Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.

Un luogo montano dalla storia affascinante che merita di non essere dimenticato

Mi coglie una gran tristezza ogni volta che transito davanti all’ex Grande Albergo del Pertüs – succede spesso, visto che si trova sui monti di casa – e ne constato lo stato di abbandono, la conseguente e crescente incuria, le imposte danneggiate e in certi casi aperte così che gli interni si deteriorino ancora più rapidamente di quanto imponga il tempo, i danni da intemperie, e quel cartello «VENDESI» ormai esposto da qualche anno che accentua la percezione di abbandono, di dimenticanza dello stabile e del luogo.

Eppure quello del Pertüs è un edificio che trasuda narrazioni affascinati da ogni suo mattone: fu uno dei primi grandi alberghi costruiti in quota delle Alpi lombarde, edificato a fine Ottocento sul modello degli hotel alpestri svizzeri, dotato di confort all’epoca rivoluzionari come l’energia elettrica e il telefono anche prima che tali invenzioni servissero i paesi sottostanti, di stanze, soggiorni lussuosi e sale da ballo, frequentato da molte famiglie benestanti milanesi e bergamasche che vi giungevano a dorso di mulo e da lassù godevano dell’aria salubre profumata dalle essenze silvestri delle maestose foreste circostanti nonché di vedute panoramiche ampissime e spettacolari. Ne parlo con cognizione di causa perché ebbi la grande fortuna, ormai otto anni fa (era il 15 ottobre 2017), di farmi concedere l’apertura straordinaria dagli allora proprietari e di guidare una nutrita comitiva alla sua scoperta cui narrai la storia del luogo e alcune delle sue affascinanti vicende – visita poi raccontata in un bell’articolo del magazine “Orobie” sul numero di ottobre 2018.

[Un momento della visita dell’ottobre 2017.]
Da qualche anno, appunto, è stato messo in vendita ma senza suscitare l’interesse di nessuno, a quanto pare. D’altro canto l’edificio è molto grande e articolato, in alcune parti ancora ben conservato ma in altre – soprattutto quelle all’ombra e più esposte alle intemperie proprie di una sella montana – già deteriorate; l’eventuale ristrutturazione imporrà certamente spese ingenti e altrettante difficoltà logistiche, senza contare che non sarebbe ammissibile alcuna banalizzazione di un luogo di tale importanza storica e valore culturale. Ma è anche vero che il suo attuale stato di abbandono non farà che generare un rapido degrado della struttura: eventualità a sua volta inammissibile, dal mio punto di vista.

[Il Grande Albergo in una fotografia di inizio Novecento, successivamente colorata.]
Dunque auspico che qualcuno prima o poi – più prima che poi – si prenda a cuore l’ex Grande Albergo del Pertüs e si adoperi quanto meno per non far avanzare ulteriormente il deterioramento, pensando nel frattempo a come riportare in vita l’edificio nella maniera più consona alla sua identità storica e alla bellezza naturale del luogo in cui si trova. È un patrimonio che merita di non venir dimenticato e di essere salvaguardato quanto più possibile. E di rimanere considerato, da qualsiasi escursionista o viandante vi passi accanto.

Un “NO” bipartisan allo sci sul Monte San Primo (ma la battaglia non è ancora vinta!)

Mercoledì 15 ottobre scorso i rappresentanti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” sono stati ascoltati dai membri delle Commissioni V (Territorio, infrastrutture e mobilità) e VI (Ambiente, energia e clima, protezione civile) di Regione Lombardia riunite in seduta congiunta, in merito allo scriteriato e per ciò ampiamente contestato progetto di sviluppo sciistico a poco più di 1000 metri di quota sul Monte San Primo, nel territorio comunale di Bellagio.

