Domani pomeriggio, a Barzago

Domani 21 maggio, alle 14.30, avrò l’onore e il piacere di accompagnare Franco Michieli nella sua “passeggiata letteraria” per il ciclo Storie in quota. Racconti e discussioni tra libri e montagne organizzata a Barzago (Lecco) dal Comune e dalla locale Biblioteca. Si tratterà di una vera camminata, semplicissima tanto quanto suggestiva, nel territorio barzaghese, che al netto dell’antropizzazione inesorabile e sovente deprecata della Brianza conserva delle oasi silvestri che sono il retaggio del primordiale, rigoglioso ambiente naturale che contraddistingueva queste zone nel passato, facendo del vagabondare in esse un’esplorazione emblematica tra storia e geografia. E praticare tale vagabondaggio con una guida d’eccezione come Franco Michieli, scrittore, geografo, alpinista e in primis esploratore tra i più autentici e originali in assoluto, assicura ai partecipanti il dono di un’esperienza affascinante, profonda e illuminante.

Il ritrovo per la passeggiata è alle 14.20 presso l’Aula Civica di via Cesare Cantù 4, a Barzago: non è necessaria la prenotazione e non sono previste disposizioni anti-Covid, svolgendosi il tutto all’aperto (per la cronaca, le previsioni meteo danno tempo bello e dunque può essere che pioverà, vista l’attendibilità dei meteorologi nostrani. Ma penso proprio che stavolta no: previsioni o meno ci sarà bello e caldo, andate tranquilli).

Per qualsiasi ulteriore informazioni potete consultare il sito web del Comune di Barzago, nel quale trovate anche i relativi contatti. Se potrete partecipare, ve l’assicuro, passerete un pomeriggio probabilmente memorabile.

Tentativi di giustificare l’ingiustificabile

«Con 2,4 milioni di euro a fondo perduto supportiamo in maniera concreta un settore fondamentale per la Lombardia che negli ultimi anni è stato colpito duramente prima dalle restrizioni legate al Covid e poi dal caro energia».

«Un contributo di sostanza a un comparto nevralgico per lo sport invernale e per l’economia delle nostre montagne che, fra quattro anni, saranno protagoniste assolute in Italia e nel mondo con le Olimpiadi invernali del 2026.»

«L’impegno di Regione Lombardia per gli impianti di risalita e le piste da sci è importante e costante. Vogliamo aiutare concretamente gli operatori nella gestione degli impianti per rendere le nostre montagne sempre più competitive a livello turistico e per gli sport invernali.»

«Ancora una volta un contributo fattivo per un comparto strategico e per il turismo invernale, infatti gli impianti di risalita generano un volano per tutte le attività produttive annesse e connesse e moltiplicatore per tutta l’economia del territorio montano.»

Queste sono alcuni degli ennesimi tentativi, espressi nelle solite retoriche forme verbali da alcuni amministratori regionali lombardi, di giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’ennesimo stanziamento di soldi pubblici (miei, vostri, nostri) a sostegno degli impianti sciistici. Altri milioni di Euro che si aggiungono agli innumerevoli stanziati negli anni scorsi esclusivamente agli impianti da sci, in tali forme e entità: come se tutto il resto dell’economia di montagna non esistesse e non contasse nulla, nemmeno a fronte della sorte di tante località sciistiche già inesorabilmente segnata, per il cambiamento climatico in corso e non solo per tale causa (traduco: 350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”, e sono pure dati del 2017 dunque pre-Covid). Come se, una volta chiusi impianti e piste per assenza di neve o per fallimenti economici o altro del genere, la montagna scomparisse. O, per usare un’espressione più consona, come se non avesse più alcun valore – dunque non fosse altrettanto meritevole di essere sostenuta in modi simili.

Voglio di nuovo ribadire il (mio) concetto: nulla contro gli impianti di sci, anzi, se gestiti con buon senso e giusto realismo; ma se un’attività commerciale – quale essi rappresentano – non riesce per vari motivi (non tutti colposi) a stare in piedi da sola e per giunta genera una pressione (non solo ambientale) sul luogo in cui opera che col tempo diventa sempre maggiore, è veramente così giusto e doveroso alimentarne artificiosamente (e costantemente, visto l’andazzo) l’attività? In quanti altri casi, e per quali altre categorie accade la stessa cosa, in montagna? Ditemi, voi gestori di piste per lo sci nordico, guide alpine, escursionistiche, ambientali, associazioni culturali e di sostegno al turismo non meccanizzato o di salvaguardia del paesaggio montano, e voi allevatori di razze alpine, agricoltori, casari, rifugisti… anche a voi arrivano così tanti soldi e con tale continuità per sostenere le vostre attività e alleviare le difficoltà di gestione che dovete affrontare? Ma perché, voi non siete “economia di montagna”, non fate vivere le vallate alpine come si ritiene faccia lo sci?

