Lo sci con la flebo attaccata

[Immagine tratta da mountainwilderness.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]

Mountain Wilderness Italia è rimasta basita nel leggere che il governatore della Regione Veneto Luca Zaia intende stanziare ulteriori 100 milioni di euro per sostenere l’industria dello sci. L’associazione ritiene che, nel cuore di una crisi climatica planetaria dovuta ai comportamenti aggressivi dell’uomo verso la natura, sia necessario e rappresenti un dovere cambiare i paradigmi dello sviluppo. L’industria dello sci è più che matura, in Dolomiti infatti ha consumato ogni spazio di territorio pregiato e di paesaggio.
Non si può prendere a pretesto la crisi economica di un settore (accentuata anche dalla pandemia in atto) o le vicine olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 per incentivare ancora sulle alte quote il consumo di suolo, di energia, di una risorsa primaria come l’acqua grazie a fondi pubblici che andrebbero invece investiti in altri settori. […]
A livello propositivo, invitiamo quindi il governatore a guardare alla montagna con occhio più delicato, volto all’armonia. La gente di montagna ha bisogno di attuare una migliore e più conservativa gestione delle aree forestali, ha bisogno di sicurezza idrogeologica. Ma ha specialmente bisogno anche di servizi: formazione scolastica, sanità, mobilità pubblica, più ferrovie e meno strade. Anche investendo in questi settori si creano posti di lavoro, ad alta specializzazione e che richiedono professionalità specifiche.

Sono stralci di un “editoriale” programmaticamente intitolato Basta soldi allo sci. La montagna ha bisogno di servizi e pubblicato sul sito di Mountain Wilderness Italia lo scorso 27 settembre. Un testo che mette sotto la propria lente la situazione del Veneto ma il cui messaggio di fondo è senza dubbio contestualizzabile a ogni altra zona della montagna italiana dotata di infrastrutture per il turismo dello sci su pista.

Ora, al di là della contestualizzazione regionale, e posto che si essere più o meno concordi con quanto espresso da Mountain Wilderness Italia, mi preme rilevare che l’editoriale pone nuovamente in grande evidenza una delle questioni più distorte ed equivoche che da tempo stanno alla base dell’industria turistica dello sci: il fatto che stia in piedi ormai solo grazie a continue iniezioni di denaro pubblico a fronte degli ingentissimi debiti accumulati da quasi tutte le società di gestione dei comprensori. Stanziamenti di soldi pubblici la cui elargizione viene “giustificata” dalla solita argomentazione per la quale l’economia della montagna italiana si regge(rebbe) solo o quasi grazie al turismo sciistico: una pretesa “verità” rivelatasi da tempo superata e ormai infondata, come ho già detto qui e come lo stesso Club Alpino Italiano ha “istituzionalmente” sancito. Ma, soprattutto, soldi pubblici che vanno ad avvantaggiare imprese private che come tutte le imprese private hanno finalità di lucro e così fanno a fronte di concessioni d’uso dei terreni spesso irrisorie, e che vanno a tappare buchi di bilancio generati da gestioni imprenditoriali parecchio discutibili, per usare un magnanino eufemismo – bilanci che peraltro, con il rosso che presentano, costringerebbero altre aziende alla dichiarazione di fallimento immediata.

Dunque, per tornare al nocciolo del tema che insieme ad altri nell’editoriale di Mountain Wilderness Italia io colgo, viene ineluttabilmente da chiedersi: ma perché l’industria dello sci non è capace come ogni altra di reggersi finanziariamente sulle proprie gambe? Perché deve sopravvivere con la flebo dei soldi pubblici costantemente attaccata al suo “braccio”? Perché se un imprenditore avvia un’attività e quando dopo un po’ constata che non gli rende come credeva logicamente ne avvia un’altra, mentre gli imprenditori del turismo dello sci continuano a reiterare attività basate su logiche commerciale di mezzo secolo fa ormai obsolete e che generano debiti ogni anno più ingenti? Perché le istituzioni statali devono spendere di continuo somme di denaro così ingenti per tenere in piedi società altrimenti fallite (nel mentre che il cambiamento climatico avanza sempre più, peraltro) piuttosto di spenderle per servizi, opere, infrastrutture, beni e sostegni realmente necessari e vitali per le comunità di montagna?

Insomma, la questione non è, meramente, il dare o meno dei soldi pubblici a qualcuno, ma l’utilità concreta e la ricaduta positiva effettiva e tangibile, nel lungo periodo e non solo nel breve, su un intero territorio montano in ogni suo ambito – la progettualità, per dirlo in breve. È questo che rende una sovvenzione pubblica – soldi di tutti, non del benefattore o filantropo o investitore o speculatore privato che dei suoi soldi può fare ciò che vuole, sia chiaro – ben spesa e un investimento socio-economico per il futuro oppure, di contro, la rende l’ennesimo spreco di denaro dei contribuenti col quale qualcuno ci campa nel mentre che molti altri ne risultano danneggiati. Lunga vita allo sci su pista, se ha le forze e le energie per vivere bene e in armonia con ciò che ha intorno; altrimenti, che sia lasciato alla sua più inesorabile e, a questo punto, logica sorte.

