La stessa evoluzione delle società umane porterà ad una condizione della geografia per la quale l’ambiente terrestre esisterà solo come spazio utile (è quanto già accade), fruibile indiscriminatamente. E porterà infine al suo riempimento, con la continua sommersione del paesaggio preesistente, di cui si salveranno solo poche testimonianze. Una sommersione, ad esempio, già in parte avvenuta da noi nel corso del più recente processo di riterritorializzazione, con gli adattamenti ad una condizione di vita che le tecniche industriali hanno profondamente rinnovato, affrancando l’uomo dalle passate dipendenze nei confronti dell’ambiente naturale.
La sommersione, simile ad un diluvio, ha obliterato i paesaggi ereditati nel giro di poche decine di anni. Ordine delle campagne, strutture insediative, architetture che esprimevano forme trepide e nondimeno geniali del costruire, segni devozionali, scenari esaltati da poeti, vissuti e nobilitati da eroi culturali e così via. È questo il destino del paesaggio terrestre, al di fuori delle “isole” rappresentate dalle terre marginali, estranee all’ecumene più densamente popolato? Un destino segnato dalla continua sommersione? E con questa sommersione continua saranno destinate a scomparire per sempre le testimonianze della storia dell’uomo, il paesaggio che racconta?
Da Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. L’infografica sottostante invece fa ben capire la “sommersione” in corso del paesaggio denotata da Turri, ovvero il consumo dei suoli di quel territorio antropologicamente identitario il cui paesaggio custodisce (e racconta) la nostra storia nonché ci offre i semi dai quali far germogliare il miglior futuro possibile per i luoghi in cui viviamo, ma che troppo spesso calpestiamo e sommergiamo nell’oblio culturale e politico più profondo.
Per saperne di più sull’infografica, i cui dati si riferiscono al 2021, cliccateci sopra – e sul tema al quale si riferisce ne ho già scritto qui.
[Foto di Pi Quadro, tratta dalla pagina Facebook “Sei di Ello se…“]Nell’occuparmi dei temi legati al paesaggio, una delle cose che mi lascia sempre parecchio sconcertato – seppur ingenuamente, lo so – è il constatare quanto poco molte persone conoscano del luogo in cui vivono. Ora non dico di conoscere a menadito l’intera geografia o la toponomastica storica oppure le vicende del passato o ancora l’origine di quanto il territorio contenga, ma non di rado mi tocca appurare che nemmeno le nozioni fondamentali, quelle ad esempio relative agli elementi geografici o antropici e che rappresentano i principali marcatori referenziali del territorio stesso, cioè l’identikit del suo Genius Loci, siano così (ri)conosciute. Posso capire che, nella nostra società contemporanea che crea e affastella a getto continuo cose nuove (o presunte tali) alle quali dare attenzione, togliendo così spazio ad altre ritenute non più importanti – senza contare poi quanto la geografia sia negletta al giorno d’oggi -, molte persone non siano più attratte o affascinate da ciò che hanno fuori dall’uscio di casa ovvero non vi conferiscano più importanza – difatti non addito ad esse alcuna colpa, la mancanza non è loro. D’altra parte capisco altrettanto bene, occupandomi di paesaggio sotto diversi aspetti, che la sfilacciata e trascurata relazione che oggi intratteniamo con il territorio che abitiamo, e con il paesaggio che da esso concepiamo, è molto spesso alla base delle principali problematiche che il territorio presenta, sia a livello prettamente culturale che di gestione politica.
Dunque, iniziative come quella organizzata per domenica prossima a Ello (comune in provincia di Lecco posto sull’affascinante Monte di Brianza, del quale ho ri-scritto di recente qui) e che qui prendo ad esempio di qualsiasi altra simile, sono quanto mai importanti e preziose. Se siete della zona o potete raggiungerla vi invito a parteciparvi, nella locandina lì sopra trovate le info principali al riguardo. Parimenti penso che iniziative così sarebbero da organizzare con continuità in ogni comune, coinvolgendo da una parte i soggetti in grado di poterle condurre (e ce ne sono di validi ovunque) e dall’altra soprattutto la popolazione del luogo. Conoscerlo e essere consapevoli di quanto sa offrire dal punto di vista geografico, storico, artistico, umanistico eccetera, è il primo e probabilmente fondamentale strumento di cura, di salvaguardia e di promozione del luogo stesso, a favore dei visitatori forestieri e ancor più di chi lo vive quotidianamente e lo può compiutamente sentire proprio, identificarsi nella sua anima (o con il suo Genius Loci) e farsi illuminare dalla sua bellezza, così che anche il viverci quotidiano diventi qualcosa di più piacevole, confortevole e appagante.
Un’altra di quelle azioni all’apparenza minime ma capaci di generare grandi e utili cose, insomma: da praticare quanto più possibile.
