Michele Serra in Valle Soana per “La Montagna Sacra”: il successo di una giornata importante e proficua

Come anticipato da questo precedente articolo, lo scorso sabato 25 ottobre 2025 Michele Serra, è stato a Ronco Canavese, in Valle Soana, ospite del comune, della biblioteca e della locale Associazione degli Operatori Turistici, per supportare il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra, l’iniziativa di sensibilizzazione sugli eccessi dell’invasività umana e sul conseguente rispetto del senso del limite nei territori naturali e sulle montagne in particolar modo. Progetto che ha nel Monveso, una delle vette più belle della Valle sul confine con la Valle di Cogne, il suo simbolo, e intorno al quale Serra ha dialogato con Enrico Camanni.

[Michele Serra con alcuni dei componenti del Comitato promotore della “Montagna Sacra”.]
La giornata è stata un successo, sotto ogni punto di vista. Lo è stata per la valle, per la sua comunità che ha affollato il Teatro Comunale, e per la presa di coscienza sempre più compiuta del valore del progetto “Montagna Sacra” per il proprio territorio; nel pubblico peraltro erano presenti numerosi giovani, cosa non scontata. Lo è stata per il progetto stesso e per le idee che vi stanno alla base, forti, provocatorie, “sovversive”, ad alcuni (sempre meno, in verità) invise ma, obbiettivamente, quanto mai importanti da considerare nella relazione attuale e futura tra uomini e montagne. Lo è stata proprio per le montagne, quelle che in gran numero subiscono assalti antropici sovente ingiustificabili oltre che insostenibili e per quelle altre invece “dimenticate” dalle economie preponderanti ma a loro volta dotate di proprie peculiarità, potenzialità, identità culturale nonché di comunità che vorrebbero continuare a viverci in maniera dignitosa senza dover rinunciare alla costruzione del loro futuro. Ed è stata importante, la giornata con Michele Serra, anche per continuare nell’opera di conoscenza e sensibilizzazione nei riguardo del progetto “Montagna Sacra” portata avanti dal Comitato Promotore, dalla comunità valsoanina ma pure, in potenza, da ogni sottoscrittore del progetto e da ciascun appassionato delle montagne che ne ha compreso il senso e il valore. Le idee alla base del progetto sono valide per il Monveso come per ogni altra vetta e territorio montano: perché le montagne sono spazi di libertà tanto quanto territori del limite e la cosa migliore da fare, per viverle al meglio, non è ostinarsi nel superamento di essi ma armonizzarsi alla loro anima in una società come la nostra contemporanea che sembra voler rompere ogni limite, materiale e immateriale, senza tuttavia curarsi delle conseguenze che potrebbero scaturirne. E che già di frequente possiamo constatare nella loro dannosità, sulle montagne e negli ambienti naturali.
 

Ma per raccontare al meglio la giornata di sabato scorso, non ci potrebbero essere parole migliori di quelle scritte dallo stesso Michele Serra oggi, lunedì 27 ottobre 2025, nella newsletter “Ok Boomer!” che cura settimanalmente per “Il Post”, e delle riflessioni a caldo, o quasi, di Toni Farina, uno dei padri del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”. Sono proposti di seguito uno dopo l’altro. Insieme ad essi avrete visto lì sopra la registrazione dell’incontro e, qui sotto, trovate una galleria fotografica.

La strada che sale da Pont Canavese, sopra Ivrea, alla Valle Soana, è micidiale. Stretta e tortuosa, in certi punti se due automobili si incontrano bisogna che una faccia marcia indietro fino al primo slargo utile per scansarsi. Si risale una gola severa, che i colori autunnali ingentiliscono appena. È di quelle strade di montagna che fanno capire a chi le percorre quanta tenacia ci vuole, per rimanere attaccati a quelle rocce, quegli alpeggi, quei boschi e non lasciarsi scivolare a valle, nell’indistinto della pianura, nel comodo delle città. Ci vogliono radici forti, per rimanere attaccati ai monti.

