Leggere è (da sempre) sexy!

Si usa spesso, per cercare di promuovere la lettura – anzi, per interessare e smuovere dal loro torpore quelli che proprio i libri non se li filano per nulla, preferendo cose ben più rozze e stupide – l’espressione “Leggere è sexy”. Ne ho parlato anch’io qualche volta, di iniziative legate a tale espressione, ad esempio qui.
Beh, se pensate che sia un’idea nata in questi ultimi anni di particolare decadenza dell’esercizio della lettura presso il grande pubblico, dovete invece sapere che già da parecchio tempo leggere libri era ed è considerata un’attività sexy: lo dimostra bene questa carrellata (parzialissima, inutile dirlo) di manifesti e fotografie in tema, che coprono praticamente tutto l’arco del Novecento.
In fondo, anche allora la motivazione principale di questa produzione iconografica era sostanzialmente promozionale e commerciale, ovviamente. Ma, d’altro canto e al di là di qualsiasi interesse terzo, non è del tutto vero che leggere libri è un qualcosa di irresistibilmente sexy?

P.S.: noterete che tutte le immagini sono a soggetto femminile. Beh, al di là dei gusti personali, è ciò che si può trovare sul web. D’altro canto, nell’immaginario collettivo, è da sempre la donna a incarnare il migliore – e più alto, anche – concetto di bellezza, in senso poco o tanto voluttuoso; o forse, al di là di qualsiasi immaginazione di parte, è giusto così perché è assolutamente vero che le donne leggano più degli uomini, creature (opinione personale) inesorabilmente più rozze oltre che meno emblematicamente “belle”.

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Quando è proprio il caso di dire che “leggere è sexy”!

cropped-weblogo04Cosa non si fa – o non si farebbe – pur di diffondere la lettura dei libri!
Uhm, “cosa non si fa”… In verità si fa poco, ancora troppo poco. Almeno a giudicare dalle statistiche in tema.
Invece c’è chi si organizza e fa di più, molto di più. Non so se con profitto – riguardo al fine di convincere sempre più persone a leggere libri, intendo dire – ma certamente con parecchia… voluttà!
Mi sto riferendo alle (al sito e al gruppo delle) Naked Girls Reading, ovvero “a group of beautiful ladies who love to read… naked” – come si può leggere nel sito:

Un gruppo di belle signore che amano leggere… nude. Questo è tutto. Non c’è molto altro da dire. Ci dovrebbe essere?
Voglio dire, certo, ci piace anche farlo davanti a tutti voi voyeurs tramite foto, video e eventi live molto speciali, ma non dovete pensare a qualcosa di più di quanto non sia – qualcosa di pretenzioso o addirittura squallido. Una volta che lo verificherete, smetterete di fare tante domande e lascerete che il concetto vi prenda.
C’è qualcosa più di bello, qualcosa di più intimo, di una donna che legge praticamente qualsiasi cosa in, beh, tutta sé stessa? È una cosa più che semplice. Allora, perché ne stiamo ancora parlando? Perché la gente non riesce ad accettare tutta questa semplicità.
Ragazze nude. Che leggono.
O ragazze che leggono. Nude.

Ecco.
In effetti capita spesso che, per presentare e rendere palese la bellezza della lettura, in molti articoli ovvero in scritti vari al riguardo si usi lo slogan “Leggere è sexy”. Bene, le ragazze di Naked Girls Reading in fondo non fanno altro che “ampliare”, o puntualizzare, il concetto: leggere è sexy perché chi legge è sexy.
Che poi sia la solita americanata creata apposta per ritagliarsi il proprio warholiano quarto d’ora di celebrità può ben essere, certo. E ognuno è libero di pensarla come vuole, ovviamente, sull’idea avuta da tali amene ed ignude donzelle (per la cronaca: in giro sul web c’è materiale anche per voi ragazze, eh! Tuttavia, al solito, quando c’è da identificare e correlare qualcosa con la sensualità e la voluttà, alla fine è sempre il corpo femminile a trionfare, nel bene e nel male) ma, insomma, pure così al giorno d’oggi la lettura cerca di farsi piacere e allettare.
Che poi alletti verso i libri o verso altro, beh… lo lascio stabilire a voi.

P.S.: scommetto che stavolta non serve dire (almeno ai lettori maschi) che, se cliccate sull’immagine in testa al post, potete visitare il sito web di Naked Girls Reading e, ehm… scoprire molto di più al riguardo!

