Chi e cosa può fermare il progetto che devasterebbe il Vallone delle Cime Bianche?

Dopo aver visto le immagini delle persone che sabato 2 agosto scorso hanno partecipato alla quinta edizione de “Una Salita per il Vallone” in difesa delle Cime Bianche, minacciate dal collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia e del MonteRosa Ski, posso immaginare che alcuni avranno pensato: be’, non saranno certo qualche centinaia di persone a fermare un progetto da oltre centoventi milioni di Euro!

Ma non è questo il punto della questione. Lo è invece che poche persone – i deputati regionali favorevoli al progetto e i dirigenti dei comprensori sciistici, una manciata di soggetti in tutto – si arroghino il diritto di devastare un vallone alpino incontaminato, patrimonio inestimabile di tutti e per questo tutelato da specifiche norme ambientali, spendendo una cifra enorme per piazzarci delle funivie utili soltanto a soddisfare una visione tanto arrogante quanto obsoleta della montagna.

Vi pare una cosa sensata?

Camminando sabato nel Vallone delle Cime Bianche, le persone presenti, arrivate anche da molto lontano, hanno manifestato ciò di cui oggi le montagne hanno bisogno: rispetto, attenzione, sensibilità, comprensione. I pochi che vogliono imporre al Vallone delle funivie inutili e devastanti stanno invece palesando un odio profondo per le montagne – di casa propria, per giunta! – e un atteggiamento menefreghista nei confronti del futuro loro e di chi le vorrà vivere.

Forse non saranno poche centinaia di persone a poter fermare un progetto tanto scriteriato come quello delle Cime Bianche, ma certamente lo può fare il buon senso: di chi ha veramente a cuore le montagne e il bene di chi le abita e le frequenta consapevolmente, ovvero – mi viene da dire – di qualsiasi Sapiens veramente tale, abbastanza intelligente da capire che non si può sfruttare e distruggere oltre modo la casa nella quale oggi abita e domani vi abiteranno i propri figli solo per far soldi.

Ecco: non vi pare, questa, una cosa sensata?


Per contribuire alla causa di difesa del Vallone:

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato al Vallone delle Cime Bianche.

(Le immagini in testa al post sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.)

L’Alto Adige/Südtirol si salverà dall’iperturismo o finirà per soccombervi?

[Foto di Connor Stirling su Unsplash.]
L’Alto Adige/Südtirol rappresenta ormai da tempo un “caso turistico” emblematico, tanto nel bene quanto nel male: da questo punto di vista il Seceda lo ha palesato di recente ma non è che l’ultima di una lunga serie di vicende (Braies, le Tre Cime di Lavaredo, il traffico sui passi dolomitici, il Dolomiti Superski…) che hanno ribadito la realtà di fatto altoatesina al riguardo.

D’altro canto nel 2024 la Provincia Autonoma di Bolzano ha registrato l’arrivo di 8,7 milioni di turisti e 37,1 milioni di pernottamenti turistici, al netto di quelli delle seconde case; l’intensità turistica (pernottamenti per 1.000 abitanti) è la più alta di tutte le Alpi orientali e la terza delle regioni Nuts-II dell’Unione Europea. Il solo comune di Castelrotto, settemila abitanti, nel 2024 ha registrato 1,8 milioni di pernottamenti, cioè quasi tre volte i residenti. Sono dati che non lasciano spazio a dubbi su che l’Alto Adige/Südtirol abbia ormai superato o sia prossimo a superare ogni limite di sopportabilità turistica. Tutto questo nonostante nel 2022 la Provincia di Bolzano, basandosi su un ottimo studio strategico di Eurac Research, aveva fissato il tetto massimo annuo di pernottamenti a 34 milioni: un’iniziativa certamente esemplare ma che nei fatti è rimasta sulla carta (venne subito contestata e osteggiata dall’Associazione Albergatori provinciale, guarda caso), visto il dato del 2024 che ha ampiamente superato quel “tetto massimo”.

Che fine farà l’Alto Adige/Südtirol, dunque? Riuscirà a salvaguardarsi dall’overtourism crescente e dall’eccessiva pressione antropica sulle sue montagne, preservando di contro l’alta qualità della sua offerta turistica, o finirà per soccombervi degradando sia il proprio ambiente naturale, sia la dimensione socioeconomica locale oggi assunta a modello da tanti?

Al riguardo Thomas Benedikter, scrittore, economista, collaboratore dell’associazione Heimatpflegeverband Südtirol, ha pubblicato su “Altræconomia” alcune ottime considerazioni sulla realtà turistica altoatesina/sudtirolese, elaborando alcune proposte concrete per tentarne la salvaguardia ovvero evitarne il tracollo definitivo. Proposte che peraltro risultano valide per ogni altro territorio sottoposto alle stesse dinamiche di “supersfruttamento turistico.”