E dunque, detto tutto ciò: cosa vogliamo fare, sulle (e delle) nostre montagne, e dei soldi da spenderci nei loro territori?

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

La strada

[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash, rielaborate e unite da Luca. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.

[Jack KerouacSulla strada, traduzione di Marisa Caramella, Mondadori, 2010.]

Non è cambiato nulla, ma è cambiato tutto

[Photo by Jaanus Jagomägi on Unsplash.]

Me ne sono reso conto subito stamattina, appena sono uscito dall’hotel e mi sono immerso nell’ormai riconosciuto, accogliente paesaggio urbano. O invero me lo sono confermato, dopo averlo intuito l’altra mattina, quando mi sentivo così stupidamente allegro.
È come quando un paesaggio sia illuminato dalla luce solare che ne delinei l’aspetto e la visione generali, vi conferisca particolari forme e colori, vi accenda molteplici fulgori e disegni determinate ombre le quali al paesaggio diano spessore, volume, sostanza dunque definizione, percettibilità… E poi, di colpo, basta che una piccola nube si frapponga davanti al sole smorzandone la luce e tutto si trasforma. Le forme sembrano modificate, i colori si spengono e se ne evidenziano altri, le ombre s’allungano, si torcono, si spandono inglobando e velando parte del paesaggio, variandone la definizione, la percezione allo sguardo, l’aspetto generale, sì che nei primi istanti un certo spaesamento pare cogliere l’osservatore privato dei riferimenti precedenti, resi così evidenti dalla luce.
Non è cambiato nulla, ma è come se fosse cambiato tutto. Al contrario del noto passo gattopardesco, certe volte non deve cambiare nulla affinché cambi ogni cosa, forse anche perché molte volte non c’è alcun cambiamento esteriore se parimenti non sia pure interiore.

Sì, esatto, è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Anzi, a tal proposito: sappiate che molto presto Tallinn “tornerà” a Milano con un nuovo evento assolutamente speciale! Seguite il blog e a breve avrete tutti i dettagli al riguardo.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Il clima? Ce lo siamo già fot**to da tempo!

Scusate la trivialità ma, posto che a breve si aprirà la COP26 di Glasgow – sì, l’ennesima (è annuale!) benemerita conferenza sul clima – e visto che nella COP21 del 2015 a Parigi si firmò il celebre “accordo sul clima” con il quale quasi tutti i paesi del pianeta accettarono di collaborare per limitare a 1,5 °C, massimo 2 °C, l’aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale, il cui termine è convenzionalmente fissato alla fine del XIX secolo, date un occhio al grafico qui sotto:

[Il grafico è tratto da qui.]
A Milano, i valori regolarmente registrati mostrano un incremento della temperatura media annuale di circa 2.2 °C dal 1901 al 2018, che corrisponde a un aumento fino a 0.4 °C/decennio dal 1961 a oggi. Il che significa che, a Milano, rispetto all’era preindustriale e entro il 2050, anno solitamente indicato come quello “limite” per conseguire la cosiddetta “neutralità climatica” a livello globale, probabilmente la temperatura si riscalderà di 3,44 °C. Scrivo “probabilmente” perché potrebbe anche essere che il costante trend di aumento termico risulti ancora più cospicuo, visto che le azioni di contenimento al momento messe in atto a livello locale (salvo rare e pressoché ininfluenti eccezioni) che globale sono giudicate da tutti insufficienti.

A titolo di riferimento, l’Ufficio Federale di Meteorologia e Climatologia svizzero riporta che «Rispetto alla temperatura media del periodo di riferimento preindustriale la Svizzera si è riscaldata di circa 2° C (stato al 2018)», dunque un dato simile a quello di Milano nonostante le differenze geografiche e climatiche. L’Ufficio elvetico continua segnalando che «Senza provvedimenti di protezione del clima la temperatura annuale media in Svizzera potrebbe aumentare entro la fine del 21° secolo di 6 °C rispetto al periodo di riferimento preindustriale. Con dei coerenti provvedimenti di protezione del clima il riscaldamento potrà essere limitato a circa 2.5 °C». Se rapportiamo tali previsioni svizzere ai dati milanesi e, utilizzando il dato sopra citato di 0.4 °C/decennio di aumento della temperatura, fissiamo come gli elvetici il limite temporale al 2100, possiamo empiricamente stimare per Milano un aumento complessivo di circa 5,5 °C, anche in questo caso assimilabile con il dato svizzero di 6 °C. Sempre che non vada anche peggio, ribadisco.

Morale (tanto angosciante quanto inesorabile): gli 1.5 °C e pure i 2 °C di aumento massimo ce li siamo già giocati anni fa, almeno in questa parte del mondo. E a Glasgow quanto meno ci sono numerosi rinomati pub dove gustare dell’ottimo whisky scozzese: probabilmente qualcosa di ben più utile e piacevole, rispetto al «bla bla bla» (cit.) cui si potrà assistere nella COP26 – benemerita, ribadisco, ma quanto effettivamente utile nella sua forma attuale e nella sostanza che se ne ricava? – e giusto per godersi un po’ di svago prima di doverci necessariamente preparare al peggio climatico, già.

[Foto di Joshua Woroniecki da Unsplash.]