Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.

Il Mediterraneo, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi (anche di montagna!)

Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro e quindi di città, dalle più modeste alle medie, che si tengono per mano. È mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un crocevia. Da millenni tutto è complicato in questo mare, scompigliando e annullando la sua storia.

Sono parole di Fernand Braudel, storico francese tra i più importanti del Novecento, tratte da Mediterraneo. Storie / Incontri / Culture, bellissimo volume edito nel 2023 dal Touring Club Italiano che raccoglie articoli e saggi di vari studiosi, scienziati, scrittori, fotografi, illustratori, viaggiatori i quali, nella loro varietà di narrazioni e di contenuti, offrono un bellissimo affresco del Mare Nostrum e del rapporto che i paesi che lo racchiudono – l’Italia innanzi tutto – vi hanno sviluppato nei millenni fino a oggi e verso il futuro.

Un volume da leggere, se vi è possibile – essendo riservato ai soci del TCI, ma forse è recuperabile anche al di fuori del sodalizio.

Perché ne parlo su questo blog che fondamentalmente si occupa di paesaggi montani?

Be’, ci sono vari motivi: innanzi tutto perché di Mediterraneo ne ho scritto su un prestigioso volume, Hic Sunt Dracones, libro d’artista curato da Francesco Bertelé.

Inoltre perché il bacino del Mediterraneo in fondo è una vastissima regione montuosa, solo sottomarina dunque invisibile, che contiene montagne vaste e parecchio elevate come ad esempio il Marsili, il più esteso vulcano d’Europa, alto circa 3000 metri sul fondale marino e ancora attivo. Lo si vede bene anche da Google Maps quanto la morfologia del Mediterraneo sia variamente montuosa, in particolar modo nella zona corrispondente al Mar Tirreno (la freccia gialla indica proprio il massiccio del Marsili):

Infine perché, come già scrissi qui, il Mediterraneo è sì un mare ma piccolo rispetto ad altri ben più vasti, al punto che lo si potrebbe definire, in fondo senza eccessiva fantasia, un grandissimo “lago di montagna”: ciò perché buona parte delle sue sponde è costituita da rilievi montuosi le cui vette, spesso molto vicine alle coste, superano spesso i 2/3000 metri di altitudine, come si evince dall’immagine qui sotto sulla quale i rilievi sono indicati dalla linea rossa, mentre quella gialla evidenzia la posizione dei rilievi al di sotto dei 1000 metri di quota:

L’influenza della presenza del Mar Mediterraneo, d’altro canto, giunge forte e chiara anche sulle Alpi, non solo dal punto di vista climatico, per non parlare degli Appennini che a tutti gli effetti rappresentano una grande catena montuosa interna al bacino. È un mare in mezzo alle montagne tanto quanto una regione montuosa con un mare nel mezzo, insomma. Una relazione geografica e ambientale, nonché antropica e per ciò culturale, che non si può non considerare e apprezzare.

Una domanda semplice semplice sulle panchine giganti

[Una panchina normale in Val Fex, nel Canton Grigioni. Foto di ©Alessia Scaglia.]
Una domanda semplice semplice: perché in Svizzera, paese al centro delle Alpi e dunque ricco di innumerevoli paesaggi e angoli naturali spettacolari e «instagrammabili», come si dice ora, non c’è nemmeno una “panchina gigante” ma solo panchine come quella dell’immagine lì sopra (vedi mappa sottostante), mentre in Italia di “panchine giganti” ce ne sono 388 più altre 73 in costruzione, stando ai dati del sito relativo?

Qual è di preciso la patologia pandemica – perché di questo si tratta, ne sono certo – che, diffusasi in Italia e solo in Italia, permette la diffusione di questi oggetti turistici tanto insulsi e degradanti, nonché oggettivamente brutti, mentre nel resto del mondo – in tutto il resto del mondo, preciso bene – di “panchine giganti” ce ne sono solo 14?

Forse che c’entri il livello di cognizione e consapevolezza culturale diffusi riguardo il paesaggio?

Chiedo, sempre in tutta semplicità – e franchezza. Ecco.

«Un progetto impattante che sperpera risorse pubbliche». Il CAI Lombardia sulla questione Colere-Lizzola (e sugli altri “assalti” alle Alpi lombarde)

Il report “Neve Diversa” 2025, curato da Legambiente e presentato lo scorso 13 marzo a Milano, propone come caso emblematico in un capitolo significativamente intitolato “Quando la montagna non guarda oltre: brutti progetti e cattive idee” il paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, che da qualche tempo sta alimentando un vivacissimo dibattito in forza dell’enorme costo previsto (quasi 80 milioni di Euro, la gran parte pubblici) per un comprensorio piccolo, quasi interamente a quote inferiori ai 2000 metri, privo di capacità concorrenziale con altri e notevolmente impattante sul territorio coinvolto.

Al dibattito ha partecipato anche il Club Alpino Italiano di Bergamo con le proprie sezioni e sottosezioni, che hanno assunto con sollecita e ammirevole determinazione una presa di posizione sostanzialmente contraria ma aperta al dialogo sul tema delle alternative possibili per il territorio in questione e ben più consone del modello monoculturale sciistico proposto.

Da subito a fianco dei Cai bergamaschi si è posto il Gruppo Regionale del Cai Lombardia il quale, sotto la guida dell’attuale presidente Emilio Aldeghi, ha messo in atto una ben determinata attività a supporto di istanze per la salvaguardia di luoghi della montagna lombarda minacciati da progetti di turistificazione invernale e estiva particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale.

Di questi temi e dell’emblematico caso di Colere-Lizzola ne ho parlato proprio con il presidente Aldeghi per “L’AltraMontagna” (cliccate sull’immagine per leggere l’intervista):