Lo “sci del futuro”, fermo al 1970

[Veduta aerea del Passo del Tonale. Foto di Adam Rubáček, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Sembra di avere a che fare con dei racconti ucronici, quando si leggono le notizie di stampa sugli investimenti continui (di soldi per gran parte pubblici, è sempre bene rimarcarlo) nei comprensori sciistici, che in certe zone si stanno facendo particolarmente incessanti – in Lombardia, ad esempio: perché ci saranno le Olimpiadi invernali nel 2026? No, semmai perché ci saranno le elezioni regionali, tra meno di un anno!

Tuttavia, bieche convenienze politico-elettorali a parte (che comunque da queste parti contano sempre, purtroppo), sembra veramente di leggere dei testi di narrativa fantastica che raccontano una storia alternativa e surreale, come dicevo:

(Cliccate sulle due immagini per leggere gli articoli in originale.)

I promotori di quei progetti, che sovente già in partenza non possono essere considerati realistici – quello su Montecampione, ad esempio, dove si vuole rilanciare un comprensorio sciistico posto quasi totalmente a meno di 1800 m di quota cioè in una zona altimetrica nella quale già oggi e ancor più nei prossimi anni non ci saranno più le condizioni climatiche per il mantenimento della neve al suolo, naturale o artificiale che sia – ne sostengono la realizzazione, tra molte belle definizioni lessicali (“strategia di sviluppo”, “sostenibilità”, “destagionalizzazione”, “combattere lo spopolamento”, eccetera) assicurando che garantiranno un futuro alle montagne. È invece palese come tutti questi progetti abbiano lo sguardo rivolto al passato, come se volessero continuamente e ostinatamente riproporre una realtà che non esiste più perché quella vera è ormai diretta altrove, in una diversa dimensione climatica, economica, culturale che apre a nuove e diverse potenzialità nel contempo rendendo quei progetti totalmente fuori dal tempo e da ogni logica. Chi li propone è fermo agli anni Settanta del secolo scorso, all’epoca dello “ski total”, dei grandi “comprensori integrati, a un periodo nel quale il clima era ben diverso rispetto a quello attuale e futuro, quando si pensava che lo sci, e solo lo sci, avrebbe fatto tramontare ogni altra attività di montagna e reso eternamente benestanti i montanari. Invece è successo quasi sempre il contrario – proprio Montecampione ne è un esempio lampante – con danni notevoli per quelle montagne soggiogate alla monocultura dello sci su pista e per questo degradate, impoverite, rovinate.

Così, appunto, mentre il mondo della montagna va da un’altra parte, verso una nuova realtà più o meno difficile ma riguardo la quale è fondamentale strutturare la più articolata resilienza – anche perché, ribadisco, di cose nuove o diverse da poter fare a vantaggio dei territori di montagna ve ne sono a iosa – i personaggi suddetti continuano a vivere e a vedere il mondo come cinquanta o sessant’anni fa, imponendogli progetti non solo irrealistici ma pure ipocriti. Citando ancora l’esempio di Montecampione: come si può parlare di «sviluppo strategico, integrato e sostenibile», di «destagionalizzazione delle presenze turistiche e contrasto allo spopolamento delle aree montane», di «offerta turistica variegata e di qualità» se poi sostanzialmente si investe sempre e solo sullo sci? Cosa si sviluppa, cosa si destagionalizza, come si sostiene concretamente la popolazione delle montagne? Dove sono gli investimenti nel sociale, nelle economie circolari così importanti su base locale, nei servizi alle persone, agli abitanti, nella salvaguardia del territorio e del paesaggio? Niente o quasi: solo sci, sci, sci, sci e poi sci e ancora sci. A quote dove lo sci sparirà presto, ripeto.

Una vera e propria ucronia, di quelle più inquietanti: la riproposizione continua di un passato che non esiste più, che si vuole imporre al presente la cui realtà effettiva è ormai altrove, col risultato di creare un futuro, per le montagne, senza alcuna speranza.

