Il paesaggio è un palcoscenico teatrale

[Immagine del Passo del Tonale tratta dalla pagina Facebook “Teneri Ecomostri“.]

L’immagine del paesaggio è cartina al tornasole per conoscere il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e opera, ponendo in luce le relazioni tra le forze di natura e quelle della cultura. Attraverso il paesaggio l’uomo propone comunque una rappresentazione di sé, contenuta nell’interfaccia costituita dalla fisionomia del territorio e del suo carico di significati: «Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e facendosi al tempo stesso attore e spettatore. Questo nel senso greco di théatron, derivato da thásasthai = contemplare, guardare da spettatore».

[Massimo Centini, I segni delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2014, pag.183.]

Quello che asserisce Centini, citando nella seconda parte del brano Eugenio Turri, è interessante anche nell’interpretazione contestuale al rapporto con il paesaggio che viene imposto da molto del turismo contemporaneo, ove il paesaggio che è teatro evolve nel diventare vero e proprio palcoscenico di una “messinscena” nella quale allo spettatore-turista viene chiesto di recitare non solo una propria parte ma un copione sul quale c’è scritto tutto – tutto ciò che è funzionale a chi governa sul palcoscenico e che pretende di imporre la propria regia nonostante nulla o quasi sappia dell’arte teatrale. In questo modo il teatro diventa “teatrino”, lo spettacolo si tramuta in parodia, si genera la finzione e tutto viene banalizzato a livello di farsa di quart’ordine. Però sai le risate degli spettatori tramutati in attori, eh? O, per meglio dire, tramutati in ridanciane marionette, ecco.

Notare molte cose del paesaggio ma vederne poche

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

Già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel “turista”, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale, senza che si crei un’autentica relazione (reciproca) con i luoghi visitati e i loro paesaggi. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludico-consumistica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile sia al visitatore e sia al luogo visitato (salvo qualche fugace e illusorio tornaconto per il commercio locale).

La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.

Il comune di Bormio ha per il momento sospeso l’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che per collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili future cementificazioni immobiliari – ne ho parlato in questo post di qualche giorno fa, quando lo stesso comune aveva negato il consenso al referendum sulla questione nonostante le migliaia di firme raccolte al riguardo.

Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.

Riporto di seguito le considerazioni dell’amico Angelo Costanzo, che da tempo segue la vicenda al fianco del Comitato “Bormini per l’Alute” e conosce bene lo stato effettivo delle cose, in superficie e dietro le quinte:

«Avevo invitato, attraverso un post, il Sindaco di Bormio, l’Assessore Regionale Sertori e Regione Lombardia a fermarsi per riconsiderare l’opportunità della realizzazione della tangenzialina nella piana dell’Alute. Il momentaneo stop, alla realizzazione dell’opera annunciato dal Sindaco di Bormio, è una buona notizia, ma non definitiva. Detto questo, non si può che rimanere stupiti da quanto emerge dalla stampa rispetto all’incontro istituzionale svoltosi martedì 8 agosto a Bormio: “Iter procedurale ancora lungo che aumenta il rischio di ritrovarsi con un cantiere aperto durante le olimpiadi” – “In questo momento dobbiamo concentrarsi su opere quali la Ski arena, il parcheggio di Porta con passerella e rotatoria, l’area sportiva al Pentagono e quelle sulla pista Stelvio che richiedono tutto l’impegno, nostro di amministratori e degli uffici comunali, per rispettare i tempi e farci trovare pronti per le Olimpiadi….” – “Prendiamo atto della grande responsabilità nei confronti dell’evento olimpico, quindi per il momento ci fermiamo, ravvisando l’esigenza di dare priorità alle altre opere”. Ma con quanta approssimazione si prendono decisioni importanti e divisive della popolazione. Un’opera che costa sette milioni di euro e che era considerata collaterale, ma fondamentale per le Olimpiadi. Ma prima questi problemi che emergono ora in una riunione a poche ore dalla manifestazione e che si terrà in difesa della piana dell’Alute, non sono si potevano valutare. Per il momento ci fermiamo?  Effetto annuncio ma nessun atto concreto. Le procedure degli espropri dei terreni stanno andando avanti! Sostanzialmente si prende tempo, sperando che il dissenso rispetto alla realizzazione dell’opera si stemperi e si demanda in un futuro momento l’avvio dei lavori. Se invece è il modo, per il Sindaco,  per cadere in piedi rispetto al forte dissenso che, grazie al comitato locale è emerso, va bene. Ma deve essere uno stop definitivo. Se è una furbata per prendere tempo no! Se il Sindaco di Bormio Silvia Cavazzi, l’Assessore Regionale Massimo Sertori e Regione Lombardia che finanzia l’opera hanno cambiato idea ne sono felice. Nella pubblica amministrazione contano gli atti, non le dichiarazioni stampa. Ci sono atti istituzionali di Regione Lombardia, della conferenze di servizi, delibere del Consiglio comunale di Bormio che ritenevano fondamentale costruire la tangenzialina. Si revochino quegli atti e si metta definitivamente una pietra tombale rispetto ad un’opera divisiva che devasterebbe un patrimonio ambientale, paesaggistico e storico della Magnifica Terra.»