Vi invito a leggere l’articolo di Benedikter cliccando sull’immagine lì sopra.

Una montagna delle Alpi bellissima e quasi sconosciuta (ma che potrete conoscere presto!)

[Foto di Daniel R. su Unsplash.]
Il Bietschhorn, che vedete nelle immagini, è senza dubbio una delle montagne più belle e scenografiche delle Alpi. La sua piramide isolata e così acuminata, che appare pressoché perfetta da quasi tutti i suoi versanti, si eleva per almeno 2500 metri dai fondovalle sottostanti e sembra un missile puntato verso il cielo.

Eppure, nonostante in loco venga soprannominato “Il Re del Vallese” – il cantone svizzero nel quale si trova – il Bietschhorn è una montagna pressoché sconosciuta al grande pubblico e a buona parte degli stessi frequentatori dei monti*. Come mai?

[Immagine tratta da mountainfieldguide.com.]
Be’, probabilmente perché per soli 66 metri non raggiunge la fatidica quota dei 4000 e dunque non viene annoverato tra le vette che, in forza di tale convenzione altitudinale e culturale, sono considerate le più importanti e prestigiose delle Alpi, quelle che ogni alpinista più o meno capace ambisce a salire per potersene vantare. Anche se il Bietschhorn, rispetto a molti dei “quattromila” alpini, in quanto a bellezza e imponenza vince a mani basse.

[Immagine di Björn Sothmann, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Di contro, proprio perché “Il Re del Vallese” è solo un tremilanovecento, appare tra i protagonisti principali del bellissimo libro I 3900 delle Alpi, scritto dalla celebre guida alpina – nonché raffinato autore letterario – Alberto Paleari, insieme alle altre 48 cime delle Alpi che, come il Bietschhorn, per solo una manciata di metri non vengono annoverate tra i “quattromila” ma non per questo risultano vette meno belle, maestose, imponenti oltre che capaci di narrare storie di montagna notevoli e affascinanti. Storie che Paleari, insieme agli altri autori Erminio Ferrari e Marco Volken, hanno raccontato nel libro facendone un testo intrigante e divertente da leggere – anche per chi non si cimenti con l’alpinismo e di conquistare quelle montagne non abbia alcuna intenzione – per di più dotato di un corredo di fotografie sovente fenomenali.

Avrò il grande privilegio di presentare I 3900 delle Alpi chiacchierando con Alberto Paleari domenica 3 agosto prossimo presso il Rifugio Del Grande Camerini, in Valmalenco, non distante da alcuni altri “tremilanovecento” del Gruppo del Bernina e di fronte ad un’altra grande montagna, il Disgrazia. Sarà uno degli appuntamenti dell’edizione 2025 di “VALMALEGGO”, la rassegna letteraria che porta libri e autori nei rifugi della Valmalenco curata da Marina Morpurgo, della quale vedete il programma completo nella locandina.

Dunque, se potete e vorrete salire fino al Rifugio, vi aspettiamo per passare un intrigante pomeriggio a raccontare di grandi montagne, grandi storie, grandi alpinisti (e non solo), grandi bellezze alpine, grazie a un gran bel libro e ospitati in un luogo di grandissimo fascino. Non mancate!

 *: anche se forse qualcuno si sarà ricordato, a leggerne il toponimo, che il Bietschhorn è la montagna il cui versante settentrionale a fine maggio scorso è crollato e ha innescato la catastrofica frana che ha distrutto il villaggio di Blatten, un evento parossistico le cui immagini hanno fatto il giro del mondo diffondendo così anche il nome del monte come mai prima era accaduto.

Arrendersi al turismo più insensibile e cafone? Giammai!

[Immagine generata con l’AI di ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer.]
Capisco bene lo scoramento di Carlo Alberto Zanella, ammirevole presidente del CAI Alto Adige e persona di gran pregio, che riguardo l’iperturismo che sta caratterizzando e degradando molte località montane di recente ha dichiarato alla stampa:

Questa non è più montagna, è un palcoscenico per selfie e influencer. Un turismo tamarro, rumoroso, insensibile. Mi sono arreso.