Come scrive Veronica Vismara, presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, «Dopo anni di richieste, incontri, camminate, eventi, conferenze e proteste, abbiamo portato in Regione una posizione chiara, basata su dati, fatti e scienza. E la risposta dei consiglieri presenti (trasversalmente a ogni schieramento politico) riguardo il progetto è stata significativa: contrari o, quanto meno, fortemente perplessi.» Maurizio Pratelli, sul quotidiano “QuiComo”, ha inoltre evidenziato che dalla seduta «È emersa una posizione trasversale sulla necessità di rivedere il progetto. In particolare, è stata messa in discussione proprio la parte legata allo sci, considerata non coerente con i dati climatici disponibili. Alcuni interventi hanno inoltre evidenziato l’opportunità di riorientare i fondi verso iniziative più sostenibili e rispettose dell’ambiente montano.» Qui trovate il comunicato ufficiale sull’audizione emesso dal Consiglio Regionale, invece qui potete vedere il servizio che vi ha dedicato il TGR Lombardia.

Insomma, un ottimo risultato al quale va dato grandissimo merito al Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che ormai da più di tre anni, ovvero da quando il progetto sciistico sulla montagna del Triangolo Lariano è divenuto noto, lotta con grande impegno e mirabile efficacia contro un progetto tanto assurdo quanto inutilmente costoso – più di due milioni di Euro di soldi pubblici spesi, dei cinque complessivi previsti, per sciare dove già oggi non si può più farlo, lo ribadisco.

Dunque, il Monte San Primo è salvo? No, non ancora. La decisione resta nelle mani degli enti pubblici che promuovono il progetto – il Comune di Bellagio, la Comunità Montana del Triangolo Lariano, la Giunta regionale lombarda – o, per meglio dire, del loro buon senso, della loro intelligenza, della sensibilità e della cura che possono manifestare verso la montagna ovvero della noncuranza se non del disprezzo che decideranno di palesare. Tutto ciò, peraltro, considerando che fino a oggi hanno portato avanti le proprie pretese in maniera formalmente dispotica e strumentalizzata senza mai accettare alcuna interlocuzione né con la società civile e nemmeno con la comunità scientifica, di contro esponendo il San Primo, il proprio territorio e le sue comunità al pubblico ludibrio internazionale – per come le critiche al progetto siano piovute pure sulla stampa estera che in più occasioni se ne è occupata.

Quindi, cosa decideranno di fare, ora? Spingeranno oltre ogni limite di intransigenza la propria insensatezza o finalmente si ravvedranno?

Di certo, la lotta e l’impegno per la difesa del Monte San Primo continuano senza sosta, anche con alcuni eventi in calendario nelle prossime settimane delle quali a breve vi darò notizia. Sperando che sempre più persone comprendano pienamente e definitivamente l’importanza di questo impegno così emblematico, per il San Primo e per tutte le nostre montagne.

N.B.: per sapere ogni cosa sul “caso” del Monte San Primo e per supportare le azioni in sua difesa potete visitare il sito web del Coordinamento, qui.

Abbasso le panchine giganti, viva le panchine nane!

In attesa che la politica – nazionale e/o locale – si adoperi per emanare le necessarie normative atte a proibire la realizzazione di nuove panchine giganti, o big bench, manufatti che ormai anche i sassi hanno capito essere degradanti per i luoghi ove sono stati installati, e ne imponga la rimozione al fine di evitare che a breve si trasformino in meri rottami sparsi per l’ambiente naturale, e siccome «dal letame nascono i fiori», come cantava De André, eccovi la “panchina nana” installata di recente a pochi minuti a piedi dal bellissimo borgo prealpino di Colle di Sogno, su un poggio poco sopra i 1000 m di quota dal quale la veduta si apre sull’alta Val San Martino, il bacino dell’Adda, l’alta Brianza e i monti del Triangolo Lariano.

Non è meravigliosa?

Minima, per nulla impattante anzi quasi invisibile, in materiali naturali, a uso singolo così che la veduta del panorama diventi ciò che dev’essere ovvero un’esperienza immersiva personale, tanto intellettuale quanto emozionale, ovviamente priva di pericoli… insomma, tutto l’opposto di ciò che sono state le panchine giganti e la fruizione superficiale dei luoghi e del paesaggio che hanno malauguratamente diffuso.