Quale sarà dunque la sorte di Bormio? Diventerà l’ennesimo modello di sfruttamento insensato e di cementificazione della montagna a favore del turismo di massa e a danno degli abitanti del suo territorio? Oppure, almeno per tale questione, saprà salvarsi e magari prendervi spunto per sviluppare una visione ben più equilibrata e proficua per il proprio futuro?

Un’opera che farà di Bormio un posto piuttosto sgradevole

(A Bormio) un referendum abrogativo poteva decidere le sorti di un’opera pubblica fortemente divisiva tra la popolazione bormina e non solo. Il paesaggio della piana dell’Alute, quello che vediamo quando usciamo dall’ultima galleria della Statale 38, che ammiriamo dalla cima di Monte Scale, non è un patrimonio ambientale esclusiva disponibilità dei bormini, ma dell’intero arco alpino. L’Alute è il migliore biglietto da visita di un territorio che fa del turismo il motore della propria economia. La realizzazione della tangenzialina investe le coscienze di chi ha a cuore la salvaguardia dell’ambiente. Quell’opera è un simbolo negativo di come si intende valorizzare un territorio. Un modello turistico vecchio, superato, di un’equazione, più strade meno traffico. Una scelta in contraddizione ad un turismo sostenibile che fa del patrimonio ambientale, paesaggistico un valore fondante nella scelta delle località in cui trascorrere le vacanze. Una scelta che non tiene in considerazione, i cambiamenti climatici, la crisi nei prossimi decenni dello sci, come core business turistico di Bormio. Con questa tendenza dell’innalzamento delle temperature, nemmeno la neve artificiale reggerà ai cambiamenti climatici. Gli esperti parlano con maggiore frequenza della crisi del modello della neve. Allora che senso ha una infrastruttura che viene realizzata proprio in funzione di un evento olimpico invernale? Il fascino della conca di Bormio, dell’Alute è un simbolo di come l’agricoltura di montagna nei secoli ha plasmato e conservato un territorio facendolo diventare un paesaggio che contribuisce al valore turistico della magnifica terra. Credo che nel Consiglio comunale si sia scritta una pagina triste della partecipazione democratica.

