Si dice che gli svizzeri si compiacciano di raccontare una storiella del genere: uno svizzero si trovò al cospetto di Dio. “Che cosa desideri?” chiese Dio. “Vorrei le belle montagne bianche, i laghi e molta neve” rispose lo svizzero. Dio, con un gesto della mano, fece apparire le montagne, i laghi e la neve, e disse: “Ma non puoi vivere di questo! Ti concedo di esprimere un altro desiderio. Bada a che sia più pratico!”. “Bene, vorrei una vacca”. La vacca comparve immediatamente. Lo svizzero la munse e offrì un bicchiere di latte a Dio. “Sei un brav’uomo, mio caro svizzero!” disse Dio, “Tutti gli altri prendono quel che do loro e se ne vanno, ma tu sei stato il solo che abbia pensato a me. Ti do la facoltà di esprimere un terzo desiderio. Che cosa vorresti?”. “Un franco e venti centesimi per il latte!”
Questo è un brano tratto dal mio libro Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00
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Oggi è la Festa Nazionale Svizzera, la Confederazione Elvetica “compie” 734 anni. Un compleanno che non posso non festeggiare ogni 1 di agosto, puntualmente.
Qual è di preciso la patologia pandemica – perché di questo si tratta, ne sono certo – che, diffusasi in Italia e solo in Italia, permette la diffusione di questi oggetti turistici tanto insulsi e degradanti, nonché oggettivamente brutti, mentre nel resto del mondo – in tutto il resto del mondo, preciso bene – di “panchine giganti” ce ne sono solo 14?
Forse che c’entri il livello di cognizione e consapevolezza culturale diffusi riguardo il paesaggio?
Chiedo, sempre in tutta semplicità – e franchezza. Ecco.
Questa affermazione di David Herbert Lawrence fin da quando la lessi per la prima volta l’ho resa uno dei princìpi fondamentali (quattro o cinque in tutto, non di più) sui quali cerco di elaborare la mia esistenza quotidiana. Nella mia interpretazione, il «dubbio» è qualsiasi situazione di difficoltà, materiale e immateriale, o di crisi, una circostanza che mette in dubbio la realtà personale fino a quel momento vissuta e in un modo o nell’altro impone una decisione; il «moto» è invece l’andare propriamente detto, soprattutto il cammino, il mettersi in viaggio ma considerando che per me è “viaggio” ogni passo mosso appena oltre l’uscio di casa con la predisposizione di esplorare, conoscere, vivere il mondo e il paesaggio esteriore per farne paesaggio interiore, ben sapendo che il mondo, anche quello domestico e quotidiano, non è mai uguale a se stesso ed è in costante cambiamento. Ma qualsiasi viaggio, quando sia vero, autentico e consapevole, va bene al riguardo, dalla passeggiata di pochi minuti a piedi all’esplorazione di un angolo di mondo lontano, tanto più che «i viaggi sono i viaggiatori», come diceva Pessoa.
Una pratica, questo mio “moto” (che immagino sarà condivisa anche da molti di voi), la quale si rivela duplice: ogni passo messo nel paesaggio esteriore produce pensieri nella mente e coloriture nel paesaggio interiore, l’un moto che alimenta l’altro, un’elaborazione costantemente reciproca che aiuta in maniera ancora più intensa a risolvere qualsiasi dubbio, o quanto meno ad averne una visione più chiara e utile alla sua risoluzione. D’altro canto è moto compiuto e autentico anche quello del pensiero, praticabile pure da fermi se proprio non si abbia la possibilità di muoversi con il corpo. È una preziosa manifestazione di libertà (non a caso si usa spesso l’espressione «libero pensiero» per chi dimostri particolare brillantezza mentale) che infatti difficilmente si riscontra i coloro i quali “ragionano” di pancia o per frasi fatte e idee altrui, dimostrandosi sovente privi di dubbi e conformi a presunte “verità assolute” («La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute», Friedrich Nietzsche, un altro di quei miei quattro-cinque princìpi fondamentali).
[Foto di Franco Michieli, tratta dalla sua pagina Facebook.]Per questo, quando qualcuno che dice di essere «nel dubbio» per qualcosa chiede a me un consiglio per dirimere tale sua condizione di perplessità, sono abbastanza restìo a darne: innanzi tutto, perché al netto della gratitudine alla persona per la considerazione della quale mi fa oggetto, temo di non essere così all’altezza di farlo, di dare consigli veramente validi e preziosi nonché soprattutto indipendenti dalla mia sfera personale (il «se fossi in te farei così» a volte mi pare introduca più un’ingiunzione che un consiglio la quale non tiene conto che ogni individuo fa a sé, anche quelli che usano più la pancia che la testa nel (s)ragionare). Inoltre, perché certi dubbi di genesi prettamente personale credo abbisognino di soluzioni altrettanto personali, il più possibile scaturenti dall’individuo stesso e dalla sua dimensione individuale. Il che non significa che non si possano e debbano accogliere i buoni consigli che altri sapranno dare, ci mancherebbe, ma che in ogni caso, qualsiasi sia la loro costruzione, le suddette soluzioni devono essere un’elaborazione assolutamente personale, il più possibile convinte e consapevoli, manifestazione evidente del proprio pensiero e della personalità specifica.