L’ho risalita sabato, quella strada, per andare a Ronco Canavese, centro principale della Valle Soana, dove un giovane sindaco tosto e ingegnoso, Lorenzo Giacomino, mi ha invitato per parlare, nel piccolo teatro comunale, di una iniziativa inedita e coraggiosa: proclamare “montagna sacra” il Monveso di Forzo, una bella montagna del luogo. Ovvero dichiararla inviolabile dall’uomo, inventandosi una specie di “tabù moderno” che renda indisponibile alla nostra invadente specie almeno qualche porzione del pianeta. Per dirlo con le parole di uno dei promotori, Toni Farina, scrittore e uomo di montagna: “Un’istanza provocatoria, discutibile (infatti è stata molto discussa), ma necessaria per lasciare simbolicamente quell’esiguo spazio fisico ad altri esseri viventi. Esseri ai quali sulla Terra Homo sapiens ha tolto via via lo spazio vitale. Il Monveso di Forzo è così diventato simbolo di accettazione di un limite nella società del no-limit. Nessun divieto, ma semplice e personale accettazione di un invito”.

La proposta (alla quale ho aderito, faccio parte del piccolo comitato promotore) ha diviso il mondo della montagna, a partire dai responsabili del Parco del Gran Paradiso, del quale il Monveso è parte. A me sembra importante mettere il concetto di “limite” al centro dell’attenzione in un momento storico dominato dall’accessibilità indiscriminata e dal consumo forsennato. Non tutto può essere alla portata di una carta di credito, non tutto è in vendita. Nel reticolo di funivie, impianti di risalita, percorsi facilitati, una montagna senza umani ha una luce speciale: la si può guardare solo dal basso, incorniciata dal cielo.

Ringrazio la vivace comunità della Valle Soana, le volontarie della biblioteca, il sindaco, le tante persone presenti (in sala c’era anche qualche giovane in mezzo al grande nevaio dei capelli bianchi) per la giornata davvero particolare. Suggerisco, a chi volesse approfondire l’argomento, il bel libro di Enrico Camanni La montagna sacra. Camanni conosce le Alpi come pochi, e le sa raccontare.

“Val Soana incubatore di pensieri nuovi”

Rubo questa frase a Monica Bruno (che spero mi perdonerà) perché mi pare un titolo azzeccato per sintetizzare il pomeriggio di sabato 25 ottobre a Ronco. Che poi pensieri tanto nuovi non sono: come ricordato ieri, e in molte altre occasioni, di Limite si parlava fin dagli anni ’50 del secolo scorso grazie ad Aurelio Peccei e ai suoi collaboratori del Club di Roma nel noto studio sui limiti dello sviluppo. Noto, ma dimenticato.

L’incontro con Michele Serra (grazie grazie), venuto a Ronco a sostegno del progetto “Montagna Sacra”, è stato occasione per ribadire che la Terra è un pianeta finito e dunque, molto semplicemente, una crescita infinita non è possibile. Il teatro comunale strapieno ha evidenziato che la questione è sentita.

La presenza in sala (e sul palco) dei giovani convenuti a Ronco per un seminario sulle Aree Interne, ha dato ulteriore significato all’evento. In fin dei conti è di loro che si parla.

Come spesso mi capita, nei convegni estrapolo parole che mi paiono significative. Queste sono le parole che ho evidenziato negli interventi di Ronco.

Inizio opportuno e non casuale con la parola «pace». Fra gli uomini, i componenti della specie Homo sapiens, geniale e distruttiva, e fra gli uomini e la natura. Due aspetti che in realtà sono uno solo, perché proprio la carenza di risorse naturali è alla base di molti conflitti.

La parola «montagna», Alpi e Appennini. Montagna laboratorio di sostenibilità, dove sperimentare percorsi possibili di futuro, e la Val Soana ne è esempio.