D’altro canto sono tentativi, quelli sopra citati, che avranno probabilmente “successo” nel breve periodo, visto che i soldi sono stati stanziati e saranno elargiti, ma si dimostreranno sicuramente fallimentari tra qualche anno perché comunque lo sci su pista, nonostante lo sperpero di denaro pubblico e salvo rare eccezioni, è destinato a scomparire. Già: di questo passo lo sci coi suoi impianti sparirà, non certo le montagne e la possibilità di fruirle in molti altri modi ben più sostenibili e meno dispendiosi per tutti.

(Le citazioni sopra riportate sono tratte da questo articolo.)

Belvedere con spaccio di ovomaltina

Vengono rumori secchi come quando qualcuno taglia un albero, non è detto che sia un picchio, più d’una volta mi sono sbagliato, sicuro di trovare un boscaiolo sono arrivato vicino al picchio, faceva uno strepito incredibile. Vengono da un dosso boscoso che un tempo doveva tremolare di betulle molto più di adesso se l’hanno chiamato Bedrina, un’altura così piacevole e invitante e varia che lo Stato, sempre vigile, dopo aver rapidamente permesso di adagiarvi una squallida polveriera, l’ha promossa Riserva Protetta con tanto di cartelli appesi agli alberi, ritoccati da villeggianti villanzoni in Serva Protetta e altro; con una torbiera sparsa di sfagni dai bei colori dove s’appaga la rana rossa in attesa di far vita notturna sulla terraferma, e la drosera non solo per passatempo cattura gli insetti che le s’impigliano tra i peli delle foglie, e li divora. Un posto così bello che a più d’un mammifero superiore è saltato in mente di sfruttarlo con attrezzature turistiche, cominciando ad allargare sentieri che da sempre ci sono e non ci sono, a tracciarne di nuovi non senza strazio del bosco, e trasformare certi ciglioni in veri e propri belvedere con spaccio di ovomaltina.

[Giorgio OrelliPrimavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.18.]

Ecco: come racconta da par suo Orelli in questo brano, lo sfruttamento del paesaggio alpino in senso turistico e patrimonializzante (per cavarci guadagni, insomma) non è certamente cosa nata ieri e non è riservata a solo alcune zone delle Alpi. Ovviamente, non è detto che ciò significhi in automatico banalizzazione del luogo, ma di sicuro il limite oltre il quale comincia a significarlo s’è fatto col tempo assai più vicino al punto zero e, probabilmente, molto meno visibile, viste le volte nelle quali viene palesemente superato, già.

Le rotatorie stradali e il paesaggio alienato

[Rotatoria “Il gigante della strada”, Via Emilia, Borgo Panigale (BO). Immagine tratta da rotondebrutte.tumblr.com.]
Qualche tempo fa, su “Artribune”, Claudio Musso ha offerto una interessante riflessione sul tema delle rotatorie stradali come nuovo e emblematico landmark del nostro paesaggio antropizzato. È assolutamente vero: in pochi anni di queste rotatorie ne sono spuntate a centinaia ovunque, e se con qualsiasi servizio di mappe on line osserviamo dall’alto il territorio che abitiamo, quei cerchi nel mezzo delle strade (a loro volta uno spazio emblematico nel quale trascorriamo molte ore della nostra vita quotidiana) appaiono come una sorta di immancabile e caratteristica simbologia geografica.

Tuttavia, Claudio Musso segnala nel suo articolo – citando Emanuele Galesi e il suo Atlante dei classici padani – che è successo qualcosa di più, al riguardo:

«C’è stato un tempo Prima della Rotatoria e un tempo Dopo la Rotatoria»: esordisce così Emanuele Galesi. «L’espressione massima della rotonda è raggiunta però con l’opera d’arte al centro, la scultura finanziata per accogliere il viaggiatore, per installare un simbolo della zona, per celebrare la potenza dell’imprenditore, per dimostrare una vitalità creativa mai sopita». […] Quand’è che è stato deciso che ogni spazio di questo tipo dovesse accogliere un’opera? Come si è passati dalla manutenzione privata di un luogo pubblico alla possibilità di utilizzarlo come cartellone pubblicitario?