Quindi, se qualcuno dice a me di essere «nel dubbio» per qualcosa, io molto banalmente ma alquanto sentitamente gli dico: be’, mettiti in moto. E mentre ti muovi usa quel moto per dare energia alla mente come al corpo e liberare il pensiero. Forse così troverai la soluzione al tuo dubbio ma, se anche non la troverai, vedrai le cose molto più nitidamente e potrai capirne meglio il senso e la sostanza, esattamente come, muovendoti nel paesaggio ergo esplorandolo passo dopo passo, ne comprenderai meglio le forme, gli elementi che contiene, le geografie, le peculiarità, gli angoli più belli e quelli meno interessanti, la storia, la bellezza, il fascino, eccetera. Un moto generale e complessivo con il quale si può muovere ogni cosa e anche il tempo, che infatti non esiste se non a sua volta in forma di moto, ce lo insegna la fisica.
È per tutto questo che quell’affermazione di Lawrence l’ho resa un principio fondamentale per me stesso: perché non ho alcun dubbio sulla sua importanza nella mia piccola esistenza che faticosamente cerco di rendere meno inutile possibile.
Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.
Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.
L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquido” Maurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani Montagne” Paolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.
La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.
L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.
Mi duole parecchio tornare a toccare l’argomento “panchine giganti”, un fenomeno che ha già imboccato una rapida decadenza e del quale presto non parlerà più nessuno, in primis quelli (sempre meno persone, in verità) che ora se ne dimostrano entusiasti. Fatto sta che qualche giorno fa “Il Post” ha pubblicato un articolo significativamente intitolato L’invasione delle panchine giganti (lo trovate anche lì sotto) che fa il punto della situazione del fenomeno e rimarca le tante critiche che ha manifestato al riguardo chi si occupa di studio, tutela e valorizzazione del paesaggio (“categoria” nella quale immodestamente mi ci metto anch’io, che infatti sul tema ho scritto parecchio).
L’articolo dà conto anche delle risposte alle suddette critiche da parte di Chris Bangle, l’ideatore e fautore delle “big bench”, che vi riporto qui sotto per come sono state rese dall’articolo:
«Nella vita esistono sempre le critiche, e noi facciamo del nostro meglio per rispondere in modo costruttivo», ha detto Bangle. D’altra parte «i promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio», ha aggiunto, sia in termini di occupazioni di camere che nelle attività dei ristoranti e degli esercizi commerciali. Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che «si diffonda in massa, snaturandosi», ha detto: ha infine paragonato il progetto a Venezia, che è notoriamente alle prese con il problema del turismo di massa, osservando che anche in quel caso «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso».
Personalmente, con tutto il rispetto del caso, mi pare una delle non risposte più notevoli che abbia mai letto, che non affronta affatto le critiche mosse alle big bench – anche perché molte di esse sono ineccepibili – e invece cerca di giustificarne la presenza adducendo motivazioni di una inconsistenza e debolezza sorprendenti.
Rileggiamo la risposta di Bangle in dettaglio. Dunque: che nella vita esistano sempre le critiche è cosa sacrosanta, che si cerchi di rispondervi costruttivamente non è scontato e per ciò è apprezzabile; tuttavia in questa circostanza, vista la mole e la qualità di esse, è cosa formalmente doverosa.
«I promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio»: oddio, vorrei ben vedere che i promotori sostengano il contrario, dacché sarebbe un plateale mea culpa, un’ammissione di fallimento che, è facile supporre, essi non paleserebbero soprattutto all’ideatore delle panchine giganti. Inoltre, sostenere quanto sopra senza portare a sostegno dati concreti risulta ben poco attendibile: è un pour parler he lascia il tempo che trova.
L’affermazione che «Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che si diffonda in massa, snaturandosi» genera da subito un certo sarcasmo. Secondo il sito delle big bench, siamo a 393 panchine esistenti e 64 in costruzione, totale 457 panchinone. «Evitare che si diffonda in massa»? Lo dice seriamente?
Infine, ciliegina finale su una torta già piuttosto indigesta, il paragone con Venezia: che c’azzecca? Sono due cose del tutto imparagonabili, anche nelle rispettive specificità del “turismo di massa”; sostenere poi che «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso», oltre che una banalissima ovvietà, rappresenta un tentativo di sviare l’attenzione da una delle “peculiarità” più negative delle panchine giganti, quella di attrarre visitatori molto più attenti ai selfies che alla conoscenza dei luoghi che le ospitano alimentando un turismo prettamente ludico e puerile. O forse Bangle vorrebbe sostenere che i monumenti artistici e architettonici di Venezia – da lui in sostanza paragonati alle panchinone – possono giustificare una loro fruizione turistica maleducata e degradante? Non penso proprio che voglia farlo, il che dimostra quanto la sua affermazione sia totalmente fuori contesto e funzionale solo al tentativo (fallito) di difendere l’indifendibile.
[Ciò che è successo qualche tempo fa a Triangia, in Valtellina. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Ecco, questo è quanto. Ribadisco: a breve delle panchine giganti non si ricorderà più nessuno (magari verrà inventato qualcosa di ancora peggio ma è un’altra questione, nel caso). Purtroppo, di contro, il timore è che se ne restino lì dove sono state piazzate a centinaia come rottami arrugginiti e cadenti se nessuno si prenderà la briga – che un certo costo avrà, ovviamente – di smantellarli e ripulire l’area. Speriamo vivamente che ciò non accada, e che lì dove ci sono le panchine torni in auge un turismo ben più consapevole, attento e sensibile ai luoghi, alla loro bellezza e alle peculiarità che li caratterizzano e li rendono unici. Un turismo ben più vantaggioso per chiunque, senza alcun dubbio.