La parola «Gran Paradiso», inteso come parco, centenario e al contempo immaturo, che a 100 anni dalla nascita avrebbe bisogno di rifondazione. Il progetto Montagna Sacra voleva essere questo ma il Centenario è stato a tal fine un’occasione persa. Tanti festeggiamenti, pochi ragionamenti.

La parola «sociale», nell’avverbio socialmente. “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se socialmente desiderabile”, concetto oggi quanto mai verificato. Lo disse Alex Langer nel 1994. Alex Langer, quanto ci manca.

La parola «Europa». Citando Langer il collegamento ci sta. Continente vecchio, prospettiva che sta sfumando incalzata dai sovranismi. Nota dolente, e Michele Serra ne sa qualcosa.

La parola «sindaco». Soprattutto se di montagna. E qui un grazie a Lorenzo Giacomino, sindaco di Ronco, è doveroso. Grazie a lui e al suo coraggio.

La parola «biblioteca». Luogo di cultura certo, ma in questo caso anche di incontro e progettazione.

La parola «giovani». Che per qualche minuto ha tenuto banco citando il noto successo editoriale di Michele Serra “Gli sdraiati”. Giovani che, nel libro e nella realtà, alla fine lasciano indietro gli anziani, saggi e rompiballe. Com’è giusto che sia.

Le parole «Cogne» e «Ronco», i due volti del Monveso. Cogne con la valle omonima, la più turistica del Parco Gran Paradiso, e Ronco con Val Soana, la meno turistica e più integra. La più ricca di biodiversità. Dalla Val Soana giunsero millenni or sono i primi abitanti della Valle di Cogne, e siccome le montagne non fermano né le genti né le idee, l’auspicio è che oggi l’idea della Montagna Sacra contamini anche la valle aostana.

La parola «sacro». Termine potente e impegnativo da molti in questo caso ritenuto inopportuno, ma sabato per l’ennesima volta si è ribadito che così non è. E Monveso-Montagna Sacra è la scelta giusta. Altra non è data.

E, visto che ci siamo, la parola «Monveso». Montagna piramidale a cui sabato 25 sono fischiate le orecchie. Montagna evocata non per le imprese alpinistiche sulle sue chine, ma per l’impresa di limitarsi a guardarla dal basso. Si va oltre il settimo grado…

Potrei continuare, ma poi arriverebbe la parola noia, dunque lascio a chi legge il compito di proseguire. Concludo con la parola «democrazia». Una delle frasi più vere e significative pronunciate ieri da Michele Serra: “La democrazia è strutturalmente fondata sul limite”. “Perché necessita di contrappesi, e quindi di limiti”, ha spiegato. Per questo, aggiungo io, è in pericolo.


Chi volesse aderire al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, sappia che è assolutamente semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Parimenti lo si può fare con un messaggio su Facebook o un commento alla pagina della “Montagna Sacra”; se volete lo potete fare anche qui, e io avrò cura di trasmettere le adesioni ricevute e i dati relativi.

Per ogni altra informazione sul progetto:

Sabato prossimo, Michele Serra in Valle Soana a sostegno della “Montagna Sacra”

Michele Serra, personaggio che immagino non abbisogna di presentazione, sabato prossimo 25 ottobre sarà a Ronco Canavese, in Valle Soana, per supportare il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra, l’iniziativa di sensibilizzazione sugli eccessi dell’invasività umana e sul conseguente rispetto del senso del limite nei territori naturali, e sulle montagne in particolar modo, che sta guadagnando sempre più consensi, anche in forza del proprio obiettivo crescente valore nei riguardi della realtà dei territori suddetti.