Il tema mi pare assolutamente interessante e emblematico, ribadisco, perché dimostra come al giorno d’oggi la gestione dello spazio pubblico con valenza di landmark, cioè di qualcosa che caratterizza quello spazio conferendogli un certo senso, non necessariamente positivo, sia sempre più una pratica di banalizzazione del nostro paesaggio mascherata da sua “valorizzazione”. A parte il fatto che piazzare nel mezzo d’una rotatoria stradale un oggetto che per sua natura richiede uno sguardo minimamente attento e una certa attenzione per essere considerato è cosa parecchio pericolosa – e le nostre strade certamente non abbisognano di altri rischi, che già ne abbondano – la rotatoria dimostra come il fondamentale rapporto forma-funzione, basilare in ogni intervento architettonico ovvero di modificazione del territorio, viene sempre più spesso ribaltato e diventa funzione-forma: cioè, sorge il sospetto che molte rotatorie, più che a regolare i flussi del traffico veicolare, siano realizzate con lo scopo primario di offrire un palcoscenico promozional-commerciale a chi in loco voglia mettersi in mostra e pretenda di piazzare una propria “firma” su quel lembo di territorio. Non solo: il ribaltamento suddetto diventa palese se si pensa che – nel caso citato da Musso del piazzarci opere d’arte (che sovente definire così è fin troppo magnanimo) o altri manufatti “d’immagine” – la strada e la rotatoria sono un non luogo per eccellenza mentre un’opera d’arte è qualcosa che dovrebbe conferire valore – culturale, in molte accezioni del termine – allo spazio nella quale è installata. Si genera così un inopinato cortocircuito che finisce per banalizzare in primis l’opera d’arte stessa e che, marcando in tal modo lo spazio, lo rende confuso e ancor più alienato – e alienante – dal contesto d’intorno. In questo modo il landmark, elemento potenzialmente virtuoso per il territorio dacché in grado, ribadisco, di conferirgli un senso riconoscibile e riconosciuto – un’identità, nel migliore di casi: si pensi al semplicissimo ma fondamentale cairn, l’ometto di pietre, fin dalla preistoria segno antropico tanto elementare quanto dotato di senso potente nel luogo in cui viene eretto – diventa motivo di confusione, di straniamento, si trasforma nel tentativo, sovente ben riuscito, di creare un ennesimo non luogo che il paesaggio lo degrada, non lo valorizza di sicuro.

[Immagine tratta dal sito web frizzifrizzi.it che a sua volta riprende la pagina Instagram roundabout_sculpture nella quale sono catalogate le “rotatorie (pseudo)artistiche” sparse per il pianeta.]

Perché non sfruttare l’occasione per provare a proporre una riflessione sulla dissennata estetizzazione di infrastrutture e arredi urbani? Perché non fermarsi, per una volta, ad ammirare il vuoto?

Così conclude il suo articolo, Claudio Musso, con altre due domande perfette. Già: perché invece di (credere di) “riempire” il vuoto dello spazio con il vuoto culturale non si prova a colmarlo d’una maggior sensibilità e una più attenta cognizione nei confronti del nostro paesaggio? Che poi sono certo che ci sarebbero molti meno incidenti stradali, nel caso. Ecco.

Soglio in “fasce”

L’affascinante opera grafica qui sopra riprodotta è uno dei frutti del rilevamento compiuto nel 1983 a Soglio, il bellissimo villaggio della Val Bregaglia (sul quale ho già scritto qui), dagli studenti di architettura della scuola di ingegneria dei due semicantoni di Basilea sotto la direzione del noto architetto svizzero Michael Alder e pubblicato nel volume del 1997 Soglio: Siedlungen und bauten / Insediamenti e costruzioni (testo oggi fuori commercio, purtroppo).

L’opera illustra le costruzioni nelle diverse fasce altitudinali del territorio comunale evidenziandone in maniera tanto immediata quanto chiara la relazione con la porzione di riferimento del territorio locale: dal basso in alto si passa dal fondovalle, dove è ancora presente la vite (800-900 m), alla zona dei castagneti (900-1100 m), dominata dal villaggio terrazzato. Al di sopra del paese seguono poi i monti bassi, la fascia inferiore di alpeggi sopra il limite di crescita delle latifoglie (1500 m), e i monti alti, la fascia superiore, appena al di sotto del limite di crescita delle conifere (2000 m), il massimo limite altitudinale dell’antropizzazione nel territorio di Soglio.

L’immagine (cliccateci sopra per ingrandirla) è tratta dalla voce “Soglio” del Dizionario Storico della Svizzera, che potete consultare qui.