In banca

Esco dall’ortolano e incrocio il mio amico Robezio. Mi dice che deve andare in banca, una cosa veloce, se lo accompagno poi possiamo andare a berci una birra insieme. Ok, gli dico, non ho altro da fare, lo accompagno.
Entriamo nella filiale, ci mettiamo in fila allo sportello e, dopo qualche attimo, un individuo col volto coperto da un passamontagna si fionda dentro, brandendo una pistola e urlando: «Fermi tutti! Questa è una rapina!»
Tutti i presenti restano impietriti, il terrore negli occhi. Cala un silenzio di tomba.
«Sì, avete capito bene. Questa è una rapina!» ripete il ladro.
«Aehm…» faccio io.
Ladro: «Che vuoi, tu?»
Tizio: «Veramente quella è una pistola.»
Ladro: «Uh?»
Tizio: «Sì… quella che ha in mano… si chiama pistola, non “rapina”.»
Robezio: «Uff… il tuo solito vizio di correggere le persone quando sbagliano qualche parola!»
Tizio: «Lo sai che ci tengo.»
Robezio: «Magari s’è solo confuso.»
Ladro: «Piantatela subito, voi due!»
Tizio: «Ok, ok. Ma sa, lo dico anche per lei. Ecco, guardi…» (Frugo nella borsa della spesa.)
Ladro: «Che cazzo stai facendo?»
Tizio: «Tranquillo, niente paura… un attimo che… ah, ecco qui. Questa, semmai, può essere definitiva una rapina
Robezio: «Ah, hai comprato le rape, lì dall’ortolano? A me non piacciono molto.»
Tizio: «Voglio provare a farci un risotto. Mi hanno detto che è buono, soprattutto se ci aggiungi del pecorino oppure del…»
Ladro: «Piantatela, stronzi! O vi faccio saltare le cervella!»
Robezio: «Oh, ecco, quelle mi piacciono. Saltate in padella o fritte, ancora meglio!»
Tizio: «Ma no, per carità! Mi fanno impressione, non le mangerei mai.»
Robezio: «Bah, basta cambiare il nome del piatto, nemmeno te ne accorgi.»
Tizio: «Un po’ come chiamare “rapina” una pistola, no?»
Robezio: «Ahahah, già!»
Ladro: «Bastaaaaa!!! Lo volete capire?! Questa è una rapina!»
Tizio: «Ancora? No, mi scusi… adesso le spiego meglio. Uhm… Ehi, guardate laggiù!»
Robezio: «Cosa?»
Ladro: «Eh?!»
(Sfluff!)
Tizio: «Ecco qui!»
Ladro: «Ehi! Ridammi subito il mio portafoglio!»
Tizio: «Appunto. Questa è una rapina.»
Ladro: «Bastardo d’un ladro!»
Tizio: «Uh-oh, senti chi parla!»
Robezio: «Comunque sarebbe più un furto con destrezza, che una “rapina”.»
Tizio: «Ah, e poi sarei io quello col vizio di correggere gli altri?»
Ladro: «Ora basta! Mi sono stufato di voi! Per chi m’avete preso, per un pivello del crimine? Ho fatto colpi sensazionali, io. Spazzolando un sacco di soldi.»
Da dietro lo sportello spunta un tipo in doppiopetto, grassottello, che con fare servile e giungendo le mani come se pregasse dice: «Aaah, be’, ma se la mettiamo così… mi perdoni, signore, in qualità di direttore di questa filiale le potrei proporre la custodia delle sue ingenti sostanze presso la nostra banca, a condizioni assolutamente vantaggiose.»
Tizio: «Per carità! Mi ascolti…» sussurro al ladro, «non si fidi dei banchieri, questi sì che possono essere dei gran ladri!»
Ladro: «Quali condizioni, scusi?»
Direttore: «Uhm… potrei concederle l’1% sui depositi su un conto corrente con movimenti gratuiti… e, beh, al costo mensile di soli 200 Euro.»
Ladro: «Cosa?! Ma questa è una rapina!»
Robezio: «Un furto bello e buono!»
Tizio: «Visto, che le dicevo? Sono dei ladri, i banchieri.»
D’improvviso fa irruzione nella filiale un gruppo di agenti delle Forze dell’Ordine, uno dei quali intima: «Signori, restate tutti quanti fermi! Siamo stati chiamati in base alla segnalazione di una rapina in corso in questa banca… chi è il ladro?»
Ladro, Tizio, Robezio: «LUI!»
Direttore: «Uh?! Io? Ma che dite? No, aspettate… c’è un equivoco…»
Tizio: «Equivoco? No, guardi, quelle vostre condizioni sono veramente inequivocabili
Direttore: «No, aspettate… aspettate!» Gli agenti ammanettano e portano via il direttore della filiale nel mentre che, tra il sollievo generale dei presenti e nella conseguente confusa distensione, il ladro fugge via.
Tizio: «Ehi! Aspetti! Ho qui ancora il suo portafoglio!»
Robezio: «Gli hai fregato il portafoglio? Sei un ladro!»
Tizio: «Io? Che vuoi da me? Era solo una dimostrazione del significato di… di come… bah, lascia stare. Forza, andiamo a consegnare il portafoglio alla Polizia. Anzi, un attimo… e quello che dovevi fare qui?»
Robezio: «Mmm… fa nulla. Credo che cambierò banca.»
Tizio: «Ah, ok. Ti capisco. Magari cambi pure idea sulle rape.»
Robezio: «E tu sulle cervella fritte.»
Tizio: «Sticazzi! Mi fanno schifo, inesorabilmente.»
Robezio: «Tsk, non capisci nulla.»
Tizio: «Mappiantala!»

