Il report sullo sci dell’ANEF e il “fantasma” che lo infesta

[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]
Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.

Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.

Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».

Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.

È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.

Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.

Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?

«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).

Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?

Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.

[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]
Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.

Valbondione/Lizzola: 70 milioni di Euro per un comprensorio sciistico senza speranza VS un progetto turistico veramente innovativo e attrattivo

[Il Pizzo Coca, la vetta più alta delle Alpi Orobie. Immagine di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
«Senza lo sci la montagna muore!» Quante volte si legge uno slogan come questo, ed altri di simile tenore, nelle notizie che danno conto di progetti di infrastrutturazione sciistica delle nostre montagne?

Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ma poi è veramente quello che serve, al territorio di Valbondione? L’ennesima riproposizione del modello monoculturale sciistico, basato su schemi ormai obsoleti, al posto di un nuovo progetto di sviluppo turistico realmente sostenibile e adeguato al luogo, strutturato nel tempo in base a modelli al passo con i tempi e la realtà in divenire. Questa in poche parole è la situazione, in alta Val Seriana.

[Panorama di Valbondione; sul monte a sinistra si vedono i tracciati delle piste da sci di Lizzola. Immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/.]
Già si sono levati gli strali dei sostenitori del mega progetto sciistico (che si è già guadagnato la “Bandiera Nera” di Legambiente, poche settimane fa) contro chi vi si oppone: «Niente proposte, solo critiche!», hanno asserito, nel solco dello slogan citato all’inizio di questo articolo e di una sottomissione pressoché totale al modello monoculturale sciistico, nonostante la realtà in divenire. Ovviamente non è vero che non vi siano proposte alternative, semmai non c’è la volontà di considerarle e recepirle; d’altro canto bastano pochi secondi di ricerca sul web per trovare decine di progetti di sviluppo turistico non sciistico – o post sciistico – che stanno ottenendo risultati eccellenti, anche più di quelli che prima ottenevano impianti e piste.

Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.

I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.

In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.

[Lungo il sentiero per il Rifugio Antonio Curò, con Valbondione sullo sfondo. Immagine tratta da www.indieroad.it.]
I Villaggi degli alpinisti si impegnano consapevolmente nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi. La filosofia del progetto comprende le seguenti aree, su cui si basano anche i rigorosi criteri di selezione delle comunità: filosofia del turismo, carattere dei villaggi e fascino alpino, agricoltura di montagna e silvicoltura, tutela della natura e del paesaggio, mobilità / trasporti ecocompatibili, comunicazione e scambio di informazioni.

In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.

[La conca del Lago Barbellino, una delle zone in quota più spettacolari delle Alpi lombarde.]
Vorranno gli amministratori locali considerare una proposta del genere o altre di simile sostanza, oppure decideranno di incatenarsi ai destini già ora pressoché segnati di un ennesimo sviluppo turistico sciistico spendendo le ingenti cifre di denaro pubblico prospettate?
Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

Dal Ministero del Turismo 148 milioni di Euro per gli impianti di sci, solo 4 per il turismo sostenibile. Va bene così?

148 (centoquarantotto) milioni di euro destinati al fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale; quattro (4) milioni di euro per la promozione dell’ecoturismo e del turismo sostenibile che mirino a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali. Entrambi i fondi arrivano dal Ministero del Turismo e sono destinati alle imprese: decreti e graduatorie sono stati pubblicati sul sito del Dicastero citato.

Destinati alle imprese, già, quelle che per proprio statuto fanno lucro in montagna non di rado – purtroppo bisogna denotarlo – senza troppo badare al territorio e al paesaggio sfruttati per i propri interessi. Non vengono destinati alle comunità residenti, ai montanari, ai loro bisogni, ai servizi di base, alle necessità legate alla vita quotidiana, a scuole, trasporti pubblici, sanità, assistenza sociale,  centri socioculturali… tutte cose che, evidentemente, vengono viste con parecchio disprezzo dalle parti del Ministero, altrimenti non si spiegherebbero i 144 milioni di differenza tra i due stanziamenti. Da una parte la torta straboccante di golosità, dall’altra soltanto le briciole.

Inevitabilmente anche l’UNCEM, Unione Nazionali Comuni Comunità Enti Montani, denuncia tale assurda situazione attraverso le parole del Presidente Marco Bussone (prese dall’articolo di “Ossola News” che vedete lì sopra, nel quale le potete leggere nella loro interezza):

I fondi potevano essere distribuiti diversamente, guardando alla vera sostenibilità, alle green communities, e non solo ai 300 paesi alpini e appenninici con impianti di risalita, importantissimi, ma non da soli, in un sistema. I finanziamenti del Ministero del Turismo, ribadiamo con forza, vanno investiti coinvolgendo insieme con le imprese – come Uncem aveva chiesto, inascoltata senza motivo, in alcuni tavoli tecnici ministeriali – direttamente gli Enti locali, Comuni, Unioni montane, Comunità montane. Potevano essere loro i beneficiari, per fare progetti integrati pubblico-privati, per le comunità locali. Invece le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese. Molti fondi per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato.

