Una strategia per “soffocare” le località che fanno a meno con successo dello sci? Il caso (ennesimo) di San Simone

[Veduta della conca di San Simone. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Camminando sulle Orobie”.]
È una “strategia” dozzinale ma funzionalmente congegnata? Viene sempre più da supporlo, a giudicare ciò che sta accadendo in alcune località montane ex sciistiche, nelle quale da un po’ di tempo (anche diversi anni) gli impianti sono fermi, le piste chiuse e, per tale motivo, sono diventate mete assai frequentate del turismo invernale alternativo allo sci, quello di ciaspolatori, scialpinisti, camminatori, famiglie con bambini e bob, eccetera. Località che dunque sono rinate, in maniera spontanea ma concreta e emblematica di ciò che succede quando un’attività monoculturale come lo sci su pista, che spesso esclude ogni altra assoggettando i territori coinvolti al suo esclusivo servizio, non c’è più: ogni altra cosa rifiorisce, con stupore degli stessi operatori turistici locali e con gran successo presso un numero crescente appassionati di montagna che hanno deciso di non acquistare più uno skipass (ovunque sempre più caro, d’altronde) per godersi una bella giornata in quota sulla neve e dunque raggiungono tali località.

Tuttavia una così bella e proficua realtà sempre più diffusa (vista la crisi avanzante dello sci e di molte stazioni ormai insostenibili sia climaticamente che economicamente) a qualcuno tacitamente non piace, non va bene, dà fastidio. Ecco dunque che spuntano certi soggetti – politici locali e loro sodali, innanzi tutto, con i soliti appoggi regionali – i quali cosa propongono? Di riaprire o reinstallare gli impianti sciistici! Ma se quelle località sono rinate proprio perché il comprensorio sciistico non è più attivo, proponendosi ora come mete del turismo più avanzato oltre che sostenibile e consapevole, un turismo indipendente dalle conseguenze della crisi climatica e sempre più in grado dello sci in crisi di garantire una frequentazione stabile delle località e dunque un’economia nel complesso più proficua per gli operatori turistici e le comunità locali! Ci sono o ci fanno, quei soggetti?

Dico che sia una “strategia” non solo perché, in questo nostro paese, a pensar male si fa peccato ma solitamente s’indovina. Lo dico perché di casi del genere ce ne sono ormai numerosi: dai Piani di Artavaggio, in Valsassina, il cui comprensorio sciistico venne chiuso nel 2000 per insostenibilità climatica e economica e negli anni è diventata una delle mete del turismo dolce più rinomate della Lombardia, dove qualche anno fa si propose di installare una nuova seggiovia, all’Alpe di Paglio, tra Valsassina e Valvarrone, con impianti chiusi nel 2005 e pista lasciata libera per i non sciatori, dove nei fine settimana trovare un posto per parcheggiare è quasi impossibile e pure qui si vorrebbe riaprire il comprensorio sciistico con nuovi impianti, al recente caso di Teglio, in Valtellina, che quest’anno ha dovuto tenere chiusi i propri impianti per fine vita tecnica così che la località è stata invasa da escursionisti d’ogni sorta (vedi il giornale lì sopra) ma di recente è stato annunciato il progetto di realizzare una nuova seggiovia, fino a San Simone, sulle Orobie bergamasche, dove gli impianti di risalita sono abbandonati da dieci anni e del cui successo non sciistico ne parla un bellissimo articolo di Maurizio Panseri, con le fotografie dell’amico Andrea Aschedamini, pubblicato sul numero di marzo della rivista “Orobie” (ne vedete alcune pagine qui nel post): anche qui il Comune di Valleve, nel cui territorio si trova San Simone, vorrebbe acquistare gli impianti dalla proprietà che li detiene per riaprirli, per di più con l’aggiunta di edificazioni e cementificazioni varie. Ma sono solo alcuni casi, e tutti lombardi, dei tanti che si potrebbero citare al riguardo.

