Che fine ha fatto la nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio?

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Sulle Alpi sono innumerevoli i progetti basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla cosiddetta economia verde e sulla economia dolce. Crescono le proposte per una fruizione moderna della montagna invernale, e assistiamo alla conversione di centrali dello sci in oasi naturali (come il Dobratsch, in Carinzia, come ai Piani di Artavaggio, ma gli esempi potrebbero continuare).

Nei mesi scorsi numerose associazioni e tanti cittadini si sono mobilitati, anche con eventi in loco, contro il paventato progetto di una nuova seggiovia – con relativo impianto di innevamento artificiale – ai Piani di Artavaggio, affascinante località della Valsassina (provincia di Lecco, Prealpi Lombarde) tra i 1600 e i 2000 m di quota dalla storia alquanto emblematica.

Infatti, dopo la fine della propria era sciistica negli anni Novanta del secolo scorso per i “soliti” motivi principali – cambiamenti meteoclimatici, insostenibilità economica, concorrenza di altre stazioni – nel corso degli ultimi lustri si è rilanciata alla grande e in maniera sostanzialmente spontanea come luogo montano ideale a una frequentazione turistica sostenibile e non meccanizzata (salvo che per la funivia di arroccamento da Moggio, il comune nel cui territorio sono situati i Piani di Artavaggio). Un pubblico articolato e crescente che ha letteralmente riscoperto il luogo quasi solo grazie al passaparola, e ha preso a frequentarlo in gran quantità per praticare le numerose attività che la montagna consente anche senza impianti di risalita – anzi, proprio grazie alla loro assenza e a quanto ne giova il luogo e la sua fruibilità. Per tutto questo oggi i Piani di Artavaggio vengono frequentati non solo nei mesi estivi e invernali ma per tutto l’anno da moltissimi escursionisti che sull’altopiano valsassinese possono godere di quella dimensione di ritrovata armonia con il territorio naturale altrove soggiogata alla presenza e all’impatto delle infrastrutture turistiche (come per gli adiacenti Piani di Bobbio, totalmente asserviti al comprensorio sciistico attivo in loco). La storia della rinascita ecoturistica di Artavaggio appare così interessante da essere citata in numerosi saggi sulla montagna contemporanea – come Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023) da cui proviene il brano in testa a questo articolo – diventando persino un caso di studio per il CAST, il Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna che li cita come esempio nelle Alpi italiane di località mirata «al potenziamento di forme di turismo diverse».

[I Piani di Artavaggio qualche anno fa, innevati come oggi capita ormai raramente. Foto di ©Roberto Garghentini, per gentile concessione dell’autore.]
Nonostante questa realtà così riconosciuta, le numerose fonti sovente prestigiose che ne attestano il successo e la situazione climatico-ambientale della cui evoluzione tutti ormai sappiamo, ecco che nel corso del 2022 è saltato fuori il progetto – finanziato con ben 11 milioni di Euro di finanziamenti pubblici erogati da Regione Lombardia – relativo all’installazione di una nuova seggiovia ai Piani per riportarvi lo sci su pista oltre che delle solite opere annesse – innevamento artificiale, manufatti al servizio delle piste, parcheggi a valle, eccetera. Un progetto simile a molti altri dei quali, per il contesto al quale viene riferito, se ne denuncia l’illogicità e l’anacronismo, e che calpesterebbe il successo unanimemente riconosciuto e il molteplice valore della rinascita turistica sostenibile dei Piani di Artavaggio per inseguire un modello di presunto sviluppo obsoleto e, in tale contesto, fallimentare prima ancora di nascere.

Da qui le logiche e inevitabili proteste di tantissimi appassionati del luogo e della montagna in generale: tuttavia, dopo i dibattiti pubblici dello scorso inverno e un certo numero di articoli sui media al riguardo, tutti quanto parecchio indeterminati (ma non per colpa dei cronisti), da parte degli enti pubblici coinvolti sul progetto è formalmente calato il silenzio. Come mai, se i media davano per assodato lo stanziamento degli 11 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia? Perché nessuno della società civile o delle associazioni che si sono attivate sulla questione riesce a saperne di più?

[Veduta della parte alta dei Piani di Artavaggio del 7 febbraio, con il Monte Sodadura sullo sfondo, tratta dalla webcam del Rifugio Nicola; fonte https://www.pianidiartavaggio.it/webcam/. Si nota la quantità di neve al suolo, a quasi 2000 m di quota, su pendii lungo i quali lustri fa ho sciato innumerevoli volte fino a marzo inoltrato.]
Continuo a raccontare il “giallo” della nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio nell’articolo su “L’AltraMontagna”, che potete leggere qui.