[⇒ Clic]

Un plauso ad Augias (e a Fichte)!

Si può essere più o meno d’accordo con il senso del gesto (io lo sono assolutamente, come già ho scritto qui) ma, nel principio, trovo che il pubblico rifiuto di Corrado Augias della Legion d’Onore, massima onorificenza francese, restituendone le insegne in segno di protesta contro la recente decisione del presidente francese Emmanuel Macron di concedere quello stesso importante riconoscimento al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi – secondo Augias «un capo di Stato che si è reso oggettivamente complice di efferati criminali» – sia un atto di antico e nobile lignaggio intellettuale. “Antico” perché suo malgrado desueto, per come la figura dell’intellettuale negli ultimi anni si sia indubbiamente degradata, banalmente mediatizzata, convertita in quella assai meno nobile dell’opinion maker (o, ancora peggio, dell’influencer da social network), legata a pratiche “sloganistiche” sovente prive di spessore culturale al punto che, sempre più frequentemente, oggi “l’intellettuale” ovvero la figura presunta tale e da qualcuno così definita è proprio quella del proclamatore di slogan totalmente di parte ovvero antitetico alla figura colta «depositaria di valori culturali universali che trascendono gli interessi particolari e i pregiudizi partigiani», come enuncia la definizione del termine.

Corrado Augias è peraltro personaggio pubblico in tal senso ormai raro e dunque assai apprezzabile, al di là delle sue posizioni e convinzioni (con le quali, ribadisco, si più concordare oppure no): mi fa piacere che il suo gesto sia stato ampiamente ripreso dagli organi di informazione “seri” – come quelli che cito/linko qui – anche proprio per come attraverso di esso Augias riesca a ridare valore a quella definizione e alla relativa figura, così in crisi nell’opinione pubblica della società contemporanea (se non estinta o quasi, appunto) eppure niente affatto anacronistica, anzi, ancor più fondamentale di una volta nel mondo tanto iperconnesso quanto psico-sconnesso di oggi, così bisognoso di certezze culturali e ideali intellettuali nell’oceano di fake news, idiozie, ignoranze e barbarie varie e assortite che lo stanno soffocando.

Non voglio dire, insomma, che si debba tornare a leggere e praticare un testo come La missione del dotto di Fichte, ma dico che un testo come questo, se messo in pratica oggi come un “dotto” qual è Augias fa con il suo pur simbolico gesto, e se praticato diffusamente, credo che farebbe questo nostro mondo un poco migliore di quel che è, o quanto meno più consapevole e erudito. D’altro canto,

L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.

Be’, come non poter essere d’accordo con queste parole, seppur scritte più di due secoli fa?

Poi, in tutta sincerità, a me il termine “intellettuale” non piace nemmeno tanto; preferisco “pensatore”, nonostante sia forse anche più desueto del primo. D’altro canto l’intelletto lo abbiamo tutti, il pensiero credo invece di no. Ecco.

Giornate “storte”

[Foto di EgoVolo, opera propria, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
Dice bene la versione relativistica della Legge di Murphy:

Se certe cose possono andare male, tutte andranno male nello stesso tempo.

Ecco. Oggi, qui, è una giornata talmente storta, nel senso di quelle che non c’è una cosa fatta che non presenti qualche problema, contrattempo, imprevisto, disguido, seccatura, rogna, e tutte queste cose che si manifestano in contemporanea sovrapponendosi le une alle altre e in tal modo amplificando il loro “valore” e i conseguenti danni, che ci manca solo che entro la mezzanotte un asteroide colpisca la Terra (evento peraltro non necessariamente e totalmente negativo, per certi versi) oppure che venga emesso un ennesimo Dpcm. Già.

 

Smarrirsi senza perdersi per ritrovarsi (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.

Sì, certo: da qualche mese a questa parte il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, pubblicato a marzo nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Il brano che avete appena letto invece è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi (ovvero ribadirvi) che sono molto legato a questo libro tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Prima che il paese imputtanisca

Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.

(Giovanni OrelliL’anno della valangaEdizioni Casagrande, 1991-2017, pag.123-124; 1a ed. Mondadori 1965.)