Ha ragione Galles, comunque

Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.

(Stefano Benni, Baol. Una tranquilla notte di regime, Feltrinelli, 2002. Galles è il barista del “bar Apocalypso”, una delle ambientazioni del romanzo di Benni.)

Dello scrivere dediche sui propri libri


Qualsiasi autore di testi letterari, che poi abbia avuto la fortuna di poterli presentare in pubblico, avrà ineluttabilmente sostenuto il momento – solitamente a fine presentazione – della firma delle copie del proprio libro (detto appunto firmacopie, in gergo), con altrettanto ineluttabile dedica ai richiedenti i quali di norma la richiedono espressamente e comprensibilmente. È un momento di massima apoteosi egotistica, per gli autori particolarmente sicuri di sé (la maggioranza) oppure di imbarazzo più o meno malcelato dall’ovvio piacere della richiesta, al quale tuttavia si contrappone il dilemma su cosa scrivere affinché il lettore del proprio libro ne sia soddisfatto. Ecco, io faccio parte della categoria degli “imbarazzati-ma-contenti”, per due sostanziali motivi: uno, non credo di essere così bravo, così noto e tanto reputabile da meritare una tal considerazione da parte dei lettori (i quali magari mi chiedono la dedica per mera cortesia – ma forse questo mio è solo un eccesso di modestia) ma ovviamente mi fa piacere che quelli siano così magnanimi, o così falsi, nei miei confronti; due, siccome voglio almeno dedicare una reciproca considerazione personale, riguardo quelle richieste, anche come forma di gratitudine immediata, da sempre personalizzo le dediche a chiunque e per qualsiasi mio libro, così che, salvo dimenticanze, credo che non esista una dedica su un libro del quale sono l’autore uguale a un’altra. Forse anche per questo motivo il momento della firma dei libri risulta per me quasi “imbarazzante” (anche se il termine dal mio punto di vista è sbagliato, in forza della sua connotazione negativa; meglio arduo): per quell’impegno subitaneo che devo mettere nello scrivere qualcosa, al contempo, di simpatico, gradito, sensato (o non troppo stupido e banale) e identificante, nel senso che possa ricordare al lettore quel momento e chi lo ha “sancito” attraverso la relativa dedica con piacere, anche a prescindere dal libro sulla quale è stata apposta. Insomma, deve essere a sua volta “letteraria”, la dedica, pur nella sua estrema stringatezza: una sorta di micro racconto istantaneo che, ribadisco, ha pure un fine di ringraziamento e di considerazione ricambiata verso il lettore da parte di me autore – posto che ciò vale per me, sia chiaro, e che qualsiasi altro autore ha certamente un proprio valido modus operandi al riguardo.

Intorno al tema “dediche sui libri” vi disserta con la propria solita e notevole arguzia Luca Goldoni in un bell’articolo di qualche tempo fa (lo potete trovare e leggere nella sua interezza qui), nel quale racconta di alcune sue emblematiche (e divertenti) esperienze al riguardo e che comincia così:

Credo che ogni libro dato alle stampe con maggiore o minore fortuna meriterebbe un libro bis, di successo sicuro: una raccolta delle dediche che l’autore ha vergato. Basterebbe un annuncio pubblicitario per invitare i lettori che hanno avuto il volume dedicato a inviare copia fotostatica del pensiero o battuta o peana firmati dall’autore. Naturalmente ci vorrebbe uno scrittore molto spregiudicato per pubblicare questo genere di autoritratto. Come non esiste maschio che non desidererebbe sprofondare scoprendo che altri uomini hanno ascoltato una sua dichiarazione d’amore, così, forse, non c’è scrittore che non si sentirebbe a disagio se fossero raccolte e analizzate le dediche che ha fatto al suo recensore, a un ministro, al parrucchiere della moglie, a un presidente di giuria, a una bella donna, a un altro scrittore: sterminate devozioni, gaglioffe umiltà, ammirazioni cosmiche. Oppure battute riuscite, tanto riuscite da essere riprodotte in piccole serie, con la speranza che i destinatari non s’incontrino mai e non s’accorgano d’essere stati catalogati nel tipo A o nel tipo B. Forse è più facile scrivere un buon libro che cento buone dediche.
È durante la presentazione di un volume, quando cioè bisogna vergare trenta o quaranta dediche una dopo l’altra, che l’autore si sente con le spalle al muro. Cerca di variare un po’ la formula sulle pagine già aperte che gli arrivano sotto la penna, come sfornate da una rotativa: con un cordiale pensiero, con viva cordialità, con sincera simpatia. È difficile un riferimento più preciso verso persone certamente amabili e cortesi (al punto di acquistare il libro) ma purtroppo sconosciute. […]

