Questa sera alle 19.30 in onda su Unica TV per parlare di montagne e di come le viviamo

Questa sera avrò il piacere di essere l’ospite di “Unica Focus Talk Show”, la trasmissione di Unica TV che approfondisce i più significativi temi dell’attualità condotta in questa puntata da Fabio Landrini, in onda alle 19.30 dopo il notiziario – poi in replica alle 20.30 e in altri orari nei giorni successivi nonché visibile in seguito su Youtube.

Partendo dal mio ultimo libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, faremo una chiacchierata a trecentosessanta gradi – come si dice in questi casi – sulle realtà dei territori montani e della presenza umana in essi, in ottica passata ma soprattutto presente e con uno sguardo attento sul futuro prossimo, nel quale la nostra relazione con le montagne si troverà ad essere sempre più soggetta a criticità di vario genere dalla cui gestione equilibrata dipende un altrettanto equilibrato e proficuo sviluppo per le terre alte e per chi le vive, da abitante stanziale o da villeggiante occasionale.

Dunque, appuntamento questa sera alle 19.30 su Unica TV, canale 75 del digitale terrestre e sul web! Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa al post.

Il metodo più efficace per rendere “sostenibile” ogni progetto da realizzare sulle montagne

Di seguito vi verrà illustrato nel dettaglio il metodo migliore e più efficace per rendere “sostenibile” qualsiasi progetto di infrastrutturazione, urbanizzazione, turistificazione, cementificazione, consumo di suolo e altro di simile nei territori montani e di particolare pregio ambientale.

Non è così complicato, basta seguire attentamente i punti indicati:

  1. Prendere un progetto qualsiasi, anche il più palesemente impattante.
  2. Scriverci da qualche parte «sostenibile».

Ecco fatto!

Semplice, vero? Infatti è un metodo già alquanto diffuso e impiegato dagli enti pubblici italiani, che ne possono garantire la notevole efficacia politica e mediatica.

Provateci anche voi se diventerete sindaci, presidenti e assessori di provincia, di comunità montana, di regione, di altri dicasteri, soggetti istituzionali e di governo locale, responsabili di società che operano per conto del pubblico, eccetera. Ne trarrete una gran soddisfazione, garantito!

(Per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in testa al post, cliccate qui. Per leggere invece altre considerazioni interessanti sul tema, cliccate qui.]

Il turismo delle motoslitte, su “Il Dolomiti”

Ringrazio molto “Il Dolomiti” che in un articolo del 25 febbraio scorso ha ripreso le mie considerazioni in merito al “turismo motoslittistico” che di frequente viene proposto sulle nostre montagne come “esperienza” «a contatto con la Natura» e «nell’incanto dei boschi e delle cime innevate». A bordo di una motoslitta, già, quanto di più fastidioso, impattante e inquinante possa circolare in ambiente innevato. Ma vi pare possibile?

Be’, stavolta, a differenza delle altre, le mie considerazioni al riguardo non vogliono essere per nulla costruttive ma molto chiare e inequivocabili. Ecco.

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo. Invece il post originario pubblicato nel blog lo trovate qui.

L’unica via percorribile verso il futuro, per le località dove si scia(va)

Se da un lato un ente scientifico inappuntabile come MeteoSvizzera certifica che anche quest’anno il trend a temperature stagionali oltre la norma si è confermato di nuovo, portando a quello che sarà uno degli inverni fra i più caldi registrati (e le intense nevicate di questi giorni non sono affatto un fenomeno che smentisce il trend climatico in corso, anzi, paradossalmente lo conferma), dall’altro lato l’Osservatorio Turismo di Confcommercio rileva che, a causa delle condizioni dell’innevamento che rappresentano un’incognita sempre più rilevante e difficile da controllare, in montagna d’inverno si fanno avanti nuove tendenze: per il 62% dei turisti ferie brevi e solo uno su tre farà sport.

Questa situazione ormai incontrovertibile rende sempre più evidente e necessaria, nelle località turistiche invernali fino a oggi vocate allo sci, la transizione verso forme di frequentazione ben più consone alla realtà in divenire e logiche rispetto ai rispettivi contesti territoriali. Ciò non significa che non si debba più sciare ma che, inevitabilmente, lo si possa fare in quei comprensori dotati di una geografia favorevole e capaci di implementare la propria sostenibilità sia in senso ecologico (dunque anche ambientale) che economico (dunque anche sociale), mentre gli altri comprensori devono e dovranno saper elaborare un’offerta turistica non più sciistica e mirata tanto ad attività adeguate alle proprie peculiarità territoriali quanto a ciò che, come rilevato (e non da oggi), risultano le nuove tendenze richieste da quel pubblico che ormai ha capito che non sia più il caso di sciare (con quello che oggi costa, per giunta) e tuttavia vuole continuare a frequentare le montagne.

