Ecosistemi ed egosistemi

Francesco Azzalini mi porta a vedere un cippo veneziano nascosto in un bosco vicino, datato 1600, che delimitava un pascolo interno della foresta. Strada facendo mi fa notare i giovani e sottili faggi alti pochi centimetri che iniziano ad affacciarsi tra l’erba, ai margini del bosco. “Crescono senza essere stati brucati dai cervi o dai caprioli, ottimo segno; tutto merito dei lupi”, dice con evidente soddisfazione. Cosi il discorso si sposta dal mondo vegetale a quello animale. “Nella foresta ci sono molti cervi, ben più di quanti l’ambiente ne possa sostenere nel giusto equilibrio”, mi spiega il mio accompagnatore cimbro. “Con il loro riprodursi, insieme ai cinghiali e ai caprioli, hanno fatto fuori tutto il sottobosco. Fino a qualche tempo fa non c’era più traccia di erbe, cespugli, bacche e nemmeno di giovani alberi. Però dove ci sono prede arrivano inevitabilmente i predatori naturali, e cosi ecco qualche orso e soprattutto i lupi tornare ad aggirarsi nei boschi. Questo ha indotto i cervi e gli altri ungulati a uscire e a vivere allo scoperto, tra i prati e le radure, perché cosi possono vedere meglio chi sta loro alle calcagna e darsi alla fuga. Ciò ha fatto in modo che il vario sottobosco iniziasse a crescere di nuovo rigoglioso, ricreando l’ambiente perfetto per i piccoli roditori, i rettili, le martore e le faine, e gli uccelli d’ogni tipo, compreso il gallo cedrone, pur se al momento rimane una rarità”.

[Franco FaggianiLe meraviglie delle Alpi, Rizzoli/Mondadori, 2022, pagg.186-187. La fotografia in testa al post è mia.]

«Ecosistema (/e·co·si·stè·ma/, sostantivo maschile): l’insieme degli organismi viventi (fattori biotici) e della materia non vivente (fattori abiotici) che interagiscono in un determinato ambiente costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico». Ecco, questa è una definizione lessicale di “ecosistema” che si può trovare su un buon vocabolario; Faggiani, nel suo libro (la cui mia recensione potete leggere cliccando sulla copertina qui accanto), dà invece una definizione esperienziale che si può ricavare da un luogo biologicamente sano. Sia l’una o l’altra che si voglia considerare, pare che la civiltà umana abbia trascurato se non dimenticato entrambe ciò nonostante dell’ecosistema anche l’uomo farebbe parte e, per questo, dovrebbe contribuire a preservare quell’equilibrio dinamico citato. Invece no, troppo spesso non va così e nemmeno ci si rende più conto che la rottura dell’equilibro ecosistemico naturale non danneggia solo due specie eventualmente concorrenti e quelle afferenti – l’uomo e il lupo, ad esempio – ma viene danneggiato l’intero ambiente naturale che, come la definizione lessicale indica, si fonda su un sistema di relazioni biotiche e abiotiche dal quale tutti possono trarre vantaggio ovvero possono subire danni. Ma quando invece i vantaggi vanno solo a pochi, pure questi pochi (i quali, chissà perché, hanno sempre fattezze umane) in verità subiscono dei danni: solo che, credendo di stare dalla parte dei “vincenti”, purtroppo non sono in grado di rendersene conto, appunto.

La necessità di una responsabilità politica, nei progetti in montagna

Premessa (una tra le tante possibili): nell’immagine qui sopra (di Andrea Cunico Jegary) vedete la nuova seggiovia del Monte Kaberlaba, sull’Altopiano dei Sette Comuni, costata al Comune di Asiago 2 milioni e 800 Euro (soldi pubblici, certamente) e al momento, mi riferiscono, raramente utilizzata per ovvie ragioni climatiche. Si notino le quote altimetriche alle quali la seggiovia è stata installata.

Ora: quando mi ritrovo a leggere di progetti di “sviluppo” e infrastrutturazione turistica nei territori montani che fin da subito appaiono palesemente ad alto rischio – in molti sensi: economico, ecologico, ambientale, eccetera – torno a pensare che in tali situazioni c’è una mancanza grave, tra le tante, che invece dovrebbe rappresentare un elemento imprescindibile, anche a livello giuridico, di queste iniziative: la responsabilità. Responsabilità di chi le sostiene e a volte le impone, di chi le avvalla amministrativamente, di chi pone le firme sui documenti che le approvano, di chi per realizzarle spende soldi pubblici i quali, essendo tali cioè di tutti noi, devono imporre una chiara e piena giustificazione pre e ancor più post spesa.

