Malachy Tallack, “Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo”

Il grande Nord. Una definizione che pressoché a chiunque evoca qualcosa: fascino, attrazione, viaggio, natura, sogno, mito, utopia, fuga, chimera… Due sole parole, dieci lettere in tutto, che tuttavia come poche altre sanno contenere infinite cose, un po’ come se lassù, verso il punto attorno al quale il pianeta gira (e laggiù è lo stesso, per l’emisfero australe), si condensasse tutto ciò che il mondo altrove sembra aver smarrito o dimenticato oppure trascura e ignora, ma che rimane qualcosa di assolutamente sensibile per la mente e l’animo e che in un modo o nell’altro rimanda a un’idea di vastità, non solo geografica, e di libertà, non solo di movimento.

Già, ma se tutti sappiamo dov’è il Nord e cos’è, sappiamo ugualmente dire dove comincia? È innanzi tutto una dimensione geografica che si identifica anche da ciò che “Nord” non lo è, e dunque che deve avere da qualche parte un inizio, un punto oltre il quale, sulla scala planetaria, possiamo dire a ragion veduta: «ok, qui siamo nel Nord». Molti pensano che tale punto sia determinato dal Circolo Polare Artico, la linea posta poco oltre il 66° parallelo dalla quale si possa vedere il Sole a mezzanotte – e di contro non vederlo per ventiquattr’ore consecutive. Tuttavia è una linea già molto settentrionale, che non comprende una vasta fascia del pianeta che tutti già riconosciamo come “Nord” non solo geograficamente ma pure culturalmente e antropologicamente.

Machaly Tallack, scrittore britannico che per lungo tempo ha vissuto sulle isole Shetland, la porzione di territorio più settentrionale della Gran Bretagna, ha individuato la linea di demarcazione referenziale del “Nord” nel 60° parallelo, oltre la quale effettivamente si trova buona parte delle terre alle quali viene da pensare al riguardo. Le “sue” Shetland si trovano proprio su quella linea: Tallack ha dunque deciso di partire da casa per girare intorno al Nord del mondo seguendo con la massima precisione il 60° parallelo e visitando i luoghi che vi si trovano “sopra”, lontanissimi gli uni dagli altri ma in fondo avvicinati da tale comunanza geografica e da ciò che essa comporta. Il diario di questo viaggio è Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo (Iperborea, 2024, traduzione di Stefania De Franco; 1a ed.orig. Sixty Degrees North. Around the World in Search of Home, 2015) nel quale ogni capitolo è una tappa del viaggio compiuto verso Ovest, un paese diverso, una differente interpretazione – culturale e antropologica, come detto, ancor più che geografica, ambientale o sociale – di cosa possa significare vivere a Nord e vivere il Nord: dalle Shetland alla Groenlandia, al Canada, l’Alaska, la Siberia, San Pietroburgo, la Finlandia e le isole Åland, la Svezia e la Norvegia e infine il ritorno a casa.

Già, perché viaggiare costantemente intorno al pianeta lungo un suo parallelo significa che la meta finale non può che essere il luogo da cui si è partiti, come anche il sottotitolo della versione originale del libro rimarca: «Seguire il sessantesimo parallelo significava tornare alle Shetland, quindi partire diventava possibile grazie al desiderio di tornare» scrive Tallack a pagina 236. Mai come in questa situazione il viaggio è la meta e, come scrisse Pessoa, i viaggi sono i viaggiatori: infatti quello di Tallack non è solo un mero diario di viaggio con la descrizione dei luoghi e dei territori visitati e non soltanto una pur approfondita e articolata trattazione del concetto e dell’idea di “grande Nord”. Forse ancor più il libro registra le impressioni e le riflessioni di quello che è stato un viaggio intorno a sé stesso, il “Nord” che diventa perno di una vita vissuta a settentrione ma il cui valore di punto cardinale fondamentale si accresce con il tempo diventando forma mentis […]

[Immagine tratta da snackmag.co.uk.]
(Potete leggere la recensione completa de Il Grande Nord cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

I luoghi indelebili nella memoria

[Foto di Ricardo Gomez Angel su Unsplash.]

