Il “caso San Primo” domani sera, 14 aprile, a Cantù

Bisogna ammettere che il progetto di sviluppo turistico pensato per il Monte San Primo, in provincia di Como, con il quale con finanziamenti pubblici si vorrebbero installare impianti sciistici e relativo innevamento artificiale a 1100 m di quota (dove già esisteva una stazione sciistica chiusa anni fa per mancanza di neve e per conseguente insostenibilità economica) mette d’accordo sempre più persone. Sì, d’accordo nel ritenerlo un progetto totalmente insensato e uno sperpero di denaro pubblico.

Ma è bene continuare con l’opera di sensibilizzazione al riguardo, non solo per chi ancora pensasse di poter sostenere lo scriteriato progetto del San Primo ma pure, in senso generale, per mettere in evidenza come altri interventi proposti in diverse località delle montagne italiane di simile portata e paragonabile insensatezza, per i quali quello del San Primo è un caso certamente emblematico, rappresentino una grande minaccia sia per le montagne e sia per lo sviluppo sostenibile equilibrato, mirato al futuro e realmente proficuo delle comunità residenti.

Il “caso San Primo” verrà dunque approfondito domani sera, 14 aprile, a Cantù, come potere rilevare dalla locandina qui sopra riprodotta. Per chi non conosca ancora al meglio la questione, sarà senza dubbio una serata tanto interessante quanto illuminante. Non per essere «contro lo sci» o che altro ma a favore delle nostre montagne e del loro miglior futuro possibile.

(Qui trovate l’elenco degli articoli che ho dedicato alla questione del Monte San Primo.)

La corsa di massa verso la Natura

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti”.]

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).

Milano, la città “green” che uccide gli alberi

Ho sentito poco fa alla radio che il grande platano di Piazza Buozzi a Milano è stato abbattuto, nonostante le proteste di molti cittadini prestigiosi e comuni – e tra i primi annovero i cari amici Paolo Canton e Giovanna Zoboli, che ne hanno scritto con passione sulle rispettive pagine Facebook. Insieme al platano, altri alberi milanesi storici sono stati o stanno per essere abbattuti: i glicini secolari del Circolo degli Ex Combattenti di Piazza Baiamonti, un grande nespolo e altri alberi che sono parte integrante del paesaggio del quartiere Sarpi-Garibaldi, i tigli del giardino comunitario dedicato testimone di giustizia Lea Garofalo, eccetera.

Io sul serio mi chiedo che testa abbia una città – ovvero i suoi amministratori – che cancella dal paesaggio urbano presenze vive e identitarie come i suoi grandi alberi, autentici marcatori referenziali nella geografia cittadina che nei decenni hanno assunto non solo una valenza storica ma pure un valore antropologico, stante il legame con essi degli abitanti dei rispettivi quartieri, e al contempo si gonfia boriosamente il petto annunciando un giorno sì e l’altro pure di piantare totmila nuovi alberi in giro per la città molti dei quali, per mero menefreghismo manutentivo, ecologico e civico, vengono lasciati morire – ma nel frattempo la propaganda mediatica ha generato i soliti titoloni osannanti la “Milano Green”, la “metropoli sostenibile” e via cianciando, con gran soddisfazione degli amministrazioni suddetti.

Sia chiaro: su che testa abbiano una risposta piuttosto franca ce l’avrei, anche solo per come un tale modus operandi politico metta in evidenza non solo un gran menefreghismo ma pure una totale incapacità di cogliere e interpretare il senso culturale profondo del paesaggio della propria città, ovvero per come segnali una sostanziale disconnessione dalla sua anima, dal suo Genius Loci, dalla sua identità di luogo.

«Era solo un vecchio albero malato!» ribatterà qualcuno. Be’, a parte il fatto che la scusa della malattia arborea viene sempre tirata in ballo, con una tale frequenza da far pensare inesorabilmente male circa la sua veridicità (che poi, se tutti questi alberi sono veramente malati, la colpa è comunque da ascrivere agli amministratori pubblici che non li hanno fatti curare a dovere), sì, era solo un albero. Come era un solo altro albero il glicine di Piazza Baiamonti, solo uno il nespolo di Sarpi, “solo uno” ogni altro grande albero abbattuto nei mesi scorsi. E qual è la somma complessiva di tutti questi “solo uno”? Eccola qui:

Nel periodo 2020-2021 Milano ha cementificato 18,68 ettari di territorio entro il suo perimetro amministrativo. Un numero che è il risultato di una accelerazione incredibile se paragonato ai 2,32 ettari del 2019-2020. Questo significa che nell’ultimo periodo monitorato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Milano ha innalzato il consumo annuo di suolo di otto volte.

