(Ri)pensare l’abitare

[Foto di Federica Zappalà, CC BY-SA 3.0 it, fonte qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

(A proposito e seguito di quanto ho scritto qui…)

“Abitare”: un concetto fondamentale nell’analisi della nostra presenza nel mondo – di noi come civiltà umana, intendo dire; anzi, IL concetto par excellence, visto che la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo si manifesta principalmente proprio con l’atto dell’abitarli, eppure ancora molto poco pensato, meditato, analizzato, elaborato, se non attraverso i suoi aspetti più concretamente tecnici. Quello dell’abitare è invece un concetto che io concepisco in senso ben più umanistico – filosofico, sociologico e antropologico in primis – che tecnico, anche per come, in mancanza di una ponderata consapevolezza del primo aspetto, facilmente il secondo ne risulta zoppicante se non proprio fallimentare – di esempi al riguardo ve ne sono innumerevoli, non serve rimarcarlo e uno lo vedete nell’immagine lì sopra. Ma, appunto, di dissertazioni di genere filosofico et similia, salvo il Costruire abitare pensare di Heidegger (del 1951, in Italia pubblicato da Mursia nel 1976) oppure il più recente Costruire e abitare. Etica per la città del sociologo Richard Sennett e pochi altri brevi scritti (tra cui certi lavori di Marc Augé, seppur non direttamente mirati al tema), non ve ne sono, mentre l’antropologia ha affrontato in vari modi la questione ma forse mai in modo veramente organico e strutturato, ovvero riconoscendo al tema e al suo valore fondamentale la relativa e necessaria valenza pratica, oltre che teorica. L’architettura, invece, è quasi sempre rimasta sul lato tecnologico della questione, mentre l’urbanistica più su quello logistico (nel senso primario del termine): forse inevitabilmente, forse per mancanza di verve culturale, a parte alcune illuminanti eccezioni (Alberto Magnaghi e la Società dei Territorialisti, ad esempio – ma questa e le altre sono le prime cose che mi vengono in mente) e denotando che comunque vi sono interessanti “segnali di ripresa”.

In ogni caso, voglio ribadire che la più profonda, articolata e strutturata riflessione culturale, in senso ampio, sul concetto e sul senso dell’abitare è realmente un qualcosa di ineludibile alla concezione e, bisogna dire, alla rivitalizzazione dell’altrettanto fondamentale relazione tra l’uomo e i luoghi ovvero, se preferite, tra gli spazi abitati/antropizzati e le genti che li abitano. Perché se manca questa relazione che in primis è culturale, non tecnologica o economica o ecologica (è anche tutto questo ma sulla base del primo valore), se non è viva, attiva e consapevole, se non è costantemente coltivata e contestualizzata allo spazio e al tempo vissuti cioè mai data per scontata e conseguita, ancor più in periodi difficili come quello che stiamo vivendo su scala planetaria (ciò rappresenterebbe la sua rapida estinzione, nel caso), be’, l’uomo potrà costruire le più belle e funzionali città, i più suggestivi villaggi, i più ordinati e ameni territori  e in generale le più fantastiche architetture ma tutti questi spazi mai diventeranno luoghi autentici e saranno condannati a una veloce e inesorabile decadenza, prima culturale, poi ambientale e infine architettonica, rovine prive di identità di un’archeologia della postmodernità o, tutt’al più, scenografie artificiose per paesaggi fake.

Ecco, a proposito dei citati interessanti “segnali di ripresa” da parte dell’architettura circa la riflessione culturale sul tema dell’abitare, ho trovato un recente articolo (dell’ottobre 2020) su “weArch” a firma Mariola Peretti, intitolato Rigenerare l’abitare, il quale riflette in particolar modo su come sta cambiando, o potrebbe cambiare, lo spazio abitato a seguito degli stravolgimenti imposti dalla pandemia in corso. Tuttavia, pur in modo obbligatoriamente poco approfondito, vista la sua brevità, il testo propone anche alcune stimolanti osservazioni sul tema dell’abitare, come nel seguente passaggio:

[…] E sono altri i temi fondamentali che abbiamo potuto capire attraverso l’esperienza di questi giorni.
Il primo, fondamentale, che quando si parla di abitare nessun punto è in sé, isolabile e autonomo rispetto al resto del territorio. Ogni punto è parte di un sistema di relazioni all’interno di una logica che è quella dei vasi comunicanti. Nessuna parte dell’hardware territoriale può essere considerata semplicemente come un dato statico, ma deve essere approcciata come elemento dinamico, collegato alle strade, ai sistemi di trasporto, ai flussi che genera. La sua esistenza e il suo funzionamento creano onde che si propagano come quelle di un sasso gettato nel lago. La riapertura delle scuole ci ha fatto ben comprendere che sostituire e diradare i banchi all’interno delle aule non può di certo bastare se non si affronta il tema dei trasporti e dello scaglionamento dei turni di entrata e uscita dall’edificio, laddove si manifestano le principali azioni dinamiche.

Insomma, è una succinta ma buona lettura (cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza) che può certamente servire per stimolare la riflessione riguardo l’abitare e l’approfondimento dei suoi vari, fondamentali aspetti. I quali, lo ribadisco, non sono solo “roba” da architetti, urbanisti, filosofi, antropologi e così via ma sono cultura di tutti noi, in quanto base “intrinseca” e chiaramente ineluttabile del nostro vivere il mondo.

Tallinn a caso

Tallinn a caso

[Foto di Miikka Luotio da Unsplash.]

Cammino per la città a caso – smarrirsi è comunque impossibile, i punti di riferimento riconoscibili sono innumerevoli e ben visibili da qualsiasi parte della città – le guglie più alte delle chiese, ad esempio, oppure il mare, indicatore inequivocabile del Nord, qui. Di contro, motivi per tentare un piacevole smarrimento, pure intenso, la città ne offre a iosa: vicoli stretti e tortuosi che sovente paiono ciechi e invece trovano inopinate scappatoie entro pertugi ancor più angusti, slarghi e piazzette improvvise e impreviste, cortili interni entro archi ombrosi nei quali il tempo pare fermo a decenni addietro, rientranze tra palazzi e mura con piccoli portoni che farebbero pensare a chissà quali passaggi e percorsi segreti, oltre a minuscoli locali che mai hanno visto turisti varcare gli anonimi ingressi, bizzarre vetrine-discariche di oggettistica di era sovietica al servizio di negozi chissà quando aperti, fenomenali angoli nei quali in pochi decimetri quadri s’ammassano dettagli che incrociano storie distese su cinque secoli o forse più. E ingressi, e porte e portoni e cancelli e finestre a gogò entro le quali sbirciare, come per rubare un istante, un frammento o una rivelazione della reale vita di chi abita qui, della vita vera che altrimenti i tallinesi mai ti rivelerebbero, per propria riservatezza, per riserbo o per riguardo o perché semplicemente non gli va. Il tutto da scoprire per caso, e per questo da cui farsi genuinamente sorprendere, stupire o inquietare oppure allietare se non strabiliare se è il caso, appunto, camminando senza meta ovvero inseguendo infinite mete, ognuna delle quali è tale e dunque arrivo e immediata ripartenza verso la prossima – e quale sarà, la prossima? Lo stabilirà il Caso. Tutto torna, in questo modo, e ciò anche in senso lato, viaggiando per la città ovvero tornando continuamente ad essa anche senza mai lasciarla, tornando alla sua anima urbana particolare e unica in un costante processo di scoperta e riscoperta via via sempre più approfondita.