Mettiamo un altro caso concreto, ovvero un progetto che sto seguendo con particolare attenzione: quello per il quale si vorrebbero realizzare nuove infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, con relativo impianti di innevamento artificiale a 1100 m di quota, nonostante le caratteristiche del luogo, la realtà climatica attuale e le potenziali alternative per la frequentazione turistica del territorio in questione, spendendo per tutto ciò buona parte dei 5 milioni di Euro (soldi pubblici, ribadisco) previsti dal progetto di sviluppo turistico proposto dalle amministrazioni locali. Poniamo che infrastrutture varie e innevamento artificiale vengano realizzati, e poniamo di contro che le condizioni climatiche che da anni stiamo constatando e che col tempo diventano sempre meno consone allo sci al di sotto dei 2000 m, proprio come in questi giorni ne stiamo avendo prove concretissime (e non è che al di sopra di questa quota le cose vadano tanto meglio, peraltro), confermino l’insensatezza e l’inadeguatezza delle infrastrutture realizzate spendendo tutti quei soldi pubblici, che resterebbero inutilizzate e rapidamente diverrebbero dei rottami – come peraltro già successo per precedenti simili interventi, sul Monte San Primo… ecco: se ciò dovesse accadere, chi ne pagherà le conseguenze? A chi dovrà necessariamente imputata la responsabilità degli errori commessi e dei soldi pubblici sperperati? A nessuno di quelli che questi errori li hanno pensati, avallati, imposti, commessi?

Io temo che la proliferazione di così tanti progetti turistici (e affini a ciò) illogici, insensati, fuori contesto e impattanti in territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, che avrebbero invece bisogno di ben altre progettualità di sviluppo, turistico e non, sia generata anche da questa mancanza di riconoscimento normato delle necessarie, doverose responsabilità amministrative, politiche e istituzionali ad essi relative, ancor più indispensabile – rimarco di nuovo – perché di mezzo ci sono molti soldi pubblici spesi ovvero sperperati. Da questo punto di vista il pubblico – cioè noi tutti – ne paga subitamente e ineluttabilmente le conseguenze, visto che i nostri soldi vengono buttati alle ortiche in progetti palesemente sbagliati: e perché chi il pubblico rappresenta istituzionalmente e per esso decide, quasi sempre in assenza di un confronto pubblico sulle idee proposte, non può e non deve pagare altrettante conseguenze? Non ci può essere nessuna responsabilità per chi impone iniziative così chiaramente insensate, così avulse dalla realtà dei fatti e dalle caratteristiche dei territori che le subiscono? Si devono salvare sempre, costoro, anche se è loro la responsabilità fondamentale di quanto perpetrato e, come frequentemente accade, dei danni materiali e immateriali e del conseguente degrado cagionati al territorio?

Mi sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra, questa. Eppure sovente finisce proprio così, tutt’al più il politico/amministratore dissennato non viene più eletto, fa ciao-ciao e “sparisce”  lasciando la gestione dei guai compiuti ai suoi successori – sperando che questi abbiano la capacità e le competenze per risolverli e non ne peggiorino ulteriormente gli effetti.

Chiedo di nuovo: vi sembra giusto?

Io credo che in queste circostanze la garanzia dell’assunzione di responsabilità, preventiva e susseguente agli interventi decisi e realizzati, debba essere un elemento da rendere presente e giuridicamente assicurato ben più di quanto oggi le leggi in vigore prevedevano e, soprattutto, molto più di come queste vengano attualmente osservate. Non è più possibile permettere che chiunque acconsenta di sperperare soldi pubblici, di realizzare infrastrutture degradanti che arrecano danni a volte permanenti al territorio e all’ambiente, di depauperare le risorse naturali – altri elementi che sono di tutti –, di imporre scelte che fin da subito risultano prive di qualsiasi buon senso e lo faccia per arroganza, incompetenza, inadeguatezza amministrativa, mania di protagonismo, strumentalizzazione ideologica, possa passarla liscia. Non ce lo possiamo più permettere, punto.