[Foto di G.C. da Pixabay.]
In tal senso, dunque, non si tratta solo di una questione meramente legata alla sopravvivenza delle attività commerciali attive nelle località turistiche montane ma, a monte, di un tema culturale in ottica turistica: ovvero di mantenere vivo un turismo, non solo invernale, che risulti non più impattante e degradante com’è ancora oggi ma idoneo al contesto montano e parimenti in grado di assicurare ai luoghi un importante sostegno economico, non più univoco, discriminatorio e monoculturale come accadeva prima (e come è stato lo sci alpino fino a oggi) ma inserito in una visione di sviluppo territoriale ben più ampia e articolata, ciò anche per salvaguardarne beneficamente la parte umana che sui monti vive, da autoctono o da neomontanaro, e lavora, tanto nel settore turistico quanto nell’indotto oppure altrove.

Questa io credo sia l’unica via che quelle località la cui natura sciistica risulti viepiù insostenibile hanno da percorrere per “salvarsi” o, se preferite, per elaborare la più adeguata resilienza attuale e futura. Non vedo alternative se non molto più rischiose, irrazionali e deleterie, francamente.

La fine dello sci, l’accanimento dell’industria turistica e la “sindrome di Stoccolma” di numerose località montane

«La stagione degli sport invernali, così come la conosciamo e continuiamo a immaginarla, non ha futuro. Bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. Già adesso, il periodo per sciare si è ridotto di un mese rispetto al recente passato; i costi per le imprese sono uguali se non maggiori, ma i profitti si sono inevitabilmente ridotti. Inoltre, domina l’imprevedibilità: una volta si programmava la settimana bianca con mesi di anticipo, oggi è impossibile farlo. E non inganni nemmeno il risveglio di interesse che pare esserci per il turismo invernale. È il colpo di coda di un animale ferito a morte.
Per chi studia le dinamiche del turismo, il quadro è molto chiaro. Qualcuno non sarà d’accordo, lo capisco, ma i numeri attuali non torneranno più. Serve una ritirata ordinata, sapendo, senza farsi soverchie illusioni, che si possono salvare in parte presenze e occupazione solo diversificando l’offerta e orientandosi sulle attività apprezzate dalle giovani e giovanissime generazioni: trekking, mountain bike, parapendio, zipline e così via.»

Parole del solito ecoambientalista antisistema o di un attivista di qualche gruppo radicale come Extinction Rebellion? No, di Claudio Visentin, storico del turismo di chiara fama, docente da anni al Master in International Tourism dell’Università della Svizzera Italiana (USI) di Lugano, riprese dal “Corriere del Ticino” in un articolo del 12 febbraio scorso significativamente intitolato L’ultimo turista sugli sci? «Arriverà nell’inverno 2040».

Non è che l’ennesima di una lunga serie di testimonianze scientifiche che attestano la realtà di fatto presente e futuro-prossima dell’industria turistica dello sci. Di contro non sarà certamente l’ultima, e che tali considerazioni giungano da un ambito accademico svizzero denota come la questione coinvolga l’intera catena alpina, non solo il suo versante sud inesorabilmente più esposto agli effetti del cambiamento climatico. Ovunque sulle Alpi, entro pochi anni al di sotto dei 2000 metri, non si potrà più sciare se non generando danni economici e ambientali insostenibili.

Eppure, sulle montagne italiane, alpine e appenniniche, continuano a fioccare non nevicate ma ingenti finanziamenti a favore di progetti di sviluppo dei comprensori turistici, addirittura di riattivazioni di stazioni in difficoltà o ferme da anni o alimentanti quello che da più parti di definisce un «accanimento terapeutico» atto a mantenere aperti impianti e piste sostanzialmente già fallite. Interventi quasi tutti concernenti località al di sotto della suddetta fatidica quota di 2000 m indicata dai report scientifici come quella che, potrà garantire qualche lustro in più di attività sciistica – sempre che l’evoluzione del cambiamento climatico non acceleri e peggiori i propri effetti ancor più di quanto stia avvenendo ora.

Ma c’è un’altra evidenza che, per diversi aspetti, lascia ancora più sconcertati. In molte delle comunità residenti nei territori montani nei quali giungono i suddetti finanziamenti con i quali tentare di mantenere attivi i comprensori sciistici, nonostante tutti i documenti redatti qualsiasi ambito scientifico e accademico in pratica sentenzino l’inutilità di tutto quel denaro e dunque lo spreco di così ingenti risorse – certamente ben più utili e necessarie per innumerevoli altri servizi, bisogni e necessità di cui le montagne avrebbero urgenza – una parte importante degli abitanti, a volte la maggioranza, si dichiara “favorevole” a queste iniziative. Come può essere possibile, a fronte appunto della realtà di fatto descritta e ormai innegabile, se non ammettendo il falso?

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