E, sia chiaro: sono (sarebbero) tutte operazioni finanziate completamente o in parte da soldi pubblici. Soldi nostri, già. Buttati al vento in località che già da anni non presentano più le condizioni per la sostenibilità di un comprensorio sciistico, viste le quote, le esposizioni dei versanti, la scarsa o nulla capacità concorrenziale, l’assenza di garanzie finanziarie concrete. Infatti hanno gli impianti chiusi e da tempo non vi si scia più.

Ergo, ripeto la domanda: tutti questi sindaci, amministratori pubblici, politici locali, imprenditori vari e assortiti e loro sodali, ci sono o ci fanno?

Oppure, come accennavo, si tratta di una strategia bella e buona seppur dozzinale e insensata: nelle località dove diventa evidente – in modo esemplare – che si può sviluppare un turismo e una relativa economia senza più bisogno dello sci, bisogna imporre a forza nuovi impianti, per soffocare quelle realtà e assoggettarle nuovamente alla monocultura sciistica. Alla faccia del cambiamento climatico, della tutela dei territori montani, della bellezza dei luoghi, delle loro varie potenzialità, dei soldi pubblici e di chiunque non faccia parte della piccola “casta” di chi con lo sci pensa di poter tornare a coltivare i propri tornaconti.

Ci sono o ci fanno? O semplicemente a quelli non frega nulla di niente e pensano solo ai propri interessi?

In realtà, io temo che dietro questa “strategia” ci sia solo un’ennesima manifestazione di incompetenza, insensibilità, mancanza di idee e di visione del futuro, alienazione dalla realtà oggettiva, scarsa coscienza civica e ambientale, assenza di cultura amministrativa. Ed è anche peggio, così.

Così scrive Maurizio Panseri, nell’articolo su “Orobie”:

Anno dopo anno è sempre più chiaro: dobbiamo percorrere altre strade per goderci la montagna in inverno. Il cambiamento climatico è evidente e supportato da elaborazioni scientifiche basate su rilievi rigorosi: gli inverni sono sempre più miti, nevica sempre meno e a quote sempre più alte. La proiezione statistica dei dati non promette nulla di buono e conferma questa tendenza. Mentre ci prepariamo per una prima sciata, in attesa dell’ora di cena, ci confrontiamo sull’opportunità o meno di rimettere in moto la stazione sciistica, visto che da anni si vocifera di questa possibilità. Tra noi siamo concordi che nelle nostre valli non abbia più senso investire per far ripartire comprensori sciistici abbandonati o ampliare quelli esistenti. Sostenere tali iniziative con finanziamenti pubblici impone, prima di tutto alla pubblica amministrazione e anche a noi cittadini, una seria riflessione sulla loro sostenibilità economica e ambientale. Una cosa è certa: le stazioni da sci ormai abbandonate e chiuse da anni non hanno decretato la fine della frequentazione di queste località nei mesi invernali. Lo smantellamento o la chiusura degli impianti ha semplicemente modificato il tipo di fruizione: non più turismo legato allo sci da pista ma un’utenza di gitanti ed escursionisti oltre a una compagine scialpinistica sempre più nutrita. I parcheggi nei fondivalle si riempiono regolarmente, indipendentemente dal fatto che abbia nevicato o meno, e i rifugi in quota sono presi d’assalto soprattutto da escursionisti che approfittano di tracciati d’accesso comodi e, quando c’è neve, ben battuti dai gestori. San Simone non fa eccezione e questo fenomeno di frequentazione della montagna invernale è ancora più evidente.

Rumore, ovunque

Seggiovie che sferragliano sulle montagne, musica ad alto volume nei rifugi e negli apres-ski, motoslitte che corrono sulla neve anche di sera, biciclette che sfrecciano a gran velocità nei boschi e a volte pure le motociclette, i grandi parcheggi nel fondovalle, le strade in quota… Insomma: rumore. Proprio non ce la facciamo a starne senza al punto che lo spargiamo ovunque, anche in alta quota, lì dove ogni cosa che non sia un suono naturale risulta comunque alieno, anche quando non sia impattante. E se impattante lo diventa, oltre che alieno diventa degradante.