Questo è un brano tratto da un lungo articolo di Angelo Costanzo che dà conto del rifiuto opposto dal Consiglio Comunale di Bormio alla richiesta di un referendum popolare per decidere la realizzazione o meno della cosiddetta tangenzialina dell’Alute, una delle opere apparentemente secondarie nel piano delle infrastrutture per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma nell’idea che la sostiene tra le più inutili, deprecabili e impattanti, per come il nuovo stradone sostanzialmente distruggerebbe la piana dell’Alute, ultima area a vocazione agricola della conca di Bormio, storicamente e tradizionalmente vocata a ciò nonché – come scrive Costanzo – meraviglioso biglietto da visita paesaggistico per chi giunga a Bormio dalla Valtellina e da Milano. Una strada che si vuole imporre come opera al servizio del turismo sciistico (e già solo per questo insensata perché inutile) ma che in realtà puzza lontano chilometri di prossime conseguenti lottizzazioni immobiliari ovvero consumo di suolo e cementificazioni, che degraderebbero non solo la zona ma, per quanto sopra detto, cancellerebbero la stessa identità culturale della conca bormina asservita definitivamente alle più bieche logiche politiche, commerciali e finanziarie nascoste dietro il paravento olimpico. Probabilmente anche per questo il Consiglio Comunale di Bormio ha negato il diritto referendario agli abitanti sulla questione: per la palese ipocrisia del progetto e l’evidente paura di un possibile diniego popolare alla tangenzialina, o forse perché, pur essendo del posto, i consiglieri favorevoli all’opera concepiscono la montagna come un luogo da cementificare, asfaltare e rendere il più possibile vendibile ai migliori offerenti, che siano turisti danarosi, immobiliaristi, imprenditori, faccendieri o altre figure del tutto aliene alla dimensione della montagna, pur di ricavarci qualche buon tornaconto. Alla faccia delle montagne sulle quali abitano, dei loro concittadini e della bellezza assoluta del paesaggio locale.

Potete leggere l’articolo di Angelo Costanzo nella sua interezza cliccando qui (ma la trovate anche pubblicata e commentata su “Il Dolomiti”) e lo ringrazio di cuore per aver citato nel testo alcune mie considerazioni in tema di salvaguardia del paesaggio. Invece per saperne di più sulla famigerata nuova opera bormina potete visitare il sito web del Comitato “Bormini per l’Alute” qui.

N.B.: quest’anno la tangenzialina dell’Alute ha fatto anche “guadagnare” a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente «Per la decisione di portare avanti progetti vecchi che prevedono investimenti importanti sulla viabilità della Valtellina, in assenza di un vero piano della mobilità regionale, solo in vista dei cospicui finanziamenti previsti per l’imminente appuntamento olimpico» – questa la motivazione. Per saperne di più cliccate qui.

Di amministratori giostrai e di turisti arlecchini, in montagna

Agli occhi delle amministrazioni alpine, il turista è afflitto da una sostanziale cecità che gli impedisce di emozionarsi osservando, di sentirsi appagato grazie alla contemplazione. Il turista, animale da parco giochi, rifiuta qualsiasi iniziativa esterna alle traiettorie ludiche. Al turista non interessano le specificità culturali, se non quando le trova sul piatto, nelle tovaglie a quadretti biancorossi e nei rivestimenti degli edifici che devono essere rigorosamente in legno. Così gli si offre una cultura costruita a tavolino e mondata di tutte le impurità che potrebbero ferire la sua indole schizzinosa.
Il turista ha il portafogli gonfio, ma il cervello sottile. È un serbatoio di banconote da sfruttare fino all’ultima goccia; fino all’ultimo centesimo. Attorno a questa convinzione le aree di maggior richiamo si stanno rapidamente trasformando, spesso in modo irrimediabile.
Popolo dei turisti ribellati, strappati di dosso l’abito arlecchinesco di cui, per anni, hai fatto sfoggio. Non sono necessarie azioni eclatanti, non serve alzare la voce: è tuttavia importante ricalibrare i propri comportamenti, prendendo le distanze da quelle iniziative che sciupano l’ambiente e chi lo abita.
Popolo degli amministratori svegliati, perché l’insensibilità non è mai stata il denominatore comune dei turisti e se continui così i flussi migreranno in quelle valli che hanno saputo pianificare l’offerta senza prostituirsi.

Questi sono alcuni brani di un ottimo (al solito) post di Pietro Lacasella pubblicato l’8 luglio scorso su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” e intitolato Popolo dei turisti: ribellati!, con i cui contenuti mi trovo assolutamente d’accordo: vi invito a leggerlo nella sua interezza (e meditarlo) cliccando qui.

Alle preziose considerazioni di Pietro vi affianco una mia riflessione, