Fenoglio, i suoi libri e il loro paesaggio

Per Beppe Fenoglio, il paesaggio delle Langhe non è il luogo della prima giovinezza e della nostalgia come per Pavese, non ha nulla di mitico. È invece una presenza viva, che accompagna le peripezie dei protagonisti delle sue storie, anche nel tempo atmosferico, specie quando li avvolge di nebbia o di pioggia. I crinali delle colline, che formano quelle lingue di terra da cui deriva il nome Langhe, sono il luogo del viaggio, nella ricerca come nella fuga dei protagonisti delle sue storie. I rittani, alte e profonde fessure tra le colline, spesso scavate da un torrente, sono un elemento naturale che caratterizza più di altri il paesaggio nelle sue pagine. Il fiume Tanaro e i suoi ponti, durante la guerra insidiosi per mine o agguati, condizionano spostamenti e vie di fuga.

[Beppe Fenoglio, foto di Aldo Agnelli, Archivio Centrostudi Beppe Fenoglio Valdivilla, 1958. Fonte dell’immagine, qui.]
Se è vero che il paesaggio, intendendo il termine nell’accezione di “forma estetica del territorio” con il relativo immaginario comune, è stato inventato dalla pittura, dal Cinquecento in poi, è altrettanto vero che il modo con cui basilarmente lo definiamo, identifichiamo e in qualche modo gli diamo il valore di “nozione culturale” è merito della letteratura. La quale “utilizza” il paesaggio in modi differenti, più o meno funzionali alla narrazione, il che tuttavia non implica in automatico che il paesaggio in letteratura risulti importante o acquisisca una valenza che vada oltre la mera scenografia, il semplice far da sfondo alle vicende narrate. Di contro, in certi autori il paesaggio diventa un autentico “attore protagonista” della narrazione, a volte in modo tale da far che una certa storia, se privata del paesaggio raccontato nel testo, diventerebbe tutt’altra cosa fino a perdere gran parte della sua essenza letteraria (per la cronaca, in tema di descrizioni letterarie del paesaggio ho scritto di recente qui).

Beppe Fenoglio, ad esempio, è un autore intimamente legato – sia come persona/abitante che come autore letterario – ai propri paesaggi che sono quelli delle Langhe, il cui ambiente penetra tra le parole delle storie narrate in modo intenso e peculiare, caratterizzandone l’atmosfera letteraria al pari del mood stilistico dell’autore. In un bell’articolo pubblicato il 10 maggio scorso su “Doppiozero” del quale lì sopra pubblico l’incipit, Giuseppe Mendicino, con l’attenzione e la sensibilità rare che contraddistinguono sempre i suoi testi, accompagna i lettori in un viaggio breve ma intenso e affascinante attraverso le Langhe di Fenoglio e dei libri del grande scrittore (e partigiano) di Alba che del territorio piemontese e dei suoi elementi si impregnano e si fanno a loro volta (e a modo loro) paesaggio, letterario e non solo.

Potete leggere l’articolo di Giuseppe Mendicino nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post – tratta dallo stesso articolo.

Scappare dalla città sui monti (e viverci altrettanto bene)

[Il complesso residenziale Maierhof presso Bludenz, Vorarlberg, Austria, dotato di una particolare armonizzazione, appositamente studiata, al territorio e al paesaggio circostanti. Immagine tratta da www.floornature.it, dove trovate altre foto del progetto.]
Secondo il “World Urbanization Prospects 2018” delle Nazioni Unite, nel 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Già oggi, più della metà della popolazione mondiale, circa il 55%, risiede nelle metropoli ed il trend, come avvenuto negli ultimi decenni, è destinato ad andare avanti. Si calcola che nel 1930 solo il 30% della popolazione viveva in aree urbane mentre nel 2050 la quota sarà addirittura pari al 68% del totale (fonte qui).

Tuttavia, pensare a questo come un fenomeno a senso rigidamente unico è sbagliato, dal momento che esistono anche movimenti in senso opposto: naturalmente di entità molto minore (definirlo “controesodo” è certamente prematuro!) ma comunque significativi per come risultino potenzialmente prodromici di una situazione futura variegata e non scontata, in tema di demografie, come i dati sopra esposti farebbero ritenere. Per generare questo decentramento metropolitano risultano certamente tra i fattori fondamentali l’ambiente, naturale e sociale, e il paesaggio – nel senso più ampio del termine: non è dunque un caso se alcuni dei paesi nei quali si sta maggiormente verificando un ritorno alla residenza in aree rurali, spesso proprio quale risultato di una “fuga” dalle città, sono quelli alpini, in primis Germania, Austria e Svizzera i quali più di altri offrono opportunità e supporti concreti avanzati per vivere al meglio in questi territori.