Proprio non ce la facciamo a godere il silenzio, persino dove sarebbe normale, necessario, meraviglioso come sulle montagne perché condizione diversa da quelle che troviamo pressoché ovunque altrove, non solo in città. Ci dà fastidio, ci inquieta, ci spaventa. Forse perché il silenzio ci obbliga a restare soli con noi stessi e a pensare.

Pensare, già. Una cosa che sta diventando rara proprio come il silenzio. E se sapessimo fermarci solo qualche attimo a pensare – una cosa che sarebbe normale per noi “Sapiens”, no? – probabilmente molti, forse tutti quei rumori fastidiosi sparirebbero rapidamente. Chissà.

Sull’argomento si è espressa di recente anche Chiara Pesenti, che con il marito gestisce in quel meraviglioso angolo delle montagne della Val Brembana che è Sussia (lo vedete nelle immagini lì sopra) un altrettanto meraviglioso posto, Cà del Tòcio (lo raccontai qui), e che di vita in/di montagna scrive sul proprio blog su Substack. Qualche giorno fa vi ha pubblicato delle belle e franche riflessioni in un articolo intitolato Silenzi e rumori in montagna. Riflettere su motoslitte, turismo facile e il bisogno di cura e misura nei luoghi che amiamo. Ve ne offro di seguito due passaggi significativi e molto vicini alle mie considerazioni sopra espresse:

Questa mattina, un amico, mi ha inviato il link di una nuova proposta sulle montagne dell’alta valle. Tramonti, aperitivi e cene in motoslitta. Ho guardato le immagini e ho sentito quel disagio familiare. Non è solo il rumore, né il fascino del brivido facile. È l’idea che la montagna diventi una scena pronta da consumare, mordi e fuggi per chi ha soldi. Le motoslitte portano adrenalina e foto spettacolari, ma lasciano rumore, inquinamento, disagio per gli animali e per chi abita il luogo. Trasformano il paesaggio in esperienza rapida, istantanea, replicabile. La montagna diventa sfondo. È questo che mi inquieta: non il divertimento, ma l’indifferenza verso ciò che rende un luogo unico.
[…]
Per me la montagna è sempre stata un luogo che ridimensiona. Ti ricorda che non sei il centro, che devi adattarti, che a volte devi tornare indietro. Se la trasformiamo in qualcosa che si adatta sempre e solo a noi, cosa perdiamo? Forse perdiamo proprio quella frizione che ci fa crescere.
Non voglio una montagna-museo, immobile e inaccessibile. Ma nemmeno una montagna addomesticata fino a diventare innocua. Vorrei che restasse un po’ scomoda, un po’ esigente, capace di dire no.
E forse questa non è solo una riflessione sulla montagna. È una riflessione sul nostro modo di stare al mondo. Su quanto spazio lasciamo a ciò che non controlliamo. Su quanto siamo disposti a rinunciare per non trasformare tutto in qualcosa che serve soltanto a noi.

L’articolo di Chiara lo trovate per intero qui. Leggetelo: è veramente bello, emoziona e fa riflettere.

Tramonti alpini a motore (e gas di scarico, puzza, rumore, inciviltà)

[Immagine tratta da qui.]
L’emozione di un tramonto spettacolare ai 2.200 metri della Val Carisole? Attraversando panorami da favola? Raggiungendo il “terrazzo” sulle Orobie comodamente in motoslitta facendo un gran rumore per tutto il circondario e spargendo gas di scarico e puzza come lungo una via di città?

ORA SI PUÒ!

Già: in un paese come il nostro così spesso privo di rispetto per la montagna, di sensibilità verso l’ambiente naturale e di buon senso si può tutto, evidentemente. Idioti quelli che i tramonti spettacolari e i panorami da favola se li godono a piedi e in silenzio avendo cura di lasciare sul luogo e in Natura meno tracce possibili! Vero?