(Luca Goldoni, La difficile arte della… dedica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. L’immagine in testa al post è invece tratta da libreriamo.it ed è una dedica apposta sul suo On the Road da Jack Kerouac, il quale scrive: «Cara Janie Adams, potrai forse trovare una curiosa somiglianza tra Remi Boncoeur nel capitolo undici e il tuo grande amico Henri Cru – e io, credimi, lo so bene, essendo il Sal Paradise contenuto nel romanzo».)

Il paesaggio di Barry Lopez, e di tutti noi

Il paesaggio non si conosce solo quando si sa il nome e l’identità di tutto quello che contiene, ma quando si ha la percezione intima delle relazioni al suo interno, come quella tra il passero e il rametto. Il paesaggio interiore risponde al carattere e alle sfumature di un paesaggio esteriore; la forma della mente individuale è influenzata tanto dai geni quanto dallo spazio fisico, dalla geografia dei luoghi.

(Barry LopezUna geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione, Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, pag.34-35).

Ho citato di recente questo emblematico brano del libro di Lopez, a mio modo di vedere così significativo da aver scelto di includerlo nel cammino letterario che ho proposto lo scorso settembre per Alt[r]o Festival in Val Malenco, ma ritengo doveroso riproporlo quale ulteriore omaggio al grande scrittore americano scomparso nel giorno di Natale. Con l’augurio che questi richiami e, chissà, pure le parole inscritte lungo il percorso del sentiero Rusca in Val Malenco possano contribuire ad accrescere la conoscenza di Barry Lopez, dei suoi libri e del suo pensiero, dal valore pressoché imprescindibile per la contemporaneità che noi tutti viviamo.

Andare a Lucerna e Tallinn senza andarci (per ora)

La neve è forse l’elemento naturale che più di ogni altro rende affascinante qualsiasi luogo, sia esso rurale o urbano. Tra questi secondi, tuttavia, ci sono alcune città che quando vengono ammantate dalla fredda coltre bianca accrescono se possibile la loro bellezza, diventano ancora più attrattive, intriganti, accoglienti, assumendo le sembianze di luoghi emotivi, oltre che geografici. Lucerna e Tallinn vanno sicuramente annoverate tra di essi: due città bellissime in ogni momento dell’anno che però se innevate diventano veramente incantate, quasi “magiche”.

[Foto di Ilya Orehov da Unsplash.]
[Immagine tratta da luzern.com, fonte qui.]
Purtroppo la situazione sanitaria che limita chiunque a livello continentale (e planetario) impedisce al momento di poter godere appieno della loro bellezza; tuttavia, nell’attesa di poterci andare – se non le avete mai visitate – o di tornarci, be’, ci sono due libri che le raccontano in modo assai particolare e insolito:

Non sono “guide di viaggio” (sono molto di più, in realtà) ma forse, leggendoli, vi verrà voglia di viaggiare verso Lucerna e Tallinn molto più che dopo aver letto un’ordinaria guida di viaggio, appunto.

Per saperne di più sui due libri, cliccate qui e qui.