Nella città di Neu-Anspach, in Germania, è in corso una mostra che tratta questo tema dal punto di vista architettonico – il titolo è assai suggestivo al riguardo: Bello qui! Architettura delle aree rurali – visitabile fino al 27 novembre prossimo: per saperne di più sulla mostra cliccate qui. In effetti l’architettura, in questa circostanza ancor più che in altre – per certi versi anche più che nelle aree metropolitane – risulta una disciplina fondamentale al fine di generare con continuità le migliori opere e il processo di territorializzazione più virtuoso possibile non solo per rendere confortevole la vita nelle aree rurali ma pure per far evolvere il loro paesaggio così da farne una dimensione ideale per la più proficua relazione reciproca tra gli abitanti nonché tra essi e il territorio d’intorno, al contempo salvaguardando l’anima dei luoghi e la loro valenza culturale.

Ovviamente in un ambito del genere il rischio maggiore è quello di costruire nuove cattedrali residenziali nel deserto (pur ameno che sia) nelle quali l’abitare si manifesta come mera occupazione di spazio e di tempo (legata a una sorta di mainstream filorurale tuttavia pressoché privo di consapevolezza culturale) e non come la base della relazione con il “luogo”, il quale d’altro canto nemmeno può esistere e acquisire un’anima senza il vissuto consapevole degli abitanti. Il benessere e la salubrità che sono qualità proprie del vivere in campagna o in montagna possono realmente svilupparsi, compiersi e consolidarsi nel tempo solo se parimenti si sviluppa la relazione culturale con il territorio abitato e vissuto, e questa relazione trae forza anche dall’armonia delle opere architettoniche con il territorio stesso, quali elementi di caratterizzazione e identificazione del luogo che si riflettono nella mente e nell’animo dei suoi abitanti. Il compito degli architetti e dei progettisti è dunque importante e prezioso, al riguardo: da nessun altra parte come in montagna e nelle aree rurali progettare nuove opere significa certamente costruire qualcosa di bello ma soprattutto realizzare qualcosa che fa più bello tutto quanto c’è intorno, senza dimenticare che, in tali casi, la bellezza (non a caso richiamata nel titolo della mostra) è soprattutto un elemento compiutamente culturale più che meramente estetico, esattamente come vale per le montagne.

E chissà che in futuro anche altrove, in primis in quei paesi che presentano un ambiente degradato e impoverito da una salvaguardia carente del territorio, motivo tra i principali che determina l’accentramento demografico verso città sempre più grandi, più caotiche, più inquinate – un perfetto, drammatico circolo vizioso, insomma – possano seguire l’esempio dei paesi più avanzati e costruire una propria via di ritorno alla vita nelle aree rurali. Anche per questo è interessante seguire le esperienze presentate nella mostra di Neu-Anspach e in generale ogni altra simile. Dobbiamo saper costruire nuovi (o rinnovati) modelli per un futuro migliore e il futuro si costruisce oggi, non certo domani. Sarebbe già troppo tardi, altrimenti.

Una cartolina dalla Jungfraubahn

«Qui su in cima, tra la Kleine Scheidegg e lo Jungfraujoch, si trova una delle chiavi fondamentali per comprendere al meglio la Svizzera moderna, la cellula primordiale di un progetto straordinario nel cuore dell’Europa. Una vera e propria visione, l’eccezionale arte ingegneristica, un sistema bancario funzionante, una dose di senso degli affari e di ospitalità, in aggiunta ad un pizzico di buona fortuna e molta perseveranza – che molti preferiscono chiamare testardaggine. È ormai da tempo che la Svizzera ha fatto il suo ingresso nel mondo.»

Si poteva leggere così su Chemin de Fer de la Jungfrau, Oberland Bernoise, un testo del 1903 di presentazione della celeberrima Ferrovia della Jungfrau, che sarebbe stata inaugurata qualche anno dopo. Ai tempi l’opera fu considerata un’ennesima, possibile “ottava meraviglia del mondo”; oggi come la possiamo, o dovremmo, considerare? Uno dei massimi trionfi per quell’epoca dell’ingegno umano sulla più ostica Natura, oppure una sua cocente sconfitta perpetrata da uno dei primi e più emblematici atti di prepotenza tecnologica dell’uomo?

[Foto di Michal Gorski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.