Michele Serra è stato uno dei primissimi sostenitori del progetto “Montagna Sacra”, ancora quando l’idea elaborata da Antonio Mingozzi e Toni Farina, all’epoca direttore e consigliere del Parco Nazionale del Gran Paradiso, era in fase embrionale – lo potete constatare dal brano sul “Venerdì” de “La Repubblica” del luglio 2020 riprodotto lì sotto. Poi il progetto è stato avviato, si è formato un Comitato di figure prestigiose del mondo della montagna e della cultura (del quale ho il privilegio di fare parte senza essere affatto prestigioso!), le adesioni hanno cominciato a diventare centinaia e poi migliaia, si sono organizzati numerosi eventi di conoscenza e sensibilizzazione sui temi e le istanze che il progetto sostiene, i critici e gli scettici sono diventati sempre meno (quelli che ancora sostengono che il progetto “proibisca” di salire il Monveso di Forzo e le montagne in generale e non vogliono capirne il senso reale e la portata simbolica sono ormai sparuti e francamente buffi) e nel frattempo, come detto, il dibattito sull’importanza del rispetto del limite alla presenza umana in certi ambiti naturali si è fatto costante e necessario, dando ancora più forza al progetto e alle azioni in suo sostegno.

L’evento di sabato prossimo a Ronco Canavese, importante anche perché dimostra la partecipazione ormai piena e consapevole della comunità della Valle Soana al progetto e ai suoi scopi, è certamente tra le azioni più prestigiose nonché, ci auguriamo noi del Comitato, valide a far conoscere ancora meglio cosa è “La Montagna Sacra” e cosa si prefigge – e pure quanto sia affascinante il Monveso di Forzo, cima poco nota ma di grande bellezza alpestre, proprio anche perché potente simbolo materiale del progetto.

Come ha scritto lo stesso Serra lunedì 20 ottobre scorso nella newsletter “Ok Boomer!” che cura settimanalmente per “Il Post”,

Sabato 25 sarò a Ronco Canavese, in Valle Soana, piccolo comune di montagna ai piedi del Gran Paradiso. Il giovane sindaco mi ha invitato per parlare del progetto “Montagna Sacra”, che sarebbe il Monveso, una piccola cima da dichiarare inviolabile e da non scalare mai più. Atto simbolico, culturale, per dire che magari qualche piccola porzione di mondo immune da noi altri umani, dai cellulari, dal goretex, dal nostro pur leggero scalpiccìo con le suole morbide che hanno preso il posto degli scarponi cingolati dei tempi andati, avrebbe un significato importante. Credo che l’idea sarebbe piaciuta a Walter Bonatti, che se ne è andato ormai da troppi anni, e di cime ne aveva calcate a centinaia, in Europa, Asia, America del Sud. A Ronco Canavese penserò a lui e a Rossana Podestà, che riposano insieme nel cimitero di Porto Venere, davanti al mare. In quel cimitero c’è una luce che riempie l’anima, e impedisce di essere tristi.

Ecco. Un atto simbolico (repetita iuvant: non ci sono cartelli di divieto d’ascensione sul Monveso!) di grande valore culturale e quanto mai emblematico, senza (più) alcun dubbio.

Trovate le informazioni sull’evento di sabato a Ronco Canavese nella locandina sopra pubblicata, mentre chi volesse aderire al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, sappia che è assolutamente semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Parimenti lo si può fare con un messaggio su Facebook o un commento alla pagina della “Montagna Sacra”; se volete lo potete fare anche qui, e io avrò cura di trasmettere le adesioni ricevute e i dati relativi.

Per ogni altra informazione sul progetto:

www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/
https://www.facebook.com/montagnasacra
Info: montagnasacra22@gmail.com

Un “NO” bipartisan allo sci sul Monte San Primo (ma la battaglia non è ancora vinta!)

Mercoledì 15 ottobre scorso i rappresentanti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” sono stati ascoltati dai membri delle Commissioni V (Territorio, infrastrutture e mobilità) e VI (Ambiente, energia e clima, protezione civile) di Regione Lombardia riunite in seduta congiunta, in merito allo scriteriato e per ciò ampiamente contestato progetto di sviluppo sciistico a poco più di 1000 metri di quota sul Monte San Primo, nel territorio comunale di Bellagio.