In effetti sembra che l’industria turistica, in combutta con certa politica locale, abbia consegnato le nostre montagne al turismo più becero e rovinoso. Ma io credo che sia così solo all’apparenza. Quel turismo massificato tamarro, rumoroso, insensibile che spesso ritroviamo sulle località montane è rovinoso anche verso se stesso, mentre intorno, nel frattempo, continua a crescere un pubblico turistico sempre più attento, sensibile e consapevole verso i territori montani, la loro preziosa bellezza e la cultura peculiare che li caratterizza. Un pubblico che evita di andare in auto sotto le Tre Cime di Lavaredo o in funivia al Seceda oppure ad affollare i solarium di Cortina d’Ampezzo, Livigno o Courmayeur ma sceglie territori montani genuini, poco turistificati, dei quali nessun influencer scrive sui social e ci va proprio per questo, alimentando un’economia turistica dai numeri crescenti e, soprattutto, dall’impatto sui territori e sulle comunità veramente sostenibile: dalla esemplare valle Maira ai numerosi “Villaggi degli Alpinisti” e “Villaggi Montani”, dai borghi dell’Appennino che stanno rinascendo ai numerosi cammini sempre più frequentati o alle decine di località “Bandiere Verdi” – ma sono solo alcuni dei tantissimi esempi citabili al riguardo.

Quella dell’iperturismo è chiaramente una bolla che molto presto si sgonfierà, se va bene, oppure scoppierà se va male: provocherà di sicuro dei danni o delle macerie, a meno che tutti i soggetti che subiscono tali fenomenologie turistiche riescano finalmente a riprendere in mano le sorti dei propri territori: mi riferisco innanzi tutto alle comunità locali, ai soggetti economici che fanno accoglienza, non turismo di massa, alla società civile e all’associazionismo che opera nei territori in questione; invece non mi riferisco alla politica, troppo spesso disinteressata, ambigua quando non ipocrita e, come detto, sovente asservita o in combutta con l’industria turistica.

Insomma: pur capendo Zanella e solidarizzando pienamente con lui, ribadisco, a mio parere non è affatto il caso di arrendersi ma di combattere, unirsi, fare massa critica, agire fattivamente in ogni modo possibile per difendere le nostre montagne e qualsiasi territorio eccessivamente turistificato non tanto dai turisti, in fondo loro stessi vittime del meccanismo perverso che li sfrutta, ma da ogni soggetto del potere che verso le terre alte dimostri insensibilità, incompetenza, disinteresse e mero affarismo senza ritegno.

È l’iperturismo tamarro che presto si dovrà arrendere (sempre che ancora prima non si sgonfi o imploda, come detto), non certo le nostre montagne!

Un po’ come devastare un bene di gran pregio mettendoci dentro una discoteca o una sala slot

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca. la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Immaginatevi una bellissima villa, un capolavoro architettonico di gran pregio, tutelato dai vincoli delle Belle Arti, per di più ricca di opere d’arte altrettanto notevoli in grado di meravigliare chiunque… un gran posto, insomma, che abbisogna di cure per rimanere tale e conservare la sua mirabile bellezza così che possa essere ammirata da tutti.

Ecco, ora immaginatevi che i soggetti ai quali è stata demandata la cura della villa decidano di non curarsene affatto e non solo ciò, ma pure di trasformarla in un ordinario disco pub, spostando o abbattendone i muri per ricavarci una pista da ballo con luci laser e musica ad altissimo volume, sale slot, maxischermi per le partite di calcio e quant’altro di funzionale al divertimento più facile e dozzinale.

Sarebbe una situazione accettabile, secondo voi?

Bene, quanto sopra è più o meno ciò che sta succedendo sulle montagne tra Colere e Lizzola, luoghi in altura di grande bellezza e notevolissimi pregi paesaggistici e naturalistici in grado di meravigliare chiunque (appunto), dunque tutelati da varie normative ambientali, che qualche soggetto in loco vorrebbe invece trasformare in un dozzinale luna park turistico ignorando totalmente la bellezza di quelle montagne, le loro valenze e i tanti pregi che posseggono e di contro impattando pesantemente sul territorio e l’ambiente locali senza curarsi delle conseguenze. Per di più, spendendo una somma spropositata di denaro pubblico (almeno 50 milioni di Euro, destinati inesorabilmente ad aumentare): soldi dei contribuenti sperperati per danneggiare il luogo a mero e unico vantaggio di chi ne gestisce le sorti turistiche, senza alcun beneficio per la comunità locale.

MA SIAMO PAZZI?

È questa la sorte, questo il futuro che certi soggetti vogliono imporre alle nostre montagne e alle comunità che le abitano? La distruzione di un paesaggio montano così mirabile, della sua realtà socioeconomica e parimenti dell’identità culturale delle sue comunità?

Solo un paese che abbia completamente smarrito la relazione e la comprensione del proprio territorio, nonché la cognizione della realtà che lo caratterizza e della quotidianità di chi lo vive, potrebbe permettere cose del genere. Ma, quando ciò accade, solo la società civile può impedirlo. E deve farlo, per il bene di quelle montagne, che sono patrimonio di tutti, e del paese stesso.

Per saperne di più su questa assurda vicenda, potete leggere i vari articoli che vi ho dedicato oppure visitare il sito web del Collettivo TerreAlt(r)e, che si sta opponendo al progetto in questione.