Il “blob” del bob, a Cortina

Agire da furbi proprio non conviene, verrebbe da dire assistendo alla vicenda della nuova pista olimpica di bob, a Cortina. La retorica della Regione Veneto per caldeggiare il nuovo cantiere si è basata anche sulla leva culturale: il nuovo impianto olimpico – hanno detto – sarà un omaggio alla vecchia e gloriosa pista “Eugenio Monti”, ovvero un restauro per portare a nuovo splendore un bene di interesse storico. Che autogol!
Nella realtà – emersa in questi giorni – i lavori previsti dovrebbero iniziare con lo smantellamento completo della vecchia “Eugenio Monti”, per far posto al nuovo tracciato, con curve, traiettorie, andamento che niente ha a che vedere con l’esistente. Forse il nome sì, quello rimarrebbe. Ed è qui che la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Padova con competenza sulla zona ha alzato l’indice: ma come, non doveva trattarsi di una ristrutturazione? Non doveva essere un intervento per tutelare un patrimonio di interesse culturale? []

Comincia così un intervento di Marco Albino Ferrari sulla propria pagina Facebook riguardante la vicenda della nuova pista di bob da costruire per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026; lo potete leggere interamente qui. Una vicenda che appare ogni giorno di più grottesca: da una parte, perché talmente buffa che ci si potrebbe ridere sopra; dall’altra perché, purtroppo, riderci sopra non lo si può fare affatto, visto che il “grottesco cortinese” costerà la bellezza di 85 milioni di Euro (!) a fronte di un impatto ambientale a dir poco sproporzionato e con la quasi certa sorte di diventare, appena conclusi i giochi olimpici, l’ennesima cattedrale nel deserto (alpino), come già accaduto per le infrastrutture realizzato in occasione dei Giochi Invernali di Torino 2006.

Sono ancora sostenibili “Olimpiadi” del genere, nei territori alpini? Il volano economico che produrrebbero (tutto da dimostrare, peraltro) è il “gioco che vale la candela” fatta da tutto il resto di discutibile, controverso, impattante, costoso e pernicioso (a prescindere poi dalle funzionali ricadute politiche, sulle quali è meglio soprassedere)? Ha forse ragione la Cipra – Commissione internazionale per la protezione delle Alpi a sostenere che le Olimpiadi, per come vengano imposte ai territori di montagna, debbano essere bandite da essi?

Tuttavia, a pensarci bene, il problema non sono le Olimpiadi. Sono chi le gestisce, che probabilmente non manifesta alcuno “spirito olimpico”, in primis verso le montagne a cui impone i giochi, già.

(L’immagine in testa al post è di Michele Comi, al solito mirabilmente emblematico tanto quanto chiaro. Il “blob” nel titolo fa ovviamente riferimento a questo.)

“La” zona rossa

Negli ultimi giorni mi sono capitate sott’occhio, in differenti occasioni, alcune mappe dell’Italia in ognuna delle quali vi era un evidentissimo elemento comune: una zona geografica ben precisa colorata di rosso più diffusamente o più cupamente di altre, a segnalare un certo valore massimo rispetto a una determinata specificità oggetto di indagine e alle zone circostanti.

La mappa più recente, vista ieri, evidenzia la percentuale di consumo di suolo in base ai dati dell’Ispra; fate attenzione a quale sia la zona rossa più ampia e dal colore più cupo:

Questa prima mappa me ne ha ricordata un’altra vista pochi giorni fa, relativa alle temperature previste nell’ennesima ondata di calore in corso – che qualcuno, bizzarramente, ancora definisce “anomala”. Anche qui notate la zona più rossa di altre:

Infine mi sono ricordato di un’altra mappa, vista di recente. Indica la concentrazione di particelle inquinanti nell’aria, e di nuovo fate caso a quale sia la zona più rossa:

Capirete ora di quale elemento cromatico comune a tutte e tre le mappe, ovvero di quale solita zona geografica, vi stavo dicendo poc’anzi.

Ecco.

Potrebbe essere solo una inusitata coincidenza, certamente. Oppure no.

Comunque, a questo punto aggiungo una quarta mappa:

Indica la percentuale diffusa nel territorio di politici eletti e amministratori pubblici menefreghisti rispetto alle problematiche relative alle altre tre cartine e a tutto ciò che vi è di correlato. Vi sembrerà strano, inopinato, imprevedibile, incredibile, ma anche qui la zona più rossa di altre è sempre la stessa – ed è peraltro una mappa che resta immutata da decenni.

Che bizzarrissima “coincidenza”, non vi pare?