Come scrive Veronica Vismara, presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, «Dopo anni di richieste, incontri, camminate, eventi, conferenze e proteste, abbiamo portato in Regione una posizione chiara, basata su dati, fatti e scienza. E la risposta dei consiglieri presenti (trasversalmente a ogni schieramento politico) riguardo il progetto è stata significativa: contrari o, quanto meno, fortemente perplessi.» Maurizio Pratelli, sul quotidiano “QuiComo”, ha inoltre evidenziato che dalla seduta «È emersa una posizione trasversale sulla necessità di rivedere il progetto. In particolare, è stata messa in discussione proprio la parte legata allo sci, considerata non coerente con i dati climatici disponibili. Alcuni interventi hanno inoltre evidenziato l’opportunità di riorientare i fondi verso iniziative più sostenibili e rispettose dell’ambiente montano.» Qui trovate il comunicato ufficiale sull’audizione emesso dal Consiglio Regionale, invece qui potete vedere il servizio che vi ha dedicato il TGR Lombardia.

Insomma, un ottimo risultato al quale va dato grandissimo merito al Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che ormai da più di tre anni, ovvero da quando il progetto sciistico sulla montagna del Triangolo Lariano è divenuto noto, lotta con grande impegno e mirabile efficacia contro un progetto tanto assurdo quanto inutilmente costoso – più di due milioni di Euro di soldi pubblici spesi, dei cinque complessivi previsti, per sciare dove già oggi non si può più farlo, lo ribadisco.

Dunque, il Monte San Primo è salvo? No, non ancora. La decisione resta nelle mani degli enti pubblici che promuovono il progetto – il Comune di Bellagio, la Comunità Montana del Triangolo Lariano, la Giunta regionale lombarda – o, per meglio dire, del loro buon senso, della loro intelligenza, della sensibilità e della cura che possono manifestare verso la montagna ovvero della noncuranza se non del disprezzo che decideranno di palesare. Tutto ciò, peraltro, considerando che fino a oggi hanno portato avanti le proprie pretese in maniera formalmente dispotica e strumentalizzata senza mai accettare alcuna interlocuzione né con la società civile e nemmeno con la comunità scientifica, di contro esponendo il San Primo, il proprio territorio e le sue comunità al pubblico ludibrio internazionale – per come le critiche al progetto siano piovute pure sulla stampa estera che in più occasioni se ne è occupata.

Quindi, cosa decideranno di fare, ora? Spingeranno oltre ogni limite di intransigenza la propria insensatezza o finalmente si ravvedranno?

Di certo, la lotta e l’impegno per la difesa del Monte San Primo continuano senza sosta, anche con alcuni eventi in calendario nelle prossime settimane delle quali a breve vi darò notizia. Sperando che sempre più persone comprendano pienamente e definitivamente l’importanza di questo impegno così emblematico, per il San Primo e per tutte le nostre montagne.

N.B.: per sapere ogni cosa sul “caso” del Monte San Primo e per supportare le azioni in sua difesa potete visitare il sito web del Coordinamento, qui.

Nelle Orobie cadono frane, gli ospedali chiudono, non c’è segnale telefonico, ma ci saranno tante nuove seggiovie!

[Le montagne dell’Alta Valle Brembana nella zona dei Laghi Gemelli, in comune di Branzi. Immagine tratta da https://primabergamo.it.]
Anche le valli montane bergamasche stanno sempre più diventando un caso emblematico in tema di gestione (o non gestione) politica dei territori montani.

Notizie recenti sulla stampa locale: le valli montane della Provincia di Bergamo, secondo l’Ispra, sono al 16° posto nella classifica nazionale per rischio frane (in una Lombardia che risulta la regione con il numero più alto di frane censite), ciò evidenziando la necessità di maggiori fondi pubblici per prevenire il dissesto idrogeologico e intervenire in caso di emergenze.

L’ASST locale chiede a gran voce aiuti alla politica per agevolare l’arrivo e la presenza di nuovi infermieri per gli ospedali di montagna, già in crisi di risorse da tempo come ben sappiamo, i quali altrimenti sono sempre più a rischio di chiusura.