P.S. – Pre Scriptum: la recente “ospitata” presso il CAI di Calco per la presentazione della guida DOL dei Tre Signori mi ha riportato alla mente l’articolo che potete leggere di seguito e dedicato alla montagna di casa per gli amici calchesi e per chi abita le zone limitrofe, ovvero il Monte di Brianza. Un “piccolo” massiccio prealpino che sa regalare grandi sorprese, la cui scarsa elevazione altitudinale è inversamente proporzionale all’ampiezza di vedute panoramiche e di possibilità escursionistiche per le quali peraltro sono proprio i mesi invernali il periodo migliore, quando altre mete più prettamente montane sono irraggiungibili mentre qui il fascino intrigante dell’inverno prealpino si manifesta in tutta la sua suggestività. Ve lo ripropongo, dunque, insieme all’invito a conoscere e esplorare il Monte di Brianza: la sua bellezza e le peculiarità che offre vi sorprenderanno, ne sono certo. Buona lettura.
Il fascino discreto (e un po’ magico) del Monte di Brianza
Ci si sente sospesi, sul San Genesio (altro toponimo del monte, dal nome di una delle sommità principali) in una sorta di piega dello spaziotempo, nella quale certamente giungono i rumori e le visioni della pianura ma sono come filtrati dai “bordi” della sfera ambientale che circonda la montagna e la separa, in modo geograficamente indistinto ma paesaggisticamente netto, dal resto del mondo d’intorno. Ci si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria da impianti industriali e strade estremamente trafficate ma da essi ci si sente ben più lontani: forse proprio grazie al vivido e inatteso piacere di ritrovarsi in un’isola di virente quiete così bella e – per molti, ribadisco – inaspettata, che risintonizza i sensi su armonie diverse, fuori dall’ordinario.
[Il Monte di Brianza di notte, un’isola di naturale oscurità nel mezzo delle luci lecchesi e brianzole. Foto di Lino Rizzetto, tratta dalla pagina Facebook dell’Associazione Monte di Brianza.]
Volendo lasciar libera la mente di vagare nei reami della fantasia, verrebbe da pensare che, muovendosi sul placido crinale del Monte di Brianza – che ha orientamento Nord-Sud, più o meno – lungo il sentiero che lo percorre interamente, ci si potrebbe credere in cammino lungo la schiena del Genius Loci del monte, il cui corpo si manifesti nelle fattezze di un ciclope addormentato a pancia in giù, appunto, la testa nascosta sotto il Monte Barro (l’altura adiacente a settentrione) e le gambe che affondano nelle pianure a Sud, verso le colline del Curone; un gigante placidamente a riposo ma assolutamente vivo, vibrante di energia e vitalità al punto da poterla percepire, camminandoci sopra, e sentirla come una forza naturale preziosa e benefica, di quelle che certi luoghi speciali sanno emanare consentendo a chi vi si trova di stare bene lì, di sentirsi ben accolti e compiaciuti di starci. E, a ben vedere, quanto vi ho appena raccontato può essere considerato un volo della fantasia solo nella sua forma metaforica dacché, al di là delle mere suggestioni “letterarie”, veramente il Monte di Brianza – o il suo Genius Loci – emana una propria vitalità peculiare: tenue, delicata, eterea più che altrove, in territori montani maggiormente scenografici (per l’immaginario comune), eppure nitida, a suo modo definita, che si può cogliere con un minimo di sensibilità in più rispetto all’ordinario.
Comunque, anche chi invece volesse far vincere la fantasia sulla razionalità e da essa lasciarsi piacevolmente irretire, sul San Genesio può farlo “a ragione”, viste le numerose leggende che sul monte si possono trovare, e che la fotografa Maria Cristina Brambilla ha raccontato sul numero di novembre 2020 della rivista “Orobie” e in questo suggestivo video:
Insomma: se non l’avete mai fatto prima, o non ancora con la più consona e sensibile attenzione, esploratelo, il Monte di Brianza. Per farlo in modo ben consapevole, potete consultareil sito web dell’Associazione Monte di Brianza(dal quale ho tratto anche le fotografie qui presenti), dove trovate ogni informazione utile al riguardo e molte altre suggestioni altrettanto utili e intriganti.
P.S. – Post Scriptum: sul Monte di Brianza ho scritto anche qui.
[Foto di Silvia Pasquetto – Comune di Ostana, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Probabilmente non c’è bisogno che vi racconti la storia della rinascita di Ostana, in Valle Po, uno degli esperimenti (ma ormai ci sarebbe da parlare di concretizzazioni) di rigenerazione di un centro abitato alpino e del relativo territorio più riusciti, sulle montagne italiane, al punto da essere ormai diventato un caso esemplare e illuminante per qualsiasi altra similare progettualità. Se invece non la conoscete al meglio, trovate un buon riassunto della storia recente di Ostana qui.