Epilogo: posto l’impianto sciistico mostrato nell’immagine in testa al post e qui preso a esempio emblematico (tra i tanti, troppi possibili, ripeto), le sue caratteristiche, i soldi pubblici che sono stati spesi per installarlo, l’alta possibilità che, in forza della climatica che già stiamo affrontando e che i report scientifici all’unisono indicano in ulteriore aggravamento negli anni futuri, non sarà utilizzato come il suo investimento imporrebbe e dunque posta l’evidente insensatezza di un’opera del genere e la conseguente distrazione di fondi pubblici che, forse, si potevano impiegare in modi ben più virtuosi e utili per le comunità locali, si chiede: veramente nessuno ne può e deve rispondere di un tale investimento a perdere destinato a una pressoché inevitabile malasorte?

Franco Faggiani, “Le meraviglie delle Alpi”

Senza nulla togliere ad altri spazi del mondo nel quale viviamo, le montagne sanno identificare in modo profondo e compiuto il significato antropologico del termine “luogo”, ove con questo si intenda uno spazio verso il quale l’uomo elabori una relazione di matrice culturale – interagendovi, modificandolo, abitandolo, sfruttandolo ma anche semplicemente contemplandolo – che conferisca allo stesso un’identità ugualmente culturale referenziale e riconoscibile, quella a cui i Romani avevano dato il titolo di Genius Loci. Nonostante l’aspetto naturale apparentemente intatto, anche dove questo sembri del tutto evidente, tra le montagne, e in special modo in quelle che si elevano nelle zone più antropizzate del mondo (dunque Appennini e Alpi, per noi), sono ben pochi gli angoli che non mostrano i segni della presenza e dell’attività storiche dell’uomo, d’altro canto è cosa risaputa che proprio la catena alpina rappresenta la regione montuosa più antropizzata del pianeta nonché quella forse sottoposta alla più estesa mediazione culturale, in termini di immaginario e non solo. Se tale caratteristica implica da un lato numerose problematiche ben intuibili, soprattutto riguardo la salvaguardia dell’ambiente naturale alpino, dall’altro ha conferito alle Alpi un’anima potente e profondamente evocativa, colmata lungo i secoli di storie, relazioni e narrazioni umane al punto da poterle considerare, le Alpi nel complesso, un iper luogo nell’accezione positiva della definizione antropologica (la quale diventa negativa nel caso del luogo sovraccaricato, anche forzatamente, di significati: spesso la città è così). Ciò rende ancora più inquietanti quei processi di turistificazione dissennata così frequenti un po’ ovunque, lungo la catena alpina, che invece rischiano di trasformare certi ambiti alpini prima in iper luoghi in senso negativo e poi addirittura in non luoghi, sorta di orrende periferie in quota delle aree metropolitane funzionali alla massificazione turistica e pressoché antitetiche a qualsiasi idea di montagna autentica.

Fortunatamente, pur tra i numerosi disastri a cui ho fatto appena cenno quali effetti non sempre collaterali dell’antropizzazione diffusa, le Alpi conservano ancora ampi spazi geografici liberi dall’eccesiva presenza umana, che come libri antichi e preziosi sui quali s’è impressa la storia dei monti in loco e di chi li ha in vario modo vissuti, sono capaci di raccontare meravigliose storie che aspettano solo d’essere còlte, lette e ascoltate, comprese e amate. Per scovare alcune di quelle tra le più significative, emblematiche e affascinanti, s’è messo in cammino lungo le Alpi uno scrittore che assai spesso ha scritto di montagne in modi vari ma sempre notevoli: Franco Faggiani, tra i pochi a saper narrare i monti senza quella retorica a metà tra il romanticismo decaduto e la retorica conformista che spesso caratterizza la cosiddetta “letteratura di montagna”. Il risultato di quei suoi cammini alpini è Le meraviglie delle Alpi (Rizzoli/Mondadori, 2022), vero e proprio diario geografico più che cronologico tra le cui pagine Faggiani ha condensato la narrazione di dieci itinerari montani lungo la catena alpina, da Occidente a Oriente, ciascuno dotato di un tema peculiare legato alla storia e alla geografia dei luoghi e per ognuno dei quali l’autore si è fatto accompagnare da un personaggio locale, conoscitore particolare delle montagne attraversate, così da incrociare le rispettive esperienze – quella del viandante esploratore e quella dell’indigeno esperto – lungo il cammino per acuire la percezione dei luoghi e delle loro peculiarità []