Le funivie per “turisti” di una volta, le funivie per “clienti” di oggi

[Una delle cabine della funivia Campodolcino-Alpe Motta (Valle Spluga, Sondrio), attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta. Portata: 140 persone all’ora. Foto mia, estate 2022.]
Ah, i “bei tempi andati” nei quali le funivie servivano per portare in cima alle montagne turisti e villeggianti, non clienti e consumatori come oggi! – penso nell’osservare queste due fotografie scattate qualche tempo fa.

Era meglio allora? No, non è detto – niente passatismi, ci mancherebbe. A quei tempi (che sono comunque “andati”, appunto) non c’era la tecnologia per fare di più: se ci fosse stata non è detto che sarebbero state realizzate funivie ben più capienti. Parimenti, il seme della massificazione turistica poi sviluppatasi grazie al boom economico dal dopoguerra in poi c’era già, in quella frequentazione montana d’antan che andava meccanizzandosi viepiù. Era piantato e stava germogliando, abbisognava solo di un poco ancora di “fertilizzante”, ecco.

Tuttavia, mi viene da ritenere, c’era ancora il contesto, allora. C’era la montagna in quanto tale, luogo geografico e culturale differente dalle città dunque da scoprire grazie a quelle prime funivie e, per questo, pagare un biglietto per goderne; oggi invece l’impressione frequente è che la montagna ci sia, nel turismo, in quanto bene da vendere all’ingrosso e, per ciò, pagare per consumarne il più possibile.

[La cabina superstite della funivia Torre de’ Busi-Valcava (Val San Martino, Bergamo) attiva tra il 1925 e il 1977, una delle prime d’Italia. Portata: 80 persone all’ora. Foto mia, dicembre 2022.]
Un dato fondamentale negli ski resort contemporanei, e puntualmente vantato dai loro gestori, è quello della portata oraria degli impianti di risalita, usato poi per giustificare l’ammontare in km delle piste e viceversa: mi pare la stessa logica dei sempre più grandi centri commerciali, per i quali la quantità di negozi ne giustifica l’estensione sempre maggiore, e viceversa – più metri quadrati a disposizione, più negozi per più clienti/consumatori. Più impianti e piste, più sciatori. E più skipass venduti: per i gestori dei comprensori una necessità inesorabile, visti i costi che devono sostenere. Ma le montagne sono ancora quelle delle funivie del secolo scorso da poche persone per cabina, non è che col tempo i loro versanti si siano ampliati: più se ne utilizza, della loro superficie, più ne appare evidente il consumo sia materiale – la parte assoggettata a piste e a terreno occupato dagli impianti, che immateriale, nell’ideale di sfruttamento alla base di tutto ciò. Anche questo è un aspetto da considerare inesorabile?

Non credo, per quanto mi riguarda. Vi è anche parecchio consumo di logica, non solo di suolo montano.

[Nell’immagine sopra: la funivia “Vanoise Express”, l’impianto di risalita sciistico più grande del mondo, con cabine a due piani da 200 persone. Foto di Florian Pépellin, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte  commons.wikimedia.org. Nell’immagine sotto: la nuova cabinovia trifune Alpe d’Huez-Les Deux Alpes, in funzione dal 2024 con una portata di 5.000 persone all’ora. Fonte dell’immagine: remontees-mecaniques.net.]
Già, forse non era meglio allora, quando per arrivare sulle piste, con le piccole cabine delle funivie a disposizione, ci si metteva ore per salire e ore per scendere, era una cosa normale – se oggi fosse così molti darebbero di matto. Ma probabilmente, temo, non va meglio oggi, quando salire a bordo di un mega impianto di risalita odierno e giungere sulle piste assomiglia sempre di più a utilizzare la metropolitana e arrivare in centro città, con tutto ciò che ne consegue. A due o tremila e più metri di quota. Cui prodest?

 

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

Una bella e consapevole testimonianza in difesa dei Piani di Artavaggio

[Panoramica dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da familyplanet.it.]
Michele Castelnovo è Guida Ambientale Escursionistica professionista, oltre che giornalista e comunicatore per lavoro. Con Trekking Lecco accompagna gruppi di escursionisti alla scoperta delle montagne lecchesi: lo scorso 6 gennaio ne ha accompagnato uno ben folto per i Piani di Artavaggio, località della Valsassina tra le più belle del territorio, ex stazione sciistica che negli anni scorsi ha ritrovato una propria identità di successo proprio in forza della recuperata naturalità e della possibilità che offre agli escursionisti di vivere un bellissimo paesaggio di montagna privo di infrastrutture turistiche impattanti, favorendo così un contatto più diretto, appagante e divertente con l’ambiente naturale. Un tesoro di bellezza montana, quello di Artavaggio, che però qualcuno vorrebbe rovinare e riportare a cinquant’anni fa reinstallando impianti sciistici e di innevamento artificiale, come si è scoperto lo scorso anno e nonostante la realtà totalmente mutata, sia ambientalmente che turisticamente. Una pura follia, la definii allora.