Milano “green”. Greenwashing, già. Greenshaming, per ancora meglio dire.

(La foto del platano di Piazza Buozzi in testa al post è di Matteo Maculotti.)

Le Alpi e i cambiamenti climatici, in due minuti

Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sulle Alpi? In che modo l’aumento delle temperature è legato ai pericoli naturali nella regione alpina? Lo spiega in meno di due minuti questo efficace video prodotto dall’Iniziativa delle Alpi, associazione svizzera che ha l’obiettivo di proteggere le Alpi come ecosistema ecologicamente sensibile e di salvaguardarle come spazio vitale. Inoltre, quale organizzazione ambientalista, appoggia una politica dei trasporti sostenibile e si impegna per sviluppare e promuovere le misure di protezione del clima. Peraltro di Alpen Initiative, il nome originale tedesco, avevo già scritto qui.

Ovviamente, il video è da vedere e meditare, cliccando lì sopra.

La siccità (non) fa rima con volontà

[Il fiume Po, ovvero quel che ne rimane, a Polesine Zibello (Parma). Foto di Paolo Panni tratta da www.oglioponews.it.]

È ormai risaputo che il cambiamento climatico causa un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, ma per la comunità scientifica non è immediato ricondurre un singolo fenomeno di questo tipo all’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra. Per accertare eventuali rapporti di causa ed effetto servono studi appositi. Nel caso della siccità che da più di un anno sta colpendo il Nord Italia oltre che la Francia, la Svizzera e altre regioni europee, causando molti problemi sia al settore agricolo che a quello della produzione di energia, ne è stato pubblicato uno da poco: dice che il cambiamento climatico l’ha aggravata.
Semplificando i risultati dello studio, è emerso che siccità analoghe a quella di questi mesi erano meno estese geograficamente e meno lunghe: il riscaldamento globale sembra aver ampliato le zone di alta pressione e causato una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle piante.

[Da La siccità nel Nord Italia sembra legata al cambiamento climatico, articolo pubblicato su “Il Post” il 4 marzo 2023. Lo potete leggere interamente anche cliccando sull’immagine lì sopra.]

Che una regione geografica come la Pianura Padana ovvero l’Italia settentrionale in generale, ai piedi della più importante e elevata catena montuosa europea con i suoi ghiacciai pur in sofferenza e i numerosi vasti bacini imbriferi delle sue vallate, possa soffrire la siccità appare ancora oggi una cosa incredibile. E invece sta accadendo, per il secondo anno di fila e in modo vieppiù grave.

Forse anche per questo non siamo così sensibili nei confronti della crisi climatica in atto, così repentina e in certi casi drammatica: fatichiamo a credere che qualcosa di tanto rilevante stia accadendo, non ce ne capacitiamo, restiamo aggrappati alla convinzione che sia qualcosa di occasionale, che presto tutto quanto tornerà come prima quando invece ogni evidenza scientifica segnala il contrario. Di qualsiasi entità sarà l’effetto dei cambiamenti climatici in corso (speriamo non troppo grave) dovremmo finalmente e globalmente progettare, sviluppare e attivare la più efficace resilienza possibile. Cosa che possiamo benissimo fare se lo vogliamo, ovvero se la massa critica della società imporrà ai governi e alle istituzioni di farlo senza più tentennamenti. Potrebbe facilmente uscirne una grande occasione di progresso globale, per giunta, a tutto vantaggio in primis proprio di governi e istituzioni.

Come scrisse Spinoza, «La volontà e l’intelletto sono la stessa e unica cosa.» Ecco forse perché, nell’incapacità di pensare, concepire, comprendere ovvero di sensibilizzare l’intelletto alla realtà in corso, non sappiamo nemmeno ricavare la volontà di sviluppare la necessaria resilienza per noi stessi. Fino a quando possiamo andare avanti, così?