(Potete leggere la recensione completa de Le meraviglie delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il gigantesco tritacarne olimpico

Su “Il Giorno” di sabato 31 dicembre scorso è uscita una bella e illuminante intervista a Michele Comi in tema di Olimpiadi invernali e turistificazione selvaggia delle montagne con il pretesto del “grande” evento olimpico. Michele sa essere sempre chiaro, lucido e pragmatico, d’altro canto vivendo di e in montagna dunque conoscendo a fondo la realtà alpina italiana: la sua testimonianza dal campo è ben lontana da qualsivoglia strumentalizzazione e assolutamente aderente a quella sensibilità e alla cura che i nostri territori montani abbisognerebbero e che invece vengono puntualmente disattese, in primis da buona parte dei loro amministratori pubblici. La cui volontà di svendita e consumo delle montagne appare veramente competitiva in un modo che nemmeno nelle gare olimpiche si potrebbe constatare!

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo, oppure scaricatelo in pdf qui.

P.S.: si noti il tentativo della redazione del giornale di generare una sorta di par condicio con l’articolo in taglio basso, dedicato guarda caso all’area sciistica della valle nella quale vive e lavora anche Michele. Per carità, liberissimi in redazione di impostare il giornale come loro pare e piace, ci mancherebbe, ma l’accostamento è comunque significativo, ecco.

«E il Ghiacciaio della Marmolada, te lo ricordi?»

A proposito di ghiacciai che spariscono*, come quello dell’Adamello del quale ho scritto di recente qui, ho trovato le immagini di un altro “caso” assolutamente significativo al riguardo relative a un ghiacciaio divenuto tristemente celebre, la scorsa estate.

In quella sopra pubblicata, risalente agli anni a cavallo tra fine Ottocento e primi del Novecento, potete vedere la grotta-bivacco scavata sotto Punta Penia, la cima più alta della Marmolada, considerato il rifugio più antico delle Dolomiti e uno dei primi in assoluto delle Alpi. Il tizio in posa all’ingresso è Alfred von Radio-Radiis, alpinista e industriale austriaco, pioniere dell’industria automobilistica, discendente da un’antica famiglia nobile goriziana e all’epoca celebre frequentatore delle Dolomiti. Il bivacco venne realizzato tra il 1874 e il 1876 e vi si accedeva direttamente dal ghiacciaio, come si nota nell’immagine e come fu possibile fare fino agli anni Venti del secolo scorso.

[Cliccate sull’immagine per leggere un articolo che racconta la storia della grotta-bivacco.]
Oggi ovvero un secolo dopo la grotta-bivacco è posta oltre ottanta metri sopra il livello attuale del ghiacciaio della Marmolada (o di quel che ne resta), e vi si può accedere soltanto disarrampicando con manovre di corda dall’alto. Fosse pure ancora utilizzabile come alloggio di emergenza, risulterebbe pressoché inaccessibile.

Più di ottanta metri di spessore di ghiaccio, ovviamente esteso per la larghezza e la lunghezza di qualche chilometro e lì presente da chissà quanti secoli, svaniti in soli cento anni e con maggior rapidità negli ultimi tre decenni. Era come un grande serbatoio di acqua potabile, solidificato in loco da condizioni climatiche ora ugualmente svanite, una preziosa riserva idrica che non abbiamo più a disposizione e che nelle condizioni attuali non si potrà più ricostituire.

Ecco. Ognuno tragga pure le considerazioni e le conclusioni che preferisce.

N.B.: cliccando sull’immagine qui sopra, sulla quale ho evidenziato con la freccia la posizione della grotta-bivacco ad agosto 2020 – e si noti quanto è in alto rispetto al ghiacciaio attuale, la cui superficie nel frattempo si sarà ancora più abbassata – potrete vedere un video de “Il Corriere delle Alpi” che racconta la sua storia passata e presente.

*: «Ma come? Parli di ghiacciai che si sciolgono pure ora che siamo in pieno inverno?»
Secondo Arpa Lombardia, sabato prossimo, ultimo giorno dell’anno 2022, «lo zero termico sarà attorno a 3000 metri, in ulteriore risalita nella giornata. Attorno a 3600 metri in serata». Significa che ci sono le condizioni affinché pure in pieno inverno i ghiacciai si possano sciogliere e dunque sì, ne parlo anche ora.