Il divertente (e un po’ grottesco) cortocircuito del Passo della Presolana

Dunque, sabato 22 novembre al Passo della Presolana si sarebbe dovuta inaugurare la pista da sci di plastica della quale vi ho riferito qualche giorno fa qui, ma tutto deve essere rimandato alla prossima primavera perché sta nevicando (si veda la notizia lì sopra).

Fate caso a quale cortocircuito si crea: in pratica, una “pista” creata per “sciare” senza neve non può essere utilizzata perché c’è la neve, quindi bisogna aspettare la prossima primavera per “sciare” senza neve sulla plastica.

Capito? Oppure no? (Entrambe le possibilità sono legittime, sappiatelo! 😅)

E se invece lassù (come altrove in circostanze simili) si provasse a pensare, in modo ben più sensato, di sciare quando c’è la neve naturale (come dovrebbe essere, di norma) e di elaborare un progetto di frequentazione turistica del luogo adatto a quando la neve non c’è, preservando la bellezza naturale del luogo (ce n’è a iosa, in zona Presolana) senza banalizzarlo e, soprattutto, senza spargere plastica sui prati solo per soddisfare la pretesa (un po’ perversa) di alcuni di sciare senza neve? È troppo difficile? O forse è troppo logico per la molto poco razionale mentalità odierna alla base di certo turismo montano molto consumistico e poco contestuale rispetto ai luoghi a cui viene imposto?

Di sicuro quel che sarà ben chiaro a molti è che il tentativo di sfuggire alla realtà di fatto – climatica e non solo – che caratterizza i territori montani e la mancanza di volontà di elaborare iniziative – turistiche, ma non solo – ben più consone ai luoghi, alle loro peculiarità e alle potenzialità che offrono, oltre che più funzionali al benessere presente e futuro delle comunità, trascina sempre più il turismo sciistico verso il ridicolo e il grottesco, minandone seriamente il valore sportivo sociale, culturale e il senso della sua pratica, oltre ovviamente ai vantaggi per i territori coinvolti che da beneficiari ne diventano danneggiati.

Sia quel che sia, ribadisco: se questo è «il futuro dello sci» e di certe stazioni sciistiche, be’, che cominci a pensare di vendere sci e scarponi, chi ancora ce li ha per utilizzarli lì, che tanto a breve in tali luoghi non serviranno più!

In futuro scieremo tutti sulle piste di plastica (come al Passo della Presolana)?

[Immagine tratta da www.bergamonews.it.]
Potrei elaborare molte considerazioni in merito alla nuova pista da sci di plastica che viene inaugurata sabato 22 novembre al Passo della Presolana, sulle Prealpi Bergamasche, così come sulle altre simili già presenti in certe località montane che tentano disperatamente di restare aggrappati al business turistico dello sci, ma credo che ripeterei le cose che già altrove potrete leggere al riguardo, in merito all’effettiva sostenibilità ambientale di tali piste, al problema delle microplastiche che diffondono (problema grave anche sui monti e risaputo, ma sottovalutatissimo), all’“accanimento terapeutico” che promuovono in località che proprio non riescono a pensare come elaborare una proposta turistica post sciistica e più consona ai loro territori ovvero, nel caso, specifico, alla tristezza che mi fanno Kristian Ghedina e Peter Runggaldier, due grandi campioni dello sci italiano “d’una volta”, che accettano di essere «ospiti d’onore» dell’inaugurazione, eccetera.

Dunque propongo solo un paio di considerazioni, forse meno ovvie e citate, sul tema (posto che, dal mio punto di vista, piazzare migliaia di metri quadri di plastica su prati di montagna è un reato ambientale, vedi sopra).

[Immagine tratta da www.neveplast.it.]
La prima: si vogliono installare piste di plastica che permettono di sciare tutto l’anno? Va bene, non c’è problema: ma si realizzino in città! Perché mai farle in montagna? Veramente si crede che una pista di plastica di qualche centinaio di metri di lunghezza destinata, per bocca degli stessi promotori dell’opera, ad un massimo di 80 persone, possa salvare o addirittura «rilanciare» l’economia turistica di una località nella quale un tempo si sciava e ora non si può più? Be’, è pura fantascienza. E perché d’altro canto – poniamo il caso – uno sciatore/snowboarder agonista o principiante oppure una famiglia di Milano dovrebbe farsi due ore di auto in andata e altre due al ritorno per sciare su una pista di plastica con un dislivello di circa 50 metri che potrebbe benissimo essere installata su qualsiasi elevazione cittadina o addirittura su qualche manufatto adatto allo scopo, temporaneo oppure permanente come è stato fatto a Copenhagen? Che senso ha?

