Annibale Salsa, “I paesaggi delle Alpi” (Donzelli Editore)

Nel 2007 Annibale Salsa, tra le figure fondamentali negli (e per gli) ambiti culturali della montagna italiana, pubblicava un testo altrettanto basilare per conoscere e comprendere lo stato di fatto socio-antropologico delle terre alte: Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi, volume che peraltro ha fatto da guida e riferimento per numerosi altri testi, pubblicati negli anni successivi, che hanno dissertato in vario modo di montagne e montanari, quasi generando un genere saggistico a se stante nel panorama della “letteratura di montagna” – o “del paesaggio” che dir si voglia. Allora – e parlo di nemmeno quindici anni fa, non di decenni addietro – di testi pubblicati che riflettessero in maniera scientifico-culturale sulla realtà montana non ce n’erano molti, tutt’altro. Oggi, appunto, ce ne sono numerosi, e tuttavia alcuni dei temi fondamentali che afferiscono a quella realtà, pur se messi variamente in luce, sfuggono ancora alla necessaria comprensione diffusa che meriterebbero e della quale abbisognerebbero per diventare strumenti di gestione concreta e materiale dei territori montani.

Il paesaggio è senza dubbio uno di quei temi, e se l’accezione geografica principale del termine e del concetto sotteso (cioè, per dirla in breve, la percezione culturale della visione del territorio che l’individuo elabora, mediata dalle sensibilità e dal bagaglio cognitivo personali) è ormai ben evidenziata, rispetto a quella comune (che utilizza il termine “paesaggio” come sinonimo di panorama o semplicemente per identificare il territorio) e anche se resta assai diffusa la confusione tra le due definizioni, ancora poco esplorata è l’analisi e la riflessione della relazione tra il paesaggio e le genti che lo elaborano vivendo nel territorio che ne è fonte. La quale è invece un elemento imprescindibile per la comprensione e lo sviluppo del territorio in questione, ancor più se esso possiede peculiarità particolari, e ugualmente particolari fragilità antropologiche, come quello di montagna.

Ecco dunque che Salsa, posto il suddetto volume del 2007, pubblica nel 2019 I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia (Donzelli Editore, prefazione di Gianluca Cepollaro e Alessandro de Bertolini) un altro testo che, a me, sembra la chiusura del cerchio – in due parti, appunto – aperto con il precedente testo. Mi spiego meglio: ove Il tramonto delle identità tradizionali rifletteva sulla realtà delle genti in relazione alle montagne abitate e al loro paesaggio quale manifestazione immateriale peculiare di esse, I paesaggi delle Alpi analizza viceversa la realtà delle montagne rispetto alla relazione con esse delle genti che le abitano, ovvero rispetto ai fenomeni di antropizzazione, territorializzazione e trasformazione in generale degli spazi montani, quei fenomeni che in buona sostanza hanno costruito i relativi territori e dunque i loro conseguenti paesaggi. In pratica, il primo volume racconta l’effetto delle montagne sui loro abitanti, questo secondo racconta l’effetto degli abitanti sulle montagne vissute. E lo fa, I paesaggi delle Alpi, attraverso una completa e strutturata disamina storica della nascita del paesaggio alpino, che è sostanzialmente la storia dell’insediamento umano sui monti e dell’opera incessante delle genti per sopravvivere in quota, trasformando un ambiente in origine ostile in uno spazio che, nei secoli, ha sostenuto lo sviluppo di una vera e propria civiltà alpina non di rado più avanzata di quella cittadina-urbana, che si dotò di strumenti di governo del territorio altrettanto avanzati al punto da poter essere tutt’oggi presi a esempio di buone pratiche politiche per la montagna. Salsa analizza anche il rapporto con la montagna non antropizzata, quella che nell’immaginario comunque viene spesso definita la wilderness ma del tutto impropriamente, visto che sulle Alpi, in special modo rispetto ad altre catene montuose, non esiste quasi luogo pur minimo che non abbia subito la presenza e l’azione dell’uomo. Quindi l’autore rivolge lo sguardo al presente e, seppur in modo indeterminato (gioco forza, per certi versi), al futuro della montagna, facendo cenno a forme rinnovate di autogoverno del territori in quota e alla necessità di generare un immaginario comune alternativo, circa le montagne, finalmente depurato dalle troppe devianze di origine urbana e decontestuali alla realtà montana e ad essa imposte per ragione spesso del tutto improprie attraverso pratiche francamente illusorie, come quelle legate al turismo di massa, e ormai palesemente superate se non concretamente fallimentari. Infine Salsa pone l’accento su uno dei temi fondanti del suo pensiero antropologico-culturale sulle montagne: la necessità del “senso del limite”, ovvero la riflessione su come rendere intrinseco ai meccanismi e alle pratiche di sviluppo dei territori di montagna la nozione di non plus ultra legata ad un armonioso equilibrio con il contesto ambientale materiale e immateriale d’intorno, al fine di non imporre più ai monti certe infrastrutture di vario genere e scopo, spesso legate al mero tornaconto di soggetti pubblici e privati invero ben poco interessati ad un autentico sviluppo dei monti sui quali operavano (e operano), che alla lunga hanno generato danni notevoli all’economia, al tessuto sociale, alla cultura, all’identità nonché alla bellezza di quei monti – dei quali quasi sempre si ergono a difensori e promotori, peraltro.