L’apparenza inganna…

6948182-cool-girl-with-gunIl Boss picchiettava nervosamente le dita della mano sul grande tavolo di legno grezzo, nascondendo occhi certamente torvi dietro i soliti occhiali neri. Quando la porta si spalancò e il sicario vi comparì, le dita si contrassero in modo che ricordassero degli artigli pronti a ghermire. Parlò seccamente.
“E’ ora di dare a quelli una lezione che non possano mai più scordare! Non devono ficcare più il naso nei nostri affari… E’ un lavoro sporco, ed è per questo che ho fatto venire te. Ti hanno già detto cosa fare: fallo, e torna qui. Troverai la tua ricompensa!”
Senza dir nulla, e soltanto piegando le labbra in un ghigno di estrema baldanza, il killer uscì dal buio magazzino sul molo del porto. Niente di più semplice – ripeté tra sé: ammazzare una ragazzina di sedici anni o giù di lì, la figlia del capo dei rivali. Lavoro sporco perchè la vittima era una “semplice, candida scolaretta”? Beh, in quelle cose non ci doveva essere posto per i sentimenti e le suggestioni, nel bene e nel male; aveva ragione il Boss, lui per questi “lavori” era una garanzia.
La mattina successiva si appostò poco fuori il cancello della villa del capo dei rivali; questi ne era appena uscito, nella propria lussuosa auto nera: meglio così, il campo era ancora più sgombro. Di lì a breve il cancello elettrico si aprì nuovamente: ora doveva essere la figlia, che usciva per recarsi a scuola… Sbloccò la sicura della pistola impugnandola, pronto ad agire.
E fu proprio lei, ad apparire, la figlia del capo avversario. Il killer trasalì: la “bambina” doveva avere sì sedici anni, ma quale differenza con la media della sua età! Alta, i capelli lunghi biondi, la pelle diafana, un fisico da donna adulta, armoniosa, formosa – e che donna, con tanto di minigonna scoprente gambe perfette e… Insomma, roba da non poter restare insensibili, tanto che il killer quasi istintivamente uscì dall’auto entro cui si era appostato, per osservare meglio quella gran bellezza, tanto giovane quanto già così attraente. Inevitabilmente lei lo notò. Lo guardò un istante con espressione prima perplessa e quindi in un certo senso conscia, poi sorridendo gli venne incontro di qualche passo. Il sicario reagì come ogni uomo di fronte ad una bella donna, con impettito compiacimento. La ragazza, giunta a qualche metro da lui, fulmineamente estrasse un piccolo revolver dalla borsa a tracolla e lo freddò, un solo preciso colpo in mezzo agli occhi. L’uomo cadde all’indietro dentro un aiuola con il tonfo di un corpo ormai inerte, paralizzato nella subitanea morsa mortale. Lei lo osservò compiaciuta per un attimo ancora poi, con tutta tranquillità, si incamminò di nuovo lungo il marciapiede, notando lo scuolabus spuntare in fondo al viale.

(P.S.: è un racconto inedito, questo, che fa parte di una raccolta moooooooolto particolare di futura pubblicazione editoriale – ovvero già tra le mani dell’editore. Quando finalmente gli allineamenti stellari saranno propizi alla sua uscita, di sicuro sarete i primi a saperlo!)

Sex Bomb Star (Un racconto inedito – per ora)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…