Dunque, viva le panchine nane e viva la frequentazione intelligente e consapevole (per ciò ben più divertente e appagante) dell’ambiente naturale e dei luoghi di pregio, che non abbisognano certo di banali giocattoloni per adulti per essere valorizzati e apprezzati nelle loro specificità ma di una genuina volontà di conoscenza e di stupore per la loro bellezza. Nell’attesa, ribadisco, che finalmente tutte quelle orribili panchine giganti spariscano dal paesaggio italiano: questa sì sarebbe, per i luoghi che ancora le ospitano, una forma di autentica, benefica e efficace (ri)valorizzazione!

Chi vuole andare a visitare la panchina nana di Colle di Sogno può trovare qualche informazione utile qui e deve sapere che nel borgo, dunque a pochi minuti a piedi dalla panchina nana, c’è una Locanda dove si mangia divinamente. Un bel valore aggiunto per godere al meglio della bellezza del luogo, non trovate?

Veramente il turismo rappresenta «una miniera d’oro» per i nostri territori (montani, in primis)?

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo continua e sviluppa le riflessioni sul tema già indicato nel titolo elaborate qualche tempo fa in questo articolo.

Affinché un settore sia davvero decisivo per l’economia di un paese bisogna valutarne le potenzialità di crescere e di portare sviluppo, cioè se attrae investimenti, stimola l’innovazione, e se crea posti di lavoro ben retribuiti e vantaggi per la società nel suo complesso. Il turismo questo non lo fa, e non per una questione di scarse capacità imprenditoriali degli operatori italiani, ma proprio per le caratteristiche intrinseche del settore.
L’evidenza statistica dice che generalmente più è alta l’incidenza del turismo sul PIL di un paese e più è basso il livello di reddito procapite. I paesi più ricchi e avanzati non puntano a vivere di turismo, mentre lo fanno di solito i paesi più poveri e in via di sviluppo.
L’intuizione è che questi basano il loro modello economico sullo sfruttamento di ciò che hanno già, per esempio spiagge, montagne o luoghi culturali. È un qualcosa di simile a quello che succede ai paesi che vivono di risorse naturali, come il petrolio: sono in entrambi i casi risorse finite, il cui sfruttamento non può crescere all’infinito e può facilitare un’indolenza nello sviluppo di altri settori (con un fenomeno che in economia è chiamato “la maledizione delle risorse naturali”).

“Il Post” lo scorso 1 settembre ha pubblicato un articolo dal titolo È davvero il turismo quello che serve all’economia italiana? e sottotitolo La politica ne parla spesso come la soluzione su cui puntare per la crescita, gli economisti non sono d’accordo, i quali ne fanno ben capire i contenuti – lì sopra avete letto qualche passaggio significativo.

Credere che in un paese pur ricco di attrazioni d’ogni sorta il turismo possa rappresentare «una miniera d’oro» (per citare una delle definizioni più comuni al proposito) sulla quale campare di rendita o quasi è una cosa alla quale solo il pubblico meno informato e consapevole può credere. In primis, perché è sostanzialmente impossibile che un’industria turistica raggiunga quote di PIL capaci di “mantenere” il paese, in secondo luogo perché, come denota “Il Post”, è vero l’esatto opposto: sono i paesi a reddito basso e/o calante che possono ritenere di sostenersi con il turismo, in realtà con ciò denunciando l’incapacità di sviluppare il paese in altri comparti industriali di maggiore efficacia economica.

