Se alle nostre montagne viene a mancare la “colla” che le tiene insieme

[La grande frana caduta esattamente 6 anni fa, il 18 marzo 2019, sul Flüela Wisshorn (3085 m), nel Canton Grigioni in Svizzera, dovuta alla fusione del permafrost. Foto: Robert Kenner / SLF, tratta da qui.]
Su “Swissinfo.ch”, testata svizzera multilingue che spesso offre ottimi contributi sui temi legati alla realtà montana, non solo elvetica, si può leggere un recente e interessante articolo intitolato “Come il cambiamento climatico minaccia il delicato equilibrio del permafrost”, un aspetto delle conseguenze della crisi climatica ancora poco considerato eppure di importanza critica.

Il permafrost (contrazione dei termini inglesi perma(nent), “permanente”, e frost, “gelato”) è un terreno di varia natura, roccioso, ghiaioso o morenico generalmente misto a ghiaccio che rimane a una temperatura pari o inferiore a 0°. In certi casi il ghiaccio non è presente e il terreno può essere secco o contenere acqua allo stato liquido, ma comunque permane a temperatura inferiori allo zero.

Il permafrost è la “colla” nascosta che tiene insieme i territori ghiacciati del pianeta, compresi quelli delle Alpi e in misura ovviamente minore, degli Appennini. Se il permafrost fonde e perde coesione le montagne facilmente crollano, e il cambiamento climatico in corso sta riscaldando ovunque il permafrost: le temperature sempre più elevate anche in alta quota scongelano lo “strato attivo”, cioè la superficie del terreno in condizione di permafrost, a profondità proporzionalmente maggiori, aumentando così di anno in anno il rischio di cedimenti rovinosi dei versanti montuosi come quelli che ormai in tutte le recenti estati si registrano un po’ ovunque sulle Alpi, anche se per ora, fortunatamente, con episodi non così catastrofici. Ma, appunto, il rischio al riguardo è in costante aumento.

L’illustrazione sopra riprodotta, che traggo dall’articolo citato, mi pare del tutto illuminante su quanto ho appena rimarcato. In buona sostanza, se nel 1998 lo strato di permafrost subiva fenomeni di riscaldamento e dunque di fusione fino a 4,4 metri di profondità, nel 2022 si è arrivati a 12,8 metri, segno inequivocabile dell’aumento delle temperature e degli effetti nefasti della crisi climatica che lo origina.

«Ricercatori e ricercatrici avvertono che il riscaldamento osservato continuerà a penetrare a profondità maggiori nei prossimi decenni» si legge nell’articolo. È un altro grosso problema da dover inevitabilmente considerare, nel futuro prossimo delle montagne e della nostra presenza su di esse.

2025.03.08

Sembra che la miriade di coriandoli colorati sparsi oggi per le vie del paese durante il corteo di Carnevale siano volati tra i prati trasformandosi in fiori, che ora esplodono di una vitalità policromatica incredibile.

Sono grossi “coriandoli” gialli, soprattutto, diventati primule le quali compongono bouquet talmente belli che nemmeno il più bravo giardiniere saprebbe fare meglio.

Ne resto incantato, è un’esplosione di vigoria naturale che riverbera nell’animo una gioia palpabile. Una magia, per molti versi.

Certo, è qualcosa che accade ogni anno, è la “normalità”. Puntualmente a ogni primavera i prati si riempiono di fiori d’ogni genere e colore, e io altrettanto puntualmente ogni volta li osservo e mi dico caspita, che bellezza!

Di primo acchito, per ciò, penso che la mia meraviglia sia fin troppo ingenua e bambinesca. In fondo è la stessa, nella sostanza, che provavo da marmocchio nelle passeggiate pomeridiane con il nonno per boschi e campi, una delle attività che più mi ha legato alle montagne e alla natura.

Ma passa solo qualche attimo affinché mi risponda che per fortuna manifesto ancora una tale meraviglia bambinesca.

Credo che osservare il mondo con lo sguardo di un bambino, anche e soprattutto quando si è grandi, sia una manifestazione di sensibilità e vivacità intellettuale, non certo di ingenuità o di superficialità. È il primo atto con il quale percepire e comprendere la bellezza che abbiamo intorno, dunque anche per salvaguardarla.

Se perdessimo interesse verso di essa, se smarrissimo quello sguardo facilmente meravigliabile, se considerassimo “normali” fenomeni così belli pur nella loro semplicità, sarebbe un gran brutto segno. Per noi stessi, innanzi tutto, e subito dopo per il nostro mondo.

A diventare troppo adulti, da grandi, si finisce per adulterarsi.