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Sex Bomb Star

Notevole com’era, a dir poco, non ci volle molto tempo affinché le sue apparizioni, soprattutto televisive, divennero frequentissime: varietà serali, talk show, reality, trasmissioni sportive, e innumerevoli servizi nei TG… Sembrava che mai come prima, e prima di lei, il video si potesse così efficacemente “riempire” con la sua figura, forse anche per la gran quantità di primi piani che la sua esplosiva, concupiscente carnalità attirava inesorabilmente, e ai quali offriva una voluttà immediata, tanto poco era ciò che veniva lasciato all’immaginazione. Una sensualità debordante, una procacità che andava oltre il mero erotismo scaturente e che ne fece una femme fatale assoluta, al punto che quel suo rapido, strepitoso e irrefrenabile successo, seppur costruito soltanto sul corpo, la rese un personaggio influente molto più di tanti altri, di doti e pregi assai più elevati che però – purtroppo per loro – non avevano da sfruttare un’arma così potente, ovvero un simile, folgorante e travolgente appeal.
Lei non poté che adeguarsi a tutto ciò: avendo moltitudini adoranti ai suoi piedi, sopra di esse si erse con tutta la propria appariscenza, come la più potente e amata regina sopra l’intero popolo d’un enorme impero; e veramente come una tale sovrana, il suo moto si trascinava appresso un lungo codazzo di “vassalli” pronti ad esaudire ogni suo ordine, un’affollata corte di lacché il cui fine supremo non era altro che assicurarle la costante e insuperabile lusinga, cosicché tutti gli adulanti sudditi ne venissero incessantemente e totalmente ammaliati.
Ma fu proprio all’apice del suo successo, all’ingresso degli studi televisivi di un grande network, tra due ali di folla osannante che salutava – come si confà ad una vera imperatrice – con minimi cenni della mano e con adeguata protervia, che lei improvvisamente esplose, si disintegrò, si polverizzò sotto gli occhi e nello stupore generale dei presenti e dei media che seguivano ogni istante della sua vita di successo. Stupore che, tuttavia, mutò velocemente specie ed essenza divenendo confusa incertezza, quando ci si rese conto che di lei, sullo spiazzo transennato all’ingresso degli studi, non era rimasto nulla, nulla di nulla, nemmeno un minimo pezzetto, un brandello, del pulviscolo…
No, invece, niente di niente.

“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (2a parte)

Per sapere cosa diavolo* vi state accingendo a leggere (e per leggerne la prima parte), cliccate QUI!

*: Beh, in effetti tale espressione non è troppo consona a quanto leggerete. Fatelo, e capirete che intendo dire.

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Il giorno in cui sono morto (2a parte)