Fate una prova su voi stessi e chiedetevi quali immagini della natura si sono conservate in maniera più profonda, nitida e durevole nella vostra memoria. Sono forse quelle immagini che avete ammirato come turisti? Assolutamente no. Potete anche averle osservate con la massima attenzione, ma rimangono comunque semplici vedute che svaniscono in fretta oppure, ammesso che riusciate a fissarle nella memoria, sono prive di un intimo contenuto e – per dirlo in altri termini – si sottraggono a un autentico rapporto con la vostra persona. Accade invece il contrario per quegli ambienti naturali dove avete provato felicità o dolore: i luoghi dei vostri giochi d’infanzia, degli aneliti giovanili, del vostro agire da adulti, e magari anche i luoghi dove avete ricevuto una notizia importante. I luoghi, insomma, dove è successo qualcosa nella vostra vita: sono questi luoghi a rimanere nella memoria con tratti indelebili e colori incancellabili.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.201-202; orig. Der Gotthard, 1897.)

Queste osservazioni, notate bene, Spitteler le scrisse a fine Ottocento, quando certamente non esisteva un turismo come quello odierno, ma sembrano riferirsi proprio ai giorni nostri e alla banalizzazione dei luoghi che sovente la fruizione turistica contemporanea induce, a quel mordi-e-fuggi dei viaggi “all inclusive” che disegnano i tour in base a Instagram e dicono di far vedere tutto ma non fanno realmente vedere (e capire) nulla e, in concreto, risolvono totalmente la presenza in un luogo in qualche selfie da pubblicare sui social senza instaurare alcun legame con esso. Tanto vale restarsene a casa propria ad ammirare belle immagini degli stessi luoghi sui propri device, a questo punto.

Tino Mantarro, “L’attrazione dei passi. Piccolo invito a scoprire cosa c’è oltre le cime”

Se pensiamo alle montagne, qualsiasi catena montuosa si prenda a riferimento, probabilmente le identifichiamo e vi diamo una forma mentale visualizzando le loro più importanti e celebri vette: il Cervino o il Monte Bianco per le Alpi, il Gran Sasso per l’Appennino, l’Everest e il K2 per l’Himalaya, eccetera. Una referenza inevitabile, posta la spettacolarità di quei grandi rilievi e l’immaginario che generano. Tuttavia, se dovessimo pensare alle montagne in quanto territorio frequentato, abitato e valicato dall’uomo da millenni, avremmo necessariamente da convenire che quasi ognuno di noi le grandi catene le ha conosciute e “conquistate” attraversando i loro passi, l’elemento geomorfologico fondamentale, ben più di qualsiasi pur celeberrima vetta, che alla fine dà sostanza alla nostra idea concreta di “montagna”: perché ci consente di viverla da dentro, in pratica. Anche se poi, ribadisco, è la silhouette del Cervino o di un’altra famosa sommità che ce la simboleggia. In altre parole: se per assurdo una catena montuosa non avesse passi transitabili, la sua importanza dal punto di vista antropico sarebbe minima, proprio perché la frequentazione umana risulterebbe limitata ai pochi alpinisti in grado di salire le sue vette mentre a tutti gli altri toccherebbe girarle intorno, in tal modo escludendola formalmente dalla concezione geografica e culturale del mondo abitabile e abitato.

Per fortuna non è così: ogni catena montuosa qualche valico più o meno transitabile lo possiede. Se prendiamo ad esempio le nostre Alpi e studiamo la loro storia, posto ciò che ho scritto poc’anzi, ci renderemo rapidamente conto che la loro centralità nella cultura e nell’evoluzione sociale del continente europeo è data sicuramente dall’abbondanza di valichi transitabili, dunque di vie attraverso le quali congiungere i versanti opposti mettendo in relazione le rispettive genti, culture, tradizioni, saperi, comunità sociali. Senza contare che il solo fatto di sapere che ci possa essere un “oltre” da esplorare e conoscere, al di là delle grandi montagne, è motivo sufficiente all’uomo che da sempre (per fortuna e al netto delle devianze) insegue «virtute e canoscenza» per salire fin sugli spartiacque e guardare cosa c’è oltre, per poi discendervi e così “vincere” l’ostacolo naturale montano tanto quanto la propria curiosità. D’altro canto, a ben vedere, l’andare oltre i monti è pratica comune a tutti gli esseri viventi che li abitano o vi si trovano al cospetto, dalle varie specie selvatiche agli uccelli migratori finanche agli organismi vegetali. Pensare alle montagne come a degli ostacoli se non peggio a dei baluardi naturali da rendere confini e magari militarizzare è “trovata” umana recente e invariabilmente malsana, oltre che antitetica alla storia secolare delle genti di montagna, come detto.

Per questo – e per moltissimo altro – l’ultimo libro di Tino MantarroL’attrazione dei passi. Piccolo invito a scoprire cosa c’è oltre le cime (Ediciclo Editore, 2023), è un testo che appare affascinante e intrigante fin dal titolo e dal sottotitolo []

(Potete leggere la recensione completa de L’attrazione dei passi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)