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai)

[Foto di Fabrizio Lunardi da Unsplash.]
In alcune delle chiacchierate con amici nella realtà e sul web sorte intorno ai tragici fatti della Marmolada, e in generale sul tema “ghiacciai e cambiamenti climatici”, sono saltate fuori le reciproche esperienze di sci estivo sui numerosi ghiacciai alpini che consentivano tale pratica. Intorno agli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, forse la massima “età dell’oro” dello sci estivo, solo sulle Alpi italiane vi erano suppergiù una ventina di comprensori, senza contare gli impianti sciistici non in ambito glaciale che in certi anni particolarmente nevosi restavano aperti per una certa parte dell’estate, sfruttando l’innevamento residuo. Oggi, di quei comprensori italiani ne rimangono solo due: (Cervinia, peraltro sfruttando unicamente gli impianti sul versante svizzero di Zermatt) e il Passo dello Stelvio, che peraltro offrono poche piste rispetto a un tempo e condizioni a dir poco deprimenti.

Ripensando alle chiacchierate prima citate, ho riflettuto sul fatto che, se in tema di cambiamenti climatici le diffuse immagini fotografiche comparative sullo stato di un tempo e su quello attuale di numerosi ghiacciai rappresentano un’ottima e immediata dimostrazione di ciò che sta avvenendo, per certi versi comparare le immagini passate dei ghiacciai sui quali fino a non molti anni fa si sciava d’estate con quelle attuali e constatare le loro sconsolanti condizioni, sovente accentuate nella loro cupezza dai rottami delle infrastrutture sciistiche rimaste lassù, è persino più emblematico. Su molte di quelle misere lingue di ghiaccio scuro, quasi sempre prive di neve residua, a volte coperte dai teli geotessili per cercare di difenderle dai raggi solari (ma non certo per “salvarle”, come si usa dire in questi casi), in tanti casi ormai prossime all’estinzione totale, qualche decennio fa c’erano piste d’ogni difficoltà, impianti di risalita e migliaia di appassionati che sciavano immaginandosi di essere nel pieno dell’inverno a fine luglio: un “prodigio naturale” tanto emozionante e suggestivo quanto divertente.

Invece, in pochi anni, a una velocità realmente sconcertante, è finito e sparito quasi tutto. In quelle località, realmente la montagna è diventata un’altra cosa rispetto a ciò che era, il suo paesaggio è ora inesorabilmente percepito e considerato in modi totalmente differenti rispetto a qualche tempo fa, la sensazione è quella di un luogo differente se non proprio “altro”, il che genera di conseguenza una relazione antropica con esso altrettanto differente, gioco forza, probabilmente anche di tono cupo ed effetto repulsivo quando invece un tempo risultava in ogni senso attrattiva e affascinante – anche solo per il fatto che dove una volta c’erano ampie distese glaciali innevate oggi spesso ci sono soltanto vaste e sterili pietraie.

In una serie di post che inizia da questo vi proporrò dunque alcune immagini, poche ma emblematiche (a volte di bassa qualità digitale, ma hanno i loro anni!), dei ghiacciai alpini al tempo in cui vi si praticava sci estivo e altre che ne mostrano le condizioni attuali. È un ulteriore, forse banale ma io spero comunque significativo contributo per capire non solo l’importanza della questione climatica ma pure – sotto certi aspetti anche di più – quanto le montagne stanno cambiando e cambieranno nei prossimi anni, anche quelle sulle quali magari negli anni scorsi abbiamo passato piacevoli e confortevoli momenti e ora facilmente ci sembreranno luoghi che tutto sono fuorché gradevoli e accoglienti.

Inizio con il ghiacciaio oggi tragicamente sulla bocca di tutti, quello della Marmolada, sul quale si è praticato lo sci estivo fino al 2006:

Il ghiacciaio nel 1995, con alcune delle piste presenti, sul versante che a NE scende verso il Passo di Fedaia.
La parte alta del ghiacciaio, sempre nel 1995, vista da poco sotto Punta Serauta verso la cresta sommitale della Marmolada.
Immagine del 12 luglio 2022, ore 10.10, tratta dalla webcam della stazione funiviaria di Punta Serauta (più o meno dalla stessa zona da cui è stata presa l’immagine qui sopra), che mostra ciò che resta della parte alta del ghiacciaio.

Su “Lecco News”

Anche “Lecco News” riprende le mie riflessioni su quanto accaduto in Marmolada e in generale su ciò che sta avvenendo sulle nostre montagne in forza della “nuova” e senza dubbio delicata realtà climatica che stiamo cominciando ad affrontare; per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra.

Ringrazio molto la redazione per l’attenzione e la considerazione che ha voluto dedicare alla mia analisi, che spero tanto interessante quanto utile alla necessaria consapevolezza diffusa sul presente e sul futuro che ci aspetta – sui monti e non solo lassù.