Dunque si facciano in città queste piste di plastica, in un ambiente già iper-antropizzato il quale per ciò subirebbe meno opere del genere rispetto alle montagne: così si preserva l’ambiente alpestre, la sua bellezza naturale e la sua cultura peculiare, si permette alle località di rilanciarsi veramente tramite progetti turistici ben più logici, consoni, articolati e vantaggiosi per tutta la comunità, si evita la diffusione di microplastiche, l’inquinamento dei veicoli degli sciatori i quali non devono sobbarcarsi viaggi di ore per allenarsi e, indirettamente, si preserva l’attività delle stazioni sciistiche che invece possono rimanere aperte perché a quote maggiori e dotate di comprensori con condizioni migliori oltre che superfici sciabili ben più adatte tanto agli agonisti quanto ai principianti.

[Immagine tratta da www.neveplast.it.]
La seconda considerazione: i promotori di queste piste da sci, e di installazioni analoghe, affermano che rappresentano «il futuro dello sci» ovvero il modo per preservarne l’attività nonostante gli effetti della crisi climatica. E se invece la verità fosse il contrario, cioè che queste opere stanno invece cancellando lo sci per come viene normalmente inteso e dunque anche la relazione culturale “naturale” tra attività sciistica e ambiente montano? Come ho denotato poco sopra, le piste da sci di plastica e, per citare un altro esempio, gli ski dome si possono tranquillamente realizzare ovunque, non solo e non tanto in montagna, sulla quale la realtà climatica in divenire sta viepiù eliminando, sotto i 2000 metri di quota, le condizioni climatiche e ambientali necessarie allo sci. Nel frattempo, le statistiche dimostrano non casualmente che lo sci sta diventando un’attività sempre meno praticata da chi sale sui monti a svagarsi e a far vacanza, anche perché, pure nel caso che nevichi o che vi sia neve artificiale, le condizioni delle piste raramente sono ottime per sciarci dilettevolmente e gli stessi vacanzieri capiscono bene che, adattandosi a quello che la montagna naturalmente offre (ciaspolate, camminate, enogastronomia, eccetera), ci si diverte di più.

Tutto questo artefare lo sci per mere ragioni commerciali tramite neve artificiale e piste di plastica ne sta snaturando il senso e lo spirito e vi sostituisce una finzione che lo rende altro rispetto a ciò per cui viene riconosciuto – e parimenti viene relazionato alle montagne e al loro paesaggio (è quello che io definisco “effetto bambola gonfiabile”, e capirete bene con quale accezione). Per cui, appunto, chiedo: questo processo evidente e inevitabile non è che invece di “salvare” lo sci ne accelera la fine, in quelle località dove palesemente non si può più sciare e farlo in modo così artificiali rende la pratica tanto irrazionale quanto grottesca?

Ecco, questo è quanto.

[Immagine tratta da www.neveplast.it.]
E auguri vivissimi al Passo della Presolana, posto meraviglioso e ricco di infinite possibilità turistiche non sciistiche evidentemente poco o per nulla còlte, lassù: credo proprio che ne abbia bisogno, nel bene e nel male che dovrà affrontare.

Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.

Lo stesso paesaggio, sempre diverso

Il paesaggio non è mai uguale a se stesso e parimenti il luogo che identifica non è mai lo stesso, anche se sembra tale, persino se è la millesima volta che lo si visita e contempla.