Porca puttana, morto!
Ero morto sul serio!
Di colpo mi sovvenne che tra una settimana mi sarebbe scaduta l’assicurazione della mia auto: come diavolo facevo a pagar… oh, beh, che idiota. Il problema non sussisteva più, ora. Cioè, voglio dire: certo, mi stavo per suicidare, essere effettivamente trapassato non avrebbe dovuto sorprendermi più di tanto. Tuttavia pensavo a qualcosa di più… più classico, e più suggestivo, ecco. Eppoi te l’ho detto, avevo piazzato il cuscinone ad aria di mio cugino sotto il ponte. Insomma, se ne dicono di cazzate nella vita, non è che si debba sempre prendere tutto alla lettera. Cioè, sì, si dovrebbe, spesso è giusto farlo, ma anche no…
Mi riebbi con un sussulto dalla mia solita incoerenza: fosse quel che fosse, c’era poco da fare. Anzi, nulla. Ero morto, punto. Mi rabbuiai parecchio e abbassai lo sguardo a terra, in parte incazzato, in parte abbacchiato. Mortificato, dovrei dire.
Rimasi in silenzio per tutto il resto del tempo, fosse stato un minuto o 150 anni (vedi sopra, ribadisco), avanzando lentamente con tutta la mia colonna di… beh, cadaveri, dacché tali eravamo. Quale estremo, disperato tentativo di “fuga” da quella realtà – se tale si poteva definire – mi chiesi, visto che appunto eravamo tutti quanti cadaveri, perché dunque non puzzassimo terribilmente, come s’addiceva; a dire il vero la domanda mi parve dotata d’una logica un po’ traballante, in ogni caso ci riflettei un attimo (o qualche lustro, mah!) e mi risposi che, a pensarci bene, il maiale che è nato e vive nel fango della porcilaia insieme ad altri maiali lordi come lui mica ritiene di essere sporco. Tale risposta mi sembrò in effetti più logica della domanda, dunque la piantai lì con quelle vane elucubrazioni e mi rituffai nel silenzio più assoluto, ciondolando le lunghe maniche fuori taglia della mia divisa, o che accidenti d’altro fosse. Ogni tanto gettavo un’occhiata intorno, ma con tutta quella massa di persone divisa per innumerevoli file mi pareva sempre d’essere fermo nello stesso punto. Un punto morto, ecco! – vabbé, lascia stare, posta la situazione in cui ero mi perdonerai quell’autoironia un po’ demente.
Quando sollevai di nuovo lo sguardo, notai invece che avevo davanti solo tre altri individui: il tabellone luminoso sopra il banco in testa alla fila segnava il numero 5486844611574452. Non potevo oltrepassare la riga gialla sul pavimento – uhm, anche qui ‘ste noiose disposizioni? – ma cercai di vedere e capire che mi aspettava. C’era una donna seduta al banco, anzi, un donnone assai corpulento dal fare matronale con indosso una specie di grembiule bianco orlato da ricami azzurri che a fatica conteneva l’abbondante seno, permanente bionda (tinta, si vedeva la ricrescita) e trucco piuttosto vistoso. Lavorava alla tastiera di un qualcosa che per certi versi ricordava un registratore di cassa d’antan e per altri un computer, masticando rumorosamente un chewing gum. Poco dopo, quando avevo davanti un solo altro individuo, notai sulla sua schiena due ali piuttosto piccole, tali e quali a quelle che avrebbe disegnato un bambino se gli si fosse chiesto di disegnare un paio d’ali d’angelo: ma dalla visione di esse e di tutto il resto non ci desunsi nulla. In verità, non sapevo proprio che pensare.
Finalmente, il numero 5486844611574455 lampeggiò sul tabellone: toccava a me. Mi feci avanti, abbozzai un sorriso, tossii leggermente per schiarirmi la voce; la tizia non mi degnò del minimo sguardo.
«B-buongior… buonasera… ehm… mi chiamo Ca…»
«Numero!» intimò quella, con tono così secco che al confronto uno stoccafisso congelato mi sarebbe parso più morbido d’una sciarpa in cashmere. Presi a dettarglielo.
«Lo so!» mi interruppe a metà numero con immutata perentorietà.
«Bene, signor Incerti,» riprese, pronunciando il mio cognome con un tono che in altra situazione avrei ritenuto ironico, «vediamo un po’ che ha combinato, nella sua vita…». Non mi aveva ancora degnato d’una sola occhiata; io invece adocchiai sul monitor che aveva davanti il numero che avevo tentato di dettarle prima, il cognome e altre cose che invece non distinsi.
«Celibe, senza figli… scarsa applicazione scolastica… All’età di 15 anni aveva già visto almeno una cinquantina di film per adulti…»
«Uh? Io? Ehm…» Ad ogni cosa che citava, la tizia scriveva sulla tastiera; sul monitor intravedevo un numero che aumentava o diminuiva a ogni nuovo inserimento – come un punteggio, ecco.
«Alcuni furti non scoperti… Una rissa in discoteca… Qualche spinello tra amici…»
«Eh? Furti? Ah, ma lei si riferisce al cuscinone? No, ma quello me l’hanno prest…»
«Silenzio!» mi sibilò, e la obbedii. Peraltro, non nego che quel così florido seno che ad ogni movimento della tizia pareva animarsi e ancor più gonfiarsi mi distraeva parecchio. Certe cose pure per un morto conservano il loro bell’imperituro “perché”: sai, non a caso si usa dire morto di f… beh, lascia stare.