Michele Castelnovo, a commento dell’escursione del 6 gennaio ai Piani di Artavaggio e forte della sua esperienza professionale, ha pubblicato un post sui social che concorda pienamente con quanto ho affermato poc’anzi nonché, ne sono certo, con quello che pensa la stragrande maggioranza di chi frequenta la località e la ama per ciò che è e sa offrire. D’altro canto, in forza della realtà delle cose, sono chi non ama veramente il luogo e non manifesta sensibilità verso le sue peculiarità e la sua bellezza potrebbe pensare di degradarlo in quei modi che vi ho succintamente detto (qui trovate i vari articoli di approfondimento che ho scritto sulla questione, con molti più dettagli). Le considerazioni di Michele ve le propongo di seguito: rappresentano un’ottima e, ripeto, consapevole testimonianza a tutela dei Piani di Artavaggio e a favore del miglior futuro possibile per il loro territorio e per chiunque lo viva, stanzialmente o per occasionale diletto.

C’è un motivo per cui amo particolarmente i Piani di Artavaggio: sono di tutti.
C’è chi sale a piedi e chi con la funivia, c’è chi sale per mangiare in rifugio e chi per fare attività sportiva, chi noleggia lì bob, slittini, ciaspole, bici e sci e chi se li porta da casa; ci sono gli escursionisti, i ciaspolatori, gli alpinisti, i ciclisti e ci sono i bambini che si rotolano nella neve.
Da località sciistica in decadenza, anche a causa dei cambiamenti climatici che rendono la neve sempre più un evento eccezionale, i Piani di Artavaggio (senza regie particolari) hanno saputo trovare diverse vie per fare turismo, dimostrando che la monocoltura dello sci non è l’unico scenario possibile per fare economia nei territori di montagna.
Questo dovrebbe valere per tutte le località prealpine, a quote relativamente basse, dove ormai lo sci (salvo alcune rare eccezioni) è possibile solo con l’innevamento artificiale, che a sua volta ha dei costi ambientali altissimi.
Purtroppo la nostra Regione è particolarmente miope e non si è ancora accorta di questo. E così continuano ad arrivare soldi agli impianti (che ormai vivono quasi solo di contributi pubblici) per l’innevamento artificiale, o per aprire nuove piste a 1.600 m di quota come nello scellerato caso del Monte San Primo. Anche gli stessi Piani di Artavaggio sono interessati da un progetto di nuove seggiovie in quota per tornare a sciare, alla faccia di quanto fatto finora per trovare alternative.
E tra l’altro, last but not least, dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.
Forse i fondi pubblici sarebbe meglio metterli a disposizione di chi sperimenta diversi modi di fare turismo in montagna, anziché continuare ad alimentare un modello ormai insostenibile economicamente ed ambientalmente.

[Michele. al centro, con il suo gruppo ai Piani di Artavaggio. Immagine tratta da facebook.com/michele.castelnovo.]
P.S.: prossimamente tornerò a occuparmi dei paventati progetti sciistico-impiantistici ai Piani di Artavaggio, i quali presentano alcune inquietanti zone oscure che sarebbe bene illuminare, una volta per tutte, per il bene del luogo e di chi lo frequenta. Seguite il blog e a breve ne leggerete di più, al riguardo.

La stagione è salva!

Ciò che si afferma nel titolo di questo articolo, quale compendio dei suoi contenuti, trovo che sia veramente interessante e altrettanto significativo (ne trovate un riassunto qui).

«La neve artificiale salva la stagione».

Passatemi il paragone “forte” (chiedo venia), ma è un po’ come dire che praticando nove rapporti sessuali su dieci con bambole gonfiabili la razza umana sia salva.

E se «La situazione sulle Alpi è ottima» (cosa detta prima delle nevicate di queste ore, la cui entità peraltro è tutta da verificare), di sicuro ci sarà qualcuno che trova la “situazione” con le bambole suddette similmente “ottima”. Basta crederci, ecco.

Per la cronaca, e stando alle ultime stime disponibili, l’Italia è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%). La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. (Fonte qui.) Di contro, secondo i dati dell’ultimo bollettino di Arpa Lombardia sulle riserve idriche, pubblicato il 28 dicembre, sulle montagne mancano 426 milioni di metri cubi di acqua del manto nevoso, il 34,6% in meno della media (fonte qui).

La stagione è “salva”, già. E lo sono anche i produttori di bambole gonfiabili, bontà loro.

Ma le montagne intorno? Sono salve?

P.S.: sul tema ne ho scritto anche qui.