Questa verità me la riconfermo ogni volta che torno in Valle della Pietra, laterale della Valgerola che a sua volta lo è della Valtellina: secondo me uno dei posti più belli delle Prealpi lombarde. Salendo da Gerola o da Laveggiolo e superando la boscosa dorsale nordorientale del Pizzo Melàsc, mi ritrovo davanti la testata della valle in tutta la grandiosa potenza alpestre che la caratterizza e che lo sguardo può cogliere. Non so quante volte l’abbia percorso, quell’itinerario che d’altro canto è parte della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese: decine e decine di sicuro, eppure ogni volta lo stupore nell’osservare il paesaggio della Valle della Pietra è lo stesso della prima, il colpo d’occhio appena fuori dal bosco mi sgrana tanto le palpebre quanto la mente e l’animo, sicché per qualche secondo non posso che restare imbambolato a godermi la straordinaria visione.

Lo stesso paesaggio di sempre ma ogni volta diverso: sembrerebbe un controsenso, questo, e invece è la pura verità. Cambiano le condizioni ambientali, il tempo, la luce e le ombre, i colori, i profumi, la vegetazione e ancor più ogni volta sono cambiato io che osservo. Il paesaggio esteriore cambia perché è cambiato il paesaggio interiore e, come ha scritto Lucius Burckhardt, «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Ecco perché non è mai uguale anche se così a molti appare, e perché ogni volta che lo si osserva può suscitare le stesse impressioni della prima volta: è come se a ciascun ritorno in quel paesaggio lo si ricreasse, come se la nostra mente lo reinventasse ex novo in base alle condizioni del momento e alle sensazioni dell’osservatore.

Posso tornare infinite volte nello stesso luogo conoscendone ormai a menadito ogni suo elemento, anche il più microscopico e insignificante, eppure mi sento sempre come se vi giungessi per la prima volta. In fondo, così facendo, ogni volta non rigenero solo il paesaggio ma pure me stesso. Credo sia un buon modo per sentirsi vivi e esserne gratificati, questo.

Se a Foppolo pagheranno lo skipass anche scialpinisti e ciaspolatori

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Sta facendo parecchio discutere la notizia apparsa da sabato sui media locali (in effetti sembra un pesce d’aprile fuori stagione) che dà conto di come dal prossimo inverno a Foppolo anche scialpinisti e ciaspolatori dovranno pagare uno skipass in caso di transito, anche parziale, lungo i tracciati delle piste di discesa. E la discussione, come si può ben evincere dai social, è piuttosto univoca: un profluvio di critiche verso la società che gestisce il comprensorio sciistico bergamasco. Che ne pensate voi?

Per come la vedo io, la decisione (sempre che non sia uno scherzo, ribadisco: c’è da sperarlo fino all’ultimo) dimostra bene la mentalità monoculturale con la quale viene gestita l’industria dello sci contemporanea, la quale si sta scavando da sola la fossa sotto i piedi anche più di quanto lo stia facendo la crisi climatica. Se da un lato è palese che tra pochi anni a Foppolo non si potrà più sciare in forza delle condizioni climatiche, dall’altro la società di gestione del comprensorio (il quale è ancora “traballante” per i grossi problemi economici e giudiziari degli anni scorsi) rimarca di aver deciso il pagamento dello skipass anche a chi non pratica sci da discesa già la scorsa stagione, «a seguito dei tantissimi scialpinisti che utilizzavano le piste».

[Le piste di Foppolo nell’inverno 2022: nastri di neve finta in mezzo ai prati ancora verdi.]
Ecco, per l’appunto: lassù c’è una gran massa di frequentatori delle montagne del territorio la cui presenza sta indicando ai gestori della località la via da seguire, ovvero la dismissione graduale del comprensorio sciistico senza più futuro e la trasformazione in una località destinata alle attività escursionistiche non meccanizzate e ben più sostenibili anche in relazione all’evoluzione futura della crisi climatica. Cosa fanno invece i gestori foppolesi? Li “maltrattano” imponendo loro uno skipass, sperando evidentemente di allontanarli dal proprio “dominio” intoccabile oppure di specularci sopra, visto quanti sono e posta la sorte ormai segnata di impianti e piste, ma di contro fomentando una gran protesta popolare contro l’intera località che così rischia di essere danneggiata doppiamente.

Be’, non c’è che dire: il futuro turistico di Foppolo è proprio nelle mani di geni assoluti! Complimenti!

P.S.: qui trovate altri articoli nei quali in passato ho scritto di Foppolo e della sua frequentazione turistica.