«Bene, ma guarda…» riprese la pettoruta matrona continuando a battere sulla tastiera, «…favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, gestione di giri di escort per clienti facoltosi, riciclo di denaro sporco presso depositi bancari nascosti e paradisi fiscali…»
«Eeh??? Ma chi, io?»
«Organizzazione di turismo sessuale… tangenti ad alti esponenti diplomatici…»
«No, ehi, ehi! Si fermi un attimo, io tutte quelle cose mica le ho…»
«Zitto, bellezza! Ti ho dato il permesso di parlare, io?»
«Ma io non ho assolutamente fatto tutte quelle cose orribili! Io non…»
«Ma se non hai smesso un attimo di guardarmi le tette! Tzé, il solito ipocrita.»
«Beh, ecco… ma che centra, quello? Io quelle cose che prima ha elencato non…»
«Taci, stronzetto» mi disse, con un tono così tagliente che avrebbe affettato la produzione annua di un salumificio con un colpo solo. «Ma sei fortunato, vedo, come lo sono sempre tutti i culi marci come te. Guarda lì: nipote del cardinal Michelangelo Incerti… Bella raccomandazione, eh?!»
«Raccoman… nipote di un cardinale? Io?»
«Certo, caro il mio bel signor Carlo Massimo Incerti! Sei l’ennesimo merdoso r-a-c-c-o-m-a-n-d-a-t-o! Ecco qui,» e pigiò con teatralità un tasto, «un bel punteggio da secondo cielo. Pensa te!»
«Ma… ma io mi chiamo Carlo Maria, non Carlo Massimo!» urlai quasi, attirandomi addosso gli sguardi di buona parte di quelli che avevo intorno. Fu in quel momento che, per la prima volta da che le fossi lì di fronte, la tizia alzò lo sguardo per osservarmi; quindi, appena dopo, prese a osservare con un certo sconcerto la tuta oversize che indossavo.
«Ehi, che razza di taglia ti hanno dato? Vorrai mica andare in Paradiso vestito in quel modo così ridicolo?» mi fece.
«Ma che vuoi? Me l’avete dato voi ‘sto cazzo di scafandro, eh!» ribattei con tono fin troppo esagitato. La donnona mutò subito lo sguardo da piuttosto sconcertato a parecchio sbieco: al confronto quello di un cobra un attimo prima di attaccare la sua preda sarebbe stato degno di una delle puntate più commoventi di Remì. Quindi, con gesto assai teatrale, la vidi premere un grosso pulsante rosso accanto a quel coso, quel computer a forma di registratore di cassa: senza che nemmeno capissi come, quattro energumeni, indossanti la stessa pseudo-uniforme militare azzurra del tizio che mi aveva “accolto” all’entrata di… di qualsiasi posto fosse quello, mi sollevarono da terra e mi portarono via – cioè, insomma: non è che sentii la loro presa addosso, ma ebbi la netta sensazioni di non toccare più terra… finché non mi trovai in un ambiente totalmente buio, seduto a non capivo cosa, percependo lì intorno a me la presenza di qualcuno senza tuttavia vederlo. Poi, una luce abbagliante mi si accese in faccia d’improvviso: d’istinto pensai alle testimonianze di quelle persone che raccontavano, durante stati d’incoscienza e di coma, d’essere stati avvolti da luminosità più o meno abbacinanti, avvalorandole quali prove di esperienze soprannaturali e oltremondane, ma quando gli occhi presero ad adeguarsi a quel gran bagliore sparatomi addosso vidi in esso la chiara forma di una grossa lampada da tavolo. Da 19,90 Euro, già – o meglio, ne avevo vista una simile in un supermercato poco tempo prima, in offerta a quel prezzo. Ma probabilmente non era la stessa.
«E dunque, caro il nostro signor Carlo Maria Incerti» prese a parlare una voce tonante e tesa, «voleva fare il furbo, eh?!»
«Io?» risposi, ma giusto per dire qualcosa.
«Voleva fregare il posto a qualcun altro, eeeh?»
«Freg…?!?»
«Cosa crede? Che il Paradiso sia per tutti, eh? E che si possa capitare qui e chiedere una stanza, come in un motel sull’autostrada?»
«Ma io non credevo assolutamente nulla, maledizione! Volevo solo suicidarmi in pace e stop, finita lì, mica pensavo al dopo! Facevo fatica persino a pensare al durante, per non dire al prima! Bah, quanto mai m’è venuto in mente di mettermi su quel ponte per farla finita! Per cosa, poi? Per giungere in ‘sto paradiso? Questo sarebbe il paradiso? Beh, se lo lasci dire signor… ehm… ecco, sarà, ma a me ‘sto paradiso sembra più un infer…»
«Basta! La smetta con le sue fregnacce post mortem! Frega il posto ad altri e vuole pure avere ragione!»
«Ma non è affatto così, io non…»
«Zitto! Il suo comportamento merita una punizione esemplare.»
Seguì qualche istante di silenzio assoluto. Tombale, ecco! (Ok, ok, la smetto con questa ironia idiota!) Poi la stentorea voce riprese a fluire da quel buio totale nel quale stavo.
«E’ deciso. La punizione sarà esemplare, e del tutto degna di quando era in vita.»
Non sapevo se avere paura o che altro. Insomma, da morto che altro di peggio poteva capitarmi?