Anche su “Il Fatto Quotidiano” Alberto Marzocchi, giornalista nonché maestro di sci, dunque assai competente sulla materia, ha pubblicato un illuminante articolo nel quale elenca, con nomi e somme, tutti gli stanziamenti a livello nazionale per le stazioni sciistiche, accentuando il parossismo della “nevicata” di soldi pubblici elargita dal Ministero, sovente a comprensori che da numerose stagioni lavorando in perdita e presentano bilanci da tribunale fallimentare. Una vera e propria «politica dell’accanimento terapeutico», come inevitabilmente la definisce Marzocchi.

Be’, a me pare ormai palese che, in tema di politica contemporanea e gestione dei territori montani e rurali, abbiamo a che fare con un sistema distorto, malato, pericoloso, insostenibile sotto ogni punto di vista, per nulla vantaggioso ma distruttivo per le montagne e per le loro comunità. Un sistema che va cambiato più rapidamente possibile, altrimenti il rischio sarà di degradare in maniera irreversibile un patrimonio inestimabile di storia, cultura, economia, bellezza, paesaggio, Natura che è di tutti noi e chiunque ha il diritto di godere e il dovere di tutelare. Anche contro certe figure politiche così strafottenti verso di esso e, appunto, verso di noi tutti.

La montagna ha bisogno di una politica olistica

[Veduta di Scanno, provincia di dell’Aquila. Foto di claude_star da Pixabay.]
Per gestire al meglio – politicamente, e non solo – i territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, la visione alla base della loro gestione deve essere necessariamente olistica, al fine che il risultato finale sia più della somma delle parti di cui è composto, che è poi la definizione di “olismo”.

In parole più semplici, facendo un esempio concreto: se si realizza qualcosa nell’ambito turistico, ciò dovrà comportare ricadute positive anche per il territorio nel quale si realizza, per la comunità che lo abita, per la socialità diffusa, la cultura, eccetera. Idem, se si interviene con qualsiasi opera sul territorio, questa dovrà saper apportare vantaggi alla comunità residente ma pure attrattiva potenziale per il turismo, contribuendo alla cultura locale, alle reti sociali territoriali e così via.

Non è difficile come sembra, anzi: nella maggior parte dei casi basta che ciò che si fa sia ben pensato, ben realizzato e basato sul più ordinario buon senso. In questo caso il risultato finale sarà più della somma delle parti di cui è composto proprio perché apporterà vantaggi diffusi a tutte le parti, che ne potranno fare tesoro per svilupparli nello stesso modo olistico.

Invece oggi, spesso, sembra che la politica locale agisca in base a una visione sostanzialmente individualistica e riduzionistica, funzionale unicamente a se stessa e focalizzata su un unico punto, con tutto il resto d’intorno che viceversa è come se non avesse importanza. Se ad esempio si realizza un’infrastruttura turistica mirando a ricavarci più tornaconti specifici possibile senza considerare le sue ricadute su ogni altro elemento che compone la realtà territoriale locale, quell’infrastruttura farà forse guadagnare qualcuno ma inesorabilmente finirà per causare problemi al luogo e a tutti gli altri che lo abitano: ciò proprio perché si rivelerà pensata senza una visione omnicomprensiva e pienamente contestuale al luogo e alla sua realtà ma, probabilmente, dando più peso a certi aspetti – e conseguenti fini – trascurando gli altri.

È un po’ come cucinare un piatto la cui bontà sia apprezzata e metta d’accordo tutti: bisogna saper bilanciare tutti gli ingredienti necessari nelle loro giuste dosi equilibrandone i sapori affinché ciascuno collabori al buon risultato finale. Se tra quegli ingredienti vi fosse – ad esempio – il peperoncino e chi cucina il piatto esageri la dose perché a lui piace un sacco oppure perché glielo chieda uno dei commensali, il piatto finale sarà conseguentemente gradito solo a lui scontentando tutti gli altri. I quali, se la cosa dovesse reiterarsi, ci penseranno bene dal tornare a mangiare i piatti di quel “cuoco” andandosene altrove.

Ecco, in fondo è lo stesso motivo per il quale certi progetti imposti dalla politica ai territori montani presentati come “un antidoto” allo spopolamento e un “supporto” all’economia locale, invece di attenuarli o risolverli finiscono per aggravare tali aspetti. Manca la visione olistica, non c’è alcuna crescita e tanto meno reale valorizzazione del capitale territoriale, che è poi il patrimonio collettivo fondamentale che permette alle persone di vivere pienamente il territorio ovvero di sviluppare in esse la consapevolezza del poterlo abitare vantaggiosamente e, di contro, di fare dello stesso abitare una pratica di sviluppo virtuoso del territorio a vantaggio di chiunque, anche del visitatore occasionale – turista o meno. Una condizione olistica, appunto.

Purtroppo, la sensazione vivida è spesso che le politiche di gestione territoriale messe in atto dagli enti pubblici locali il solo “spopolamento” che vogliano contrastare è quello del consenso – materiale e immateriale – verso la loro parte, mentre di quello demografico e di tutto quanto ne sia conseguenza (non di rado drammatica per territori fragili come quelli montani) a quelli poco o nulla interessa: come fosse un mero effetto collaterale esterno al sistema sul quale campano, da non considerare e amen.