAI:

Siamo giunti al quarantesimo anniversario della conquista del K2, e il CAI, finalmente, annuncia la tanto attesa revisione storica dell’assalto finale alla grande montagna.
Ma è proprio qui che si manifesta il bluff del Club Alpino Italiano, ovvero l’inganno di considerare, come pretesa revisione storica, una motivazione niente affatto pertinente alla reale «pietra dello scandalo». Cosa quindi mai da nessuno ritenuta «sospetta».
Così il CAI Centrale si limita a «riconoscere a Bonatti il giusto merito per l’apporto alpinistico da lui dato alla vittoria del K2»… E chi mai, fin dall’inizio, ne aveva dubitato? Risultò insomma, tout court, una finta, assurda e persino ridicola revisione storica.

Dunque, dal mio punto di vista, quello pubblicato sull’ultimo numero di “Montagne360”, è un articolo mendace e ipocrita, anche per come cerchi maldestramente di scansare dati e vicende oggettive che ne minano qualsiasi eventuale valore “positivo” – in primis proprio nell’esaltare 17 anni di favore del CAI verso Bonatti (morto nel 2011, lo ricordo) a fronte di 40 anni di fango. Ovvero 7 anni contro 50, se si considera la “revisione” del 2004.

Ma è pure un articolo ruffiano, visto che sfrutta il traino (ritenuto funzionalmente propizio, con tutta evidenza) della docufiction su Bonatti andata in onda su Rai Uno lo scorso settembre, ed è anche sorprendentemente puerile, per come tenti di avallare la propria versione dei fatti mostrando l’immagine di una dedica di Bonatti all’autore dell’articolo quasi che con essa si possa indubitabilmente sostenere che Bonatti avesse concesso la propria totale riconciliazione al CAI – quando semmai quella dedica dimostra una volta di più la sua costante e grandissima signorilità verso tutti, una dote che chiunque lo abbia conosciuto avrà sempre riscontrato, anche nei suoi momenti più cupi.

Insomma, ribadisco: per quanto mi riguarda, Una verità che arriva da lontano è uno scritto idealmente esecrabile, che da un lato offende la memoria di Walter Bonatti sfruttandone il nome per rivendicare “verità” distorte e fallaci, ma dall’altro dimostra nuovamente la notevole dote del Club Alpino Italiano di palesare, appena dietro la propria prestigiosa immagine storica, il solito armadio pieno di scheletri tanto ipocriti quanto demoralizzanti per chi invece vorrebbe riconoscerne la reputazione e l’autorità riguardo tutto ciò che è “montagna” il più frequentemente possibile.

Quanto sopra, sia chiaro, con il pieno e immancabile rispetto personale e istituzionale delle figure che in questo mio scritto ho più o meno direttamente citato e coinvolto esclusivamente al riguardo degli argomenti disquisiti.

La morte di un lago

[Foto di Staecker, opera propria, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Come muore un lago? Non è certo una domanda che uno si fa abitualmente. Eppure qui, a Moynaq, hai l’impressione che questa sia una domanda che tanti si sono posti ben più di una volta nella vita. Se potessi andare a chiedere in giro a chi ha più di trentacinque anni, tutti avrebbero una mezza idea e qualche spiegazione. Ma non si possono far domande. Appena ho tirato fuori la macchina fotografica in mezzo al paese, accanto alla stazione dei bus, si è accostata un’auto con due figuri in borghese che ci hanno messo poco a farmi capire che no, meglio non fotografare. Meglio non chiedere come muore un lago. Del resto chi è giovane invece l’acqua non l’ha mai vista, ha sentito solo i racconti.
Dall’inizio degli anni Ottanta Moynaq non è più una citta rivierasca. Dalla scarpata di quello che una volta era il lungolago non si vede nulla di azzurro. Solo sabbia e polvere. Il lago d’Aral, il quarto specchio d’acqua dolce (non troppo dolce) più grande del mondo, oggi è un deserto di polvere salata. E allora per spiegare il perché del disastro dell’Aral torna utile il verso di un poeta uzbeko senza nome, che viene citato da Colin Thubron in uno dei suoi libri sull’Asia centrale: «Quando Dio ci amava ci donò l’Amur Darya. Quando smise di amarci di mandò gli ingegneri russi».

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pagg.55-56.)

Nel suo Nostalgistan, Tino Mantarro racconta anche dell’assassinio del Lago d’Aral, uno dei più grandi e sconcertanti disastri ecologici e ambientali mai causati dall’uomo sul pianeta, un evento di quelli che mettono seriamente in dubbio la fondatezza del titolo di “civiltà” che il genere umano s’è attribuito. Ora l’Aral è lì, sotto gli occhi del mondo, con tutto il suo carico di morte, di desolazione e di forza ammonitrice: ma alla fine sanno (sapranno) imparare, gli uomini, da un errore pur così gigantesco?

Potete leggere di più sulla storia e la morte del Lago d’Aral qui, mentre qui potete vedere una significativa presentazione slide su quanto è accaduto. C’è da rimarcare il fatto che dai primi anni Duemila è in corso un tentativo di salvataggio almeno parziale del bacino e del suo ecosistema naturale, in verità sostenuto più da varie organizzazioni internazionali che dai governi locali: se ne parla qui.

Un vaticinio post-sciistico

[Foto di Yann Allegre da Unsplash.]
Vaticino (indicato presente, prima persona del verbo vaticinare): potrebbe ben essere che in un futuro non troppo lontano, anzi, forse ben più vicino di quanto si potrebbe pensare, quei gestori dei comprensori sciistici che oggi guardano storto quando non s’aizzano contro gli ambientalisti (nel senso autentico e fattivo del termine) che spesso criticano la gestione odierna dello sci su pista condotta dai primi e ne osteggiano certi progetti di realizzazione o ampliamento dei rispettivi domaines skiables, vi si prostreranno davanti, a quegli ambientalisti, gementi e imploranti di dar loro una mano per salvare il salvabile dei propri comprensori, che saranno ormai prossimi alla sorte funesta già subita da altre stazioni sciistiche in forza sia della gestione stessa attuata, sia dei cambiamenti climatici sempre più drastici e sia dall’evoluzione delle sensibilità diffuse in tema di fruizione ricreativa delle montagne e dell’immaginario turistico conseguente, il quale non potrà certo più essere come quello fermo a mezzo secolo fa che invece i suddetti gestori (e i loro vari sodali politici, imprenditoriali, finanziari) ancora pretendono di considerare “sacrosanto” e sul quale basano le loro strategie turistico-commerciali, sempre più obsolete, anacronistiche, irreali e decontestuali.

E che cosa potrebbero decidere di fare, in quel momento, i prima tanto vituperati e poi così invocati ambientalisti? Cosa risponderanno, a quella richiesta di aiuto?