N.B.: la Val Carisole si trova sopra Carona, in alta Valle Brembana, nel comprensorio sciistico “Brembo Ski” di Foppolo-Carona. Sinceramente, consiglierei di non andarci, almeno quando certe iniziative siano in atto. In ogni caso, ciò che penso dell’uso ludico delle motoslitte in montagna l’ho già espresso in modo inequivocabile tempo fa qui.

Il “mistero” del Pizzo Arera

[[Foto ©Alessia Scaglia.]
L’amica fotografa Alessia Scaglia ha fissato nella bellissima immagine qui sopra il momento nel quale la Luna piena dello scorso inizio gennaio sembra rimanere in bilico sulla vetta del Pizzo Arera (alto 2512 metri), una delle montagne più belle e note delle Prealpi Bergamasche anche per come sia facilmente visibile, stante il suo isolamento, e riconoscibile da Milano (la lungamente rettilinea Via Padova, una delle strade che dal centro portano al di fuori della città, punta direttamente la cima dell’Arera, come mostra l’immagine sottostante) così come da buona parte della fascia pedemontana lombarda tra la Brianza e il bresciano. L’Arera, con le sue possenti forme alpestri ma pure in forza delle sue peculiarità geologiche e naturalistiche sovente eccezionali, è un marcatore referenziale fondamentale per le montagne orobiche, un cairn dei più possenti nelle Prealpi lombarde che nell’immagine fotografica di Alessia si accende come un faro ad illuminare il territorio circostante e la volta celeste al di sopra.

[Foto ©Vittorio Cera tratta dalla pagina Facebook “Gorla Precotto”.]
D’altro canto, l’Arera è una di quelle montagne la cui rinomanza si perde nei secoli addietro (la raffigurò anche Leonardo da Vinci in uno dei suoi disegni delle Alpi lombarde risalenti al 1510-1512 oggi conservati nelle Collezioni Reali di Windsor, in Gran Bretagna) ma, nonostante ciò, sull’origine del suo oronimo resta una sostanziale e, appunto, per certi versi sorprendente incertezza. Come ho rimarcato tante altre volte occupandomi di toponomastica alpina, non di rado il fascino e la bellezza di una montagna si alimentano anche del senso più o meno misterioso del suo nome, che incuriosisce pure chi non è così interessato alla toponomastica e che non di rado custodisce nozioni e narrazioni – a volte millenarie – estremamente interessanti sulla montagna stessa o sul paesaggio (anche umano) che ha intorno; in altri casi invece il mistero resta fitto e destinato a rimanere tale a lungo, in mancanza di scoperte sensazionali al riguardo.

In ogni caso, riguardo l’Arera, secondo alcuni l’oronimo deriverebbe dal termine latino area (“spazio spianato”, “aia”), con riferimento agli ampi altipiani erbosi e ai pascoli pianeggianti che caratterizzano i suoi versanti meridionali fino ai piedi del corpo calcareo sommitale del monte, roccioso e più accidentato. Per altri studiosi, nell’oronimo si potrebbero riconoscere – peraltro come in molti altri toponimi bergamaschi – radici linguistiche celtiche o pre-latine come Ar-, che indica montagna/roccia, o cose affini. Infine, si ipotizza che “Arera” potrebbe derivare dal longobardo braida (pianura aperta, fondo coltivato) e dunque che il toponimo anche in questo caso non indicherebbe tanto il monte quanto il territorio ai suoi piedi, come se per questo rappresentasse veramente un ciclopico cairn che lo georeferenzia nel panorama montano orobico.

[Il versante occidentale del Pizzo Arera visto dalla Cima di Menna. Foto di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Quale che sia l’ipotesi più attendibile (qui le ho solo riassunte per delineare la questione, che ovviamente abbisogna di indagini più approfondite), resta il fatto che innumerevoli appassionati di montagna conoscono l’Arera, la frequentano e, nominandola, ne perpetuano inconsciamente tanto la fama geografica e morfologica quanto il mistero toponomastico, forse così mantenendo dell’Arera assolutamente vivi anche la bellezza e il fascino alpestri. Dai quali anche la Luna, come mostra la foto di Alessia Scaglia, si è fatta ammaliare.

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?