I paesaggi delle Alpi è dunque un testo di grande valore e importanza, anche dal punto di vista didattico per come in tal senso possa agevolare – ribadisco – la necessaria presa di coscienza diffusa sul reale valore e sulla concreta portata del concetto di paesaggio in territori di grande pregio e altrettanta fragilità come quelli alpini – e lo stesso per quelli appenninici, s’intende: le “Alpi” del titolo del volume sono da intendersi come termine di identificazione generale per ogni territorio di montagna. Posto ciò, tuttavia, da operatore culturale in e per la montagna oltre che da appassionato esploratore delle terre alte, dopo aver letto questo e altri testi di ottima fattura, e ben sapendo quanti altri siano stati pubblicati in questi anni, come accennavo anche in principio di questo mio scritto, mi sorge una domanda alla quale confesso di far fatica a rispondere: a cosa servono, tutti questi ottimi libri? Mi spiego: un testo come I paesaggi delle Alpi possiede una grande capacità chiarificatrice in merito al tema del paesaggio montano e al suo sviluppo da qui al futuro – nonostante, ribadisco, la parte propositiva risulti fin troppo succinta e non completamente sviluppata (ma nel caso Salsa avrebbe dovuto scrivere molte più delle 157 pagine di cui si compone il libro), eppure nelle Alpi vengono ancora e di continuo realizzate opere, progetti, iniziative e sostenute tesi che risultano nella forma e nella sostanza totalmente antitetiche al buon sviluppo futuro dei monti: basti pensare a cosa ancora si fa ovvero si pensa di fare con l’infrastrutturazione turistica legata allo sci su pista (che persegue logiche da anni Settanta del secolo scorso ormai obsolete e del tutto fuori contesto spaziale e temporale) oppure a certe installazioni di vere e proprie “giostre turistiche alpine” che, trasformando le montagne in luna park in quota, a mero uso e consumo di annoiati turisti ai quali nulla interessa del contesto ambientale e paesaggistico d’intorno (anche perché di esso nulla viene loro narrato e spiegato), degradano la presenza in quota ad una banalissima fruizione ricreativa senza alcuna base culturale e senza nessuna relazione con i luoghi.

Insomma: temo che tali libri “non servano” come dovrebbero servire perché manca ancora, e in maniera ingente, la corretta cognizione e padronanza delle tematiche in essi trattate nei soggetti che tutt’oggi detengono i pallini decisionali circa le cose da fare sui monti, e che sia una mancanza derivante da un deficit culturale del tutto funzionale alla politica contemporanea, generalmente priva di basi culturali tout court, poco o nulla lungimirante, molto autoreferenziale e del tutto piegata ai soliti biechi e rozzi meccanismi economici e, prima, banalmente elettorali. Manca una reale volontà di inserimento, nei gruppi di lavoro progettuale, di figure preparate culturalmente e scientificamente riguardo la realtà del paesaggio montano; manca la capacità di percepire la relazione tra uomini e territori, tra genti e ambiente, tra tecnologia umana e naturalità dei territori; manca il dialogo con il Genius Loci dei luoghi in cui si opera, quello che potrebbe spiegare e rivelare molto di quei luoghi nonché suggerire tanto altro su cosa fare, perché e come farlo.

Forse è solo una questione di tempo, di una generazione o poco più, nel mentre che quelle strategie turistico-commerciali a cui ho fatto cenno falliscano definitivamente oppure che – altra questione di importanza fondamentale – ci pensino i cambiamenti climatici a imporre un cambio di rotta poco o tanto radicale (ma probabilmente tanto più radicale quanto più passa il tempo) nella gestione dei territori di montagna. In fondo non è in pericolo il paesaggio delle Alpi in sé: quello evolve, muta, si trasforma in base alle circostanze spaziali e temporali; è la presenza virtuosa e armoniosa dell’uomo a rischiare maggiormente, se non verrà ristabilita e sviluppata un altrettanto armoniosa relazione tra gli uomini e le montagne. Comprendere il valore e l’importanza dei paesaggi delle montagne in fondo significa capire l’importanza della nostra presenza sui monti e possedere le capacità di valutazione della sua bontà oppure della sua nocività. Non dimenticando che, tra mille anni o mille secoli, quando la civiltà umana sarà tutt’altra cosa rispetto a oggi o magari non esisterà nemmeno più, le montagne ci saranno ancora, pronte a ospitare nuovi paesaggi oppure a restare preziose osservatrici del tempo della Terra come l’uomo raramente ha dimostrato di saper fare se non, guarda caso, quando con le montagne ha creato un’alleanza reciprocamente vitale. Della quale noi uomini abbiamo e avremo sempre bisogno, le montagne no.