Mi torna in mente ciò che raccontò al riguardo proprio un artista tra i più originali e creativi del Novecento, Mario Schifano, dunque uno abituato ad avere a che fare con la bellezza – dell’arte nel suo caso:

Forse per me l’infanzia non è mai finita, neppure ora che sono piuttosto avanti con gli anni. Non vorrei apparire presuntuoso ma per infanzia io intendo la possibilità di continuare a osservare il mondo con uno sguardo… magico.

[Mario Schifano, Fiori Vari, smalti e acrilici su tela, 1984.]

2025.03.03

[Foto di Evgeni Tcherkasski su Unsplash.]
Cielo terso, stasera, d’un indaco vibrante.
Stelle luccicanti, l’Orsa Maggiore dominante come non mai.
Temperatura piacevolmente fresca.
Silenzio.

Quiete assoluta.

Pace.

Già, “pace”.

Questi placidissimi momenti serali di contemplazione della Natura mi sembrano ancora più preziosi e necessari, di questi tempi.

Se penso alla realtà del nostro mondo, sempre più in preda al volere e al potere di figure ambigue, bieche, subdole, l’unica pace a cui penso e che mi pare possibile è solo questa, offerta dalla Natura.

La Natura che «resta sempre» quando non ci resta altro di buono, come scriveva Whitman, nella quale cercare sollievo dalle tante cose che nel mondo non vanno per il verso giusto, soprattutto non vanno verso quella “pace” che tanti invocano ma, forse, nella quale pochi credono.

O nessuno, seriamente.

D’altro canto, a leggere la storia, ci si rende conto che questo nostro mondo, gli stati cui facciamo parte, le nostre società e, per diversi aspetti, i meccanismi che le regolano, sono nati e si sono evoluti nei secoli in gran parte grazie alle guerre. E come possiamo pensare veramente di costruire la “pace” se siamo stati forgiati dalle guerre e dai loro effetti?

Siamo come il bambino che in tenera età già parla con un linguaggio scurrile perché lo usano a casa i suoi genitori: sarà ben difficile fargli capire che non deve parlare in tal modo se il suo modello è quello, dunque se è ciò che in base al proprio giudizio “naturale” ritiene corretto.

Ma è una “natura” distorta, la sua.

Come spesso è distorta la natura che la nostra civiltà manifesta, la cosiddetta natura umana.

Un ossimoro, a pensarci bene.

Forse è proprio questo il motivo per il quale la percepiamo e apprezziamo così facilmente nel mondo naturale, la pace.

Perché non l’abbiamo dentro di noi e dunque la agogniamo lì, senza sapere come raggiungerla. O senza averne la capacità, noi figli “naturali” e ostaggi congeniti della nostra stessa bellicosa storia.

Pace (s.f.). Nel diritto internazionale, si definisce così un periodo di inganni reciproci compreso fra due fasi di combattimento aperto.

[Ambrose Bierce, Dizionario del Diavolo, 1a ed. 1911.]

 

Martedì 4 marzo a Bergamo, per discutere di un futuro senza (r)impianti per le nostre montagne

Martedì prossimo 4 marzo, a Bergamo, si tornerà a discutere intorno al contestato progetto di collegamento sciistico tra i comprensori di Colere (Val di Scalve) e Lizzola (Valle Seriana) e delle conseguenze che si potrebbero generare dalla sua realizzazione in un territorio che presenta varie criticità, in parte tipiche della montagna italiana e per altri versi specifiche di tale porzione delle Prealpi orobiche, peraltro ricca di grande bellezza naturale e innumerevoli potenzialità turistiche e non solo. Un progetto che, per quanto propone e per il peso finanziario che prevede, in gran parte supportato da soldi pubblici, è rapidamente assurto agli onori delle cronache nazionali come caso emblematico intorno alla questione dell’industria sciistica e del suo modello turistico monoculturale nella complessa realtà attuale delle nostre montagne.

Il tutto mentre la petizione aperta dal Collettivo “TerreAlt(r)e” su Change.org ha superato le 26mila firme e veleggia rapidamente verso le 30mila, segno inequivocabile di un sentimento diffuso contrario al progetto e alla proposta politica che vi sta alla base, evidentemente ritenuta sconveniente al territorio in questione e alla comunità che vi risiede, in aggiunta ai numerosi rilievi tecnico-scientifici che da tempo rimarcano le problematicità del progetto proposto.

Trovate le info sulla serata nella locandina lì sopra (se ci cliccate sopra la potete scaricare in pdf) e, ovviamente, l’invito a parteciparvi è caloroso, non fosse altro perché si avrà l’occasione di dibattere su uno degli angoli più belli e preziosi delle Alpi lombarde e sulle sue future, emblematiche sorti.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che negli ultimi mesi ho dedicato alla questione Colere-Lizzola.