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

La valle che non è una valle

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In effetti è geograficamente parecchio “strana”, la Val San Martino. Mi torna in mente la descrizione che ne fece il briviese Ignazio Cantù, fratello del più noto Cesare, nel 1859: «Margrado il nome, la valle di San Martino ad occidente e a mezzodì termina in una costiera a fondo calcarea, affatto aperta, ed è lambita dall’Adda»; oppure quella di poco più tarda del carennese Gabriele Rosa: «La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costriera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa, elevate novecento metri sul livello del mare, sino all’Adda che ne scorre tutta la lunghezza maggiore, di dieci chilometri da Vercurago a Villa d’Adda». Insomma, se una “valle” può definirsi tale quando presenta una «forma concava del suolo costituita da due opposti pendii (fianchi o pareti) che si incontrano in basso lungo una linea (filone di valle) o una striscia pianeggiante (fondo di valle, e più com. fondovalle), con pendenza generalmente in un verso, percorsa di solito da un corso d’acqua», come sancisce un buon vocabolario, la Val San Martino lo è in maniera assai parziale e poco riconoscibile. Per singolare paradosso, ove il nostro territorio riacquisisce seppur localmente – ma da secoli – il toponimo e le fattezze morfologiche di “valle” cioè a Pontida (nel medioevo Vallis Pontidæ), di una “valle” propriamente detta non si tratta ma di un “corridoio orografico”, per usare la corretta definizione geografica.
Tuttavia la singolarità valliva locale non finisce qui: nemmeno in senso geopolitico la Val San Martino acquisirebbe una fisionomia unitaria determinata. Storicamente divisa dal confine storico posto lungo il corso del fiume Adda prima tra Venezia e Milano, poi tra le provincie di Bergamo e Como e quindi, in tempi recenti, tra quelle di Bergamo e Lecco che ne ha ulteriormente e inopinatamente spezzato l’unitarietà geosociale, anche da questo punto di vista la valle ha sempre faticato a farsi identificare in modo omogeneo dall’immaginario comune. È un curioso paradosso, quello che offre la Val San Martino: uno spazio antropizzato morfologicamente eterogeneo e politicamente diviso, per di più territorio di confini storici più o meno rigidi, eppure da millenni zona di transiti di persone, genti e merci, eserciti e pellegrini, commercianti e viaggiatori, eccetera. Un territorio a suo modo cosmopolita, si potrebbe dire oggi, in ciò riflettendo – se così posso dire – l’”apertura morfologica” che la sua particolare geografia presenta.
E dunque, posto tutto ciò, viene da chiedermi: ma alla fine che razza di “valle” è, la Val San Martino? Ha un suo senso, una connotazione identitaria di qualche genere? Ha un proprio Genius Loci, come ce l’ha ogni luogo propriamente e compiutamente tale? O si tratta solamente di una specie di “equivoco” storico e geopolitico se non, peggio, di un non luogo, per usare la celebre definizione di Marc Augé?

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Marcello Marchesi, “Sette zie”

Una delle cose più belle e preziose che l’Italia abbia saputo “creare”, dal Novecento in poi, è stata quella mirabile schiera di autori letterari che in qualche modo è riuscita a salvare il paese e la sua cultura dalle cose invece più deplorevoli che hanno caratterizzato quel periodo. Tra di essi, se ne sono contraddistinti alcuni che, a fronte dell’evidente natura assai colta della loro produzione letteraria (declinate la definizione nei modi più vari), l’hanno immersa nell’ironia più potente e pungente, facendone un’indispensabile e acutissima “voce morale” del progresso socioculturale italiano del tempo e in generale l’espressione scritta di una visione trasversale acuta e illuminante della società nostrana. Ennio Flaiano, Achille Campanile, Giorgio Manganelli, Giovanni Guareschi, Leo Longanesi, Aldo Buzzi, Enrico Vaime… – inutile dire che l’elenco è lungo e assai pregiato: in esso entra con pieno diritto e grandi onori Marcello Marchesi, il quale seppe declinare la propria letteratura umoristica nei modi più diversi: come autore radiotelevisivo, pubblicitario, giornalista, sceneggiatore, paroliere musicale nonché, ovviamente, come scrittore.

Sette zie (Bompiani, 2001-2017, prefazione di Gianni Turchetta; 1a ediz. 1977) è uno dei suoi libri più famosi e dei pochi testi in forma di “romanzo” che abbia pubblicato. D’altro canto, definirlo così, come un “romanzo”, quantunque formalmente lo sia, è qualcosa che abbisogna di non pochi distinguo. Il libro racconta la storia di Amedeo, ragazzo milanese costretto a trasferirsi a Roma in casa di sette bizzarre zie una delle quali manca sempre all’appello e non si capisce perché, nel mentre cerca col tempo di scrivere un libro che tuttavia non gli riesce proprio di scrivere. Nel frattempo una seconda voce narrante racconta quanto accade a Amedeo offrendo una sorta di visione laterale delle sue vicissitudini, e verso la fine del romanzo una terza voce, assolutamente “non convenzionale”, entra a dire la sua, offrendo per qualche pagina una ulteriore narrazione della storia []

[Immagine di A.C. Marcello Marchesi, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Sette zie cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)