«Carlo Maria Incerti, lei tornerà tra i mortali, sulla Terra!»
«C-come? Sulla T… cioè… in vita?»
«Tornerà in vita, e tornerà a fare ciò che faceva prima!»
«Torn…?!?»
«Aveva a che fare con la merda, vero? Conferma?»
«Oh, ehm, s-sì, ecco… non è bello da dire, ma effettivamente era ciò che mi faceva vivere.»
«Bene: reincarnazione sia! Così è deciso, amen!» tuonò tremendamente la voce. Oohccazzo, non potevo credere alle mie putrescenti orecchie! Tornavo sulla Terra! Tornavo in vita! Ahahah, incredibile! E la chiamavano “condanna”? Che cavolo, potevo tornare vivo e così cercare di raddrizzare la mia vita, di non commettere più errori al punto da decidere di farla finita. Ah, pure questa, che cazzata! A saperlo… Non avrei nemmeno chiesto in prestito il cuscinone di mio cugino. Che meraviglia: vivo! Di nuovo! E se avessi pure ritrovato quella fantastica ragazza supersexy, Esperanza… beh, insomma, wow! Ero troppo contento! La reincarnazione: ma allora era tutto vero, esisteva veramente! Ecchissenefregava se fossi tornato a occuparmi di merda: d’altro canto quello facevo, quella evidentemente era la mia sorte… ma da vivo, tornavo vivo! Vivo!
Già, vivo.
Ma come Geotrupes stercorarius. Uno scarabeo stercorario, così sono tornato sulla Terra. Avevo di nuovo a che fare con la merda, ma non come prima! Che cazzo avevano capito quelli lassù, o laggiù, dove maledizione stavano… Reincarnazione aveva detto: sì, certo, grazie! ‘Fanculo!
Mi incamminai per la città che a quel punto mi pareva un mondo ciclopico e spaventosamente pericoloso, ancorché assai fornito di quella materia che mi conferiva nome e peculiarità. Per attraversare una via secondaria ci impiegai non so quante ore! – anche per colpa mia, lo ammetto: la pallottola di cacca che avevo costruito e mi portavo appresso era tutta sbilenca; d’altronde, capirai, ero ancora alle prime armi. D’un tratto, poi, giunsi in prossimità di un grande palazzo, che conoscevo – nella vita precedente – come sede di qualche istituzione importante. Una grossa auto entrò nel cortile interno e ne scese un tizio parecchio corpulento con cappello e occhiali da sole, al quale, da una porta laterale, venne incontro un prelato, accompagnato da un altro torvo individuo.
«Ah, zio, eccomi finalmente!» disse l’uomo sceso dall’auto.
«Carlo Massimo! Ma, mi hanno detto dell’incidente…» gli rispose l’ecclesiastico.
«Già, ieri sera quasi a mezzanotte, sulla strada sotto il ponte. Merda, pensavo di lasciarci le penne, stavolta! Non so come, ma sono vivo. Vivo per miracolo, già!»
«Ah, meno male. D’altronde, sai bene che il qui presente cardinal Incerti su tale argomento ha buone conoscenze!» fece il prelato, allargando teatralmente le braccia e alzando gli occhi al cielo.
Carlo Massimo? E quello il cardinal Incerti? Oh porca puttana! – esclamai tra me e me (sempre che uno scarabeo stercorario possa “esclamare”, ovvio): era il tizio al quale, a quanto sembrava, avevo rubato il posto in paradiso! E capii pure il perché della tutona XXL che mi avevano affibbiato. Cercai di avvicinarmi per udire meglio.
«Ma le nostre cose…» riprese il prelato, ora più mellifluo.
«Sì, zio, ecco qui.» Estrasse guardingo una valigetta dall’auto, si guardò un attimo in giro, poi la mostrò ai due uomini. «Tutti in banconote di grosso taglio, come mi hai chiesto.»
«Bene, bene, bravo il mio nipote. Vedi, te l’ho detto: il tuo caro zio cardinale un posto in paradiso te lo fa tenere da parte, stanne certo!»
In paradiso? Dei tipi così loschi? E chissà poi quel denaro che origine sporca e criminale aveva! Altro che la “mia” merda: mi ricredo, sarà tale, la mia vita, ma almeno è onesta! Che schifo, che vergogna! – presi a ringhiare tra me (sempre che uno scarabeo stercorario possa ringhiare, già), a imprecare (sempre che uno scarabeo… eccetera eccetera) e a rodermi l’animo, al punto da non prestare più attenzione a quanto mi stava accadendo intorno e soprattutto all’auto che, risalitovi il nipote del cardinal Incerti, all’improvviso partì in retromarcia per uscire dal cortile e tornare sulla strada, spiaccicandomi mortalmente senza alcuna speranza.
Onesta la mia vita, già, ma proprio di merda! Innegabilmente, invariabilmente, ineluttabilmente di merda. In questo, lo devo ammettere, sono proprio stato coerente!
Ecco, ho finito di raccontarti di quel fottutissimo giorno. Ora sono qui, in coda. Questa volta sul mio biglietto c’è scritto “Sportello 569874 C – Numero 54868449988725877”
Un momento: non sarà mica ancora lo sportello di quella cicciona tettuta e acida?
E no, eh, cazzo!
Beh, sia quel che sia, vuoi un consiglio da amico? Goditi la vita e vedi di non morire alla svelta, che poi è un gran casino! Garantito, ormai l’ho capito bene.
(“Reincarnazione”! Ma vaffanculo, va’!)

(Fine!)