Dunque, in questo mio articolo non miro a ribadire quanto già noto a tanti: tuttavia, per rimarcare comunque la notevole qualità del “progetto Ostana” e il suo essere un modello di cose belle e buone realizzate in montagna, vi dico di uno strumento “pratico” facente parte a tutti gli effetti del progetto e del suo successo, che fin dalla sua prima conoscenza ho trovato estremamente interessante per come rappresenti una delle basi fondamentali per la concretizzazione della rinascita del villaggio piemontese, per la quale l’architettura ha giocato un ruolo primario e non solo in quanto pratica necessaria al recupero funzionale degli edifici: il Manuale delle linee guida e degli indirizzi tecnici per gli interventi di recupero ed ex novo a Ostana, grazie al quale il villaggio è diventato un laboratorio di architettura alpina, riconosciuto a livello nazionale e anche al di fuori dei confini. Un compendio tecnico ma con grandi valenze culturali che dimostra bene come i migliori e più efficaci progetti di rigenerazione dei territori montani siano quelli scaturenti da un processo di conoscenza approfondita dei territori stessi, dalla quale conseguentemente può scaturire la sensibilità migliore e la cura più attenta e edotta nei confronti del luogo e di chi lo vive e lo vivrà nel futuro.
A tal proposito, è interessante leggere nel Manuale (che potete consultare nella sua interezza cliccando sull’immagine della copertina lì sopra) quella che dai suoi autori è stata definita la “filosofia Ostana”:
Da diverso tempo Ostana è diventata un punto di riferimento sul tema del recupero e della valorizzazione dell’architettura alpina. A partire dalla metà degli anni ottanta, la comunità locale ha infatti perseguito una diffusa e condivisa politica di riuso delle antiche costruzioni montane in un’ottica di qualità. Una filosofia incentrata sulla qualità e sulla reinterpretazione dei caratteri morfologici, costruttivi e tecnologici dell’architettura tradizionale occitana. Una filosofia che ha privilegiato il recupero dell’ingente patrimonio edilizio esistente ma che ha altresì portato ad alcune realizzazioni ex-novo. Gli interventi hanno così riguardato opere pubbliche e private, il costruito e gli spazi aperti: case, edifici del comune, strutture ricettive, costruzioni di servizio, spazi pubblici, percorsi pedonali, autorimesse parcheggi, ecc. Tra i principali fautori di questo recupero vi è l’architetto locale Renato Maurino che ha riversato parte della notevole esperienza acquisita nel manuale Recupero edilizio e qualità del progetto scritto con Luigi Dematteis e Giacomo Doglio (Edizioni Primalpe, Cuneo, 2003), il quale ha costituito una solida base di partenza per questo lavoro. Riuso e qualificazione oculata del patrimonio architettonico hanno dato vita ad una nuova identità e riconoscibilità di questo piccolo comune di montagna determinando una rinascita anche sotto il profilo economico e sociale. Qualità architettonica, identità e nuova abitabilità, sostenibilità ambientale, offerta di un turismo pertinente rispetto ai luoghi hanno permesso al paese dell’alta Valle Po entrare nella rete dei «borghi più belli d’Italia». Ostana rappresenta un vero e proprio laboratorio di architettura alpina contemporanea che può essere preso ad esempio per le politiche sulla montagna dei prossimi anni.
Ovviamente il Manuale di Ostana non è solo di tale tipologia esistente nei comuni alpini italiani, prendendo peraltro le mosse da similari materiali già esistenti pur a livelli diversi e per competenze differenti – ma in modi eccellenti come pochi altri sa coniugare la propria teoria nella pratica del territorio ostanese e delle sue peculiarità, anche grazie alla notevole competenza dei due responsabili scientifici Antonio de Rossi e Massimo Crotti. In tal modo, ovvero ponendo così solide basi teoriche ai contenuti che propone, il Manuale rappresenta una potenziale ottima garanzia per l’esecuzione di lavori ben eseguiti, coerenti con la storia e la geografia del territorio, inseriti in esso armoniosamente oltre che capaci di coltivare una proficua socialità a sostegno della comunità locale (l’architettura è anche, forse soprattutto, una disciplina sociologica, è bene ricordarlo) e capaci nel complesso di riattivare e rinnovare anche l’identità del luogo dando forza espressiva al suo paesaggio, sia quello prettamente naturale e sia quello antropico. Un Manuale come quello di Ostana è dunque non solo un documento tecnico ma anche un dispositivo culturale, che raccoglie la tradizione storica del costruire e dell’abitare il territorio di Ostana traghettandola attraverso il presente verso un futuro tanto coerente con quella tradizione quanto concretamente rinnovatore e così in grado di strutturarsi nel tempo come nuova tradizione locale, garantendo la continuità della storia del luogo e della sua comunità.
Insomma, è un documento che ogni comune di montagna, e in generale ogni centro abitato dotato di pregi architettonico-urbanistici come tanti ve ne sono ovunque nel territorio italiano, dovrebbe elaborare (affidandosi a figure competenti e sensibili, ripeto), possedere e adottare con la piena consapevolezza della sua importanza da parte degli amministratori pubblici locali. Se ciò accadesse, sono certo che di brutture assortite e interventi disgraziati e degradanti che tocca ritrovare sulle nostre montagne ce ne sarebbero molti meno, a tutto vantaggio della cura dei territori e del valore culturale e sociale del paesaggio.
L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.
Be’, quest’estate, se siete andati in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che avete visto vi è stato presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.