Che il turismo non rappresenti tutta quella fonte di ricchezza e di benessere che si vuole far credere è evidente sulle montagne, ambiti per molti motivi “speciali” e capaci di evidenziare certe realtà in modo più palese che altrove, nel bene e nel male, e parimenti dove invece la turistificazione monoculturale dei territori procede incessantemente, spesso al grido di «Il turismo combatte lo spopolamento delle località montane e ne promuove lo sviluppo!»: altre affermazioni diffuse dagli amministratori pubblici e da tempo ampiamente disattese – l’ho spiegato da par mio con questo articolo qualche tempo fa, spero in maniera significativa. D’altro canto quegli amministratori così sensibili e sodali con le dinamiche turistiche più commerciali hanno ben capito che il turismo ad oggi è l’ambito più “funzionale” a molti dei loro interessi: elettorali, di propaganda, di spesa pubblica, di bilancio, di clientelismi locali. Insomma: fa più immagine inaugurare una nuova seggiovia (anche a quote dove non nevica quasi più) e sostenere che con essa e con il turismo conseguente si sostenga lo sviluppo economico dei territori piuttosto di un ambulatorio che possa servire le esigenze sanitarie della comunità locale.

In ogni caso l’articolo de “Il Post” spiega bene perché il turismo, pur con tutta la sua innegabile importanza, non debba e non possa essere considerato quella “miniera d’oro” più volte citata, anzi, in certi casi per i territori in cui opera finisce per rappresentare un elemento di danno e di degrado, non solo ambientale. Da ciò che l’articolo afferma io voglio prendere spunto per ribadire un paio di domande, l’una conseguente all’altra, che da tempo mi faccio e sottopongo spesso a chi assiste agli eventi pubblici nei quali intervengo. La prima: perché si continua a considerare quella turistica come l’unica economia possibile per i territori montani e “salvifica” per le sue comunità, e non se ne considerano altre ovvero non si ritiene che anche i territori montani – ovviamente non tutti ma certamente tanti di essi – possano ospitare come altrove comparti produttivi e manifatturieri? Con la tecnologia a disposizione oggi, si potrebbero gestire al meglio le relative criticità logistiche e ambientali, senza contare le potenziali attività produttive direttamente legate alle risorse territoriali locali che ancora più facilmente e rapidamente potrebbero essere sviluppate. La seconda domanda, conseguente: perché non si impiega una congrua parte delle risorse che oggi vengono investite in maniera univoca nelle infrastrutture turistiche, così alimentandone la monoculturale economica e culturale, nelle tante altre possibilità produttive offerte dalle economie locali, magari di carattere circolare? Il che peraltro permetterebbe ai territori montani coinvolti di svincolarsi dalla dipendenza oggi quasi totale all’evolversi della crisi climatica assicurandosi un più solido futuro economico e non solo, ribadisco, anche quando non si dovesse più sciare oppure i flussi turistici optassero – in forza di marketing più efficaci, mode, tendenze o che altro – per altre destinazioni.

Un’economia prettamente legata al turismo con modalità monoculturali, sulle montagne, implica l’inevitabile mutazione delle stesse in meri divertimentifici ad uso del turista e con la necessità di trasformarsi continuamente al fine di mantenersi attrattivi e sostenere la concorrenza delle altre località. Per tale motivo il “turismo-miniera d’oro” così spesso sostenuto viene piuttosto definito, per molte nostre realtà soprattutto montane, un’economia estrattiva, che non dà nulla ma invece toglie ai territori, privandoli di risorse, sviluppo, vitalità sociale, identità culturale, invece di integrarne l’attività in maniera organica con quella delle altre economie locali e con il comune obiettivo fondamentale di apportare benefici innanzi tutto alla comunità residente, prima che ad altri. D’altro canto, quando ciò accade, sono proprio i turisti i primi a giovarsene e a stare meglio nelle relative località di soggiorno: se il territorio sta bene e prospera organicamente, stanno bene tutti quelli che lo vivono, permanentemente da abitanti oppure per solo qualche ora o giorno da turisti. Ecco, secondo me questa dovrebbe essere una vera “economia turistica” e di conseguenza quelli citati gli obiettivi che avrebbe da perseguire: invece temo che, ad oggi, in numerose località la tanto decantata miniera d’oro del turismo stia solo scavando una fossa profonda sotto i piedi delle rispettive e a volte illuse comunità.