In molte zone montane della provincia il segnale telefonico, per non parlare della connessione web, sono assenti, generando grossi problemi tanto ai residenti quanto a chi lassù vuole e vorrebbe lavorare in condizioni degne, per giunta in attività economiche che aiuterebbero i territori a mantenersi vivi. La scorsa settimana la questione «è stata sottoposta a Regione e deputati. Ma per ora, tutto resta fermo.»

Ecco, appunto: regione, deputati, enti pubblici… la politica.
Come risponde la politica a questi bisogni fondamentali per chi vive sulle montagne bergamasche?

Spendendo le risorse che dovrebbero essere impiegate per soddisfare i bisogni dei residenti per finanziare insensati progetti turistici come (un esempio tra i tanti) quello di Piazzatorre, in Valle Brembana: ben 15 milioni e rotti di Euro per un comprensorio sciistico posto sotto i 1800 metri di quota destinato per mille ragioni – climatiche, ambientali, economiche, socioculturali… – ad un inevitabile fallimento. Per non dire di Colere-Lizzola, dove le risorse pubbliche previste ammonterebbero (al momento) addirittura a 50 milioni di Euro.

Poste tali cifre, e viste le criticità sopra elencate (ma ve ne sarebbero altre di citare): va bene così?

È in questo modo che pensiamo di salvare le montagne dallo spopolamento, come ci viene continuamente ripetuto, e di rivitalizzarne le comunità e le economie locali? Costruendo impianti e piste dove non si scia più e lasciando franare strade, chiudere ospedali, e togliendo di fatto un servizio elementare come il telefono?

E quante altre situazioni simili possiamo constatare sulle montagne italiane, con la politica sensibilissima a certe iniziative molto d’immagine e invece poco o nulla nei riguardi dei bisogni concreti e delle necessità fondamentali delle comunità che in montagna vivono e vorrebbero continuare a farlo degnamente e non da cittadini di serie B o C?

Su certi sindaci dei comuni montani bergamaschi che stanno svendendo il futuro delle loro comunità

[immagine di instagram.com/marcosayan10/, che ringrazio molto per avermela inviata!]
So bene che fare il sindaco di un comune di montagna oggi, in Italia, sia quanto mai difficile: riscorse scarse, carenza di personale, criticità socioeconomiche crescenti e una realtà climatica e ambientale sempre più difficile da gestire. Tuttavia, questa situazione non può affatto giustificare l’assoggettamento di alcuni sindaci delle Valli Seriana e Scalve a un progetto tanto devastante come quello dell’ampliamento del comprensorio sciistico tra Colere-Lizzola, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici, per un progetto che nasce già fallito, sia per la realtà climatica in divenire e sia per l’impossibilità oggettiva di mostrarsi concorrenziale nei confronti di tante altre località sciistiche ben più strutturate peraltro a fronte della situazione del mercato sciistico attuale. Senza contare la devastazione del territorio soggetto all’ampliamento e la distruzione delle sue peculiarità naturalistiche e ambientali, rare se non uniche sulle Orobie, dunque il conseguente inaccettabile degrado culturale del paesaggio locale.

[Uno dei versanti del Pizzo di Petto interessati dal progetto di ampliamento del comprensorio sciistico. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, a me pare che nella “presa di posizione” (quanto autentica e non indotta, poi?) degli amministratori in questione si riveli bene l’incapacità della politica locale contemporanea da un lato di leggere e comprendere la realtà dei propri territori e delle comunità che li abitano, e dall’altro di saper elaborare una visione progettuale di lungo termine e dunque un progetto di sviluppo territoriale articolato che sostenga tutte le economie presenti in funzione del benessere delle comunità e delle loro esigenze quotidiane. Una incapacità molteplice che al solito si lega allo sguardo cortissimo della politica, che non va oltre il mandato elettorale e punta a iniziative che facciano immagine e producano utile propaganda, invece di porsi veramente al servizio delle proprie cittadinanze lavorando per il bene autentico dei territori. Ma è una realtà che ormai in Italia conosciamo bene, d’altronde.

Assolutamente emblematiche in tal senso sono le presunte “motivazioni” addotte dai sindaci a supporto del progetto sciistico: «Un’occasione da non perdere», dicono, utilizzando una delle consuete frasi fatte che saltano fuori in tali circostanze (è una delle varianti, l’altra è «l’ultimo treno da non perdere») e, ovviamente, infilandoci dentro “sostenibile”, termine ormai del tutto svuotato del proprio significato originario e diventato a sua volta strumento di propaganda oltre che di green washing.

È invece un’occasione da lasciar perdere, piuttosto, vista appunto la realtà climatica in divenire che già oggi rende difficile lo sci alle quote in questione, l’evoluzione nella fruizione turistica invernale delle montagne, che punta sempre meno allo sci su pista e molto di più ad altre attività, i costi spropositati che non si capisce perché debbano essere in gran parte scaricati sulla collettività – 50 milioni di Euro di soldi pubblici, ribadisco: perché noi tutti dovremmo pagare per un progetto destinato al fallimento? – che poi rappresentano risorse sottratte a uno sviluppo veramente vantaggioso per il territorio seriano e scalvino, al quale mancano e vengono continuamente tolti molti servizi di base, e per la totale assenza nel progetto di un piano di sviluppo organico del territorio locale, il quale invece verrebbe completamente assoggettato alla sola economia turistica così che, nel caso di crisi di questa, porrebbe inevitabilmente in crisi l’intero territorio con gravi danni alla comunità e alla necessità di favorirne la permanenza abitativa – la tanto sbandierata “lotta allo spopolamento”, altra frase fatta e iper-abusata, che si ritorcerebbe contro, in pratica.

[Sopra, una veduta delle attuali piste da sci di Colere e, qui, un’immagine satellitare delle stesse, che per giunta si sviluppano su terreni carsici estremamente vulnerabili. Il danno ambientale e paesaggistico è evidente ed è già stato accertato.]
Come possono, quei sindaci, sottomettersi a una visione così miope, consumistica e potenzialmente devastante dei loro territori? Come fanno a non capire che il futuro delle montagne come quelle bergamasche va in un’altra direzione ovvero –  repetita iuvantin uno sviluppo articolato, organico e di lungo periodo di tutte le economie locali a supporto innanzi tutto dei servizi di base e dei beni ecosistemici necessari alle comunità locali? Uno sviluppo nel quale ci sia anche il turismo, certo, ma non nei modi tanto impattanti quanto monoculturali come quello proposto dal comprensorio Colere-Lizzola (come d’altro canto ben delineato nel progetto sulla Valle di Scalve elaborato dal Centro Studi sul Territorio Lelio Pagani dell’Università di Bergamo: progetto ovviamente ignorato dalla politica locale)… perché non vogliono capire? Forse per insensibilità verso i loro territori, per incompetenze (ma non credo), per incapacità o mancanza di volontà nello sviluppare alternative più sensate e consone, per imposizione di soggetti terzi, per degrado politico? Mi piacerebbe molto saperlo.

[La Val Conchetta sul versante di Colere del Pizzo di Petto, dove si vorrebbero installare alcuni dei nuovi impianti di risalita con le relative piste da sci.]
La montagna è un territorio meraviglioso e delicato, ricco di criticità ma pure di infinite potenzialità e la cui complessità ha bisogno di soluzioni e iniziative articolate e elaborate, non di risposte troppo facili e per nulla ponderate funzionali solo ai tornaconti di alcuni ma sempre inevitabilmente dannose per i territori. “L’occasione da non perdere” di Colere-Lizzola rischia di far perdere qualsiasi speranza di futuro alle montagne locali e alle comunità che le abitano. Sarebbe il caso di evitarlo, un pericolo del genere.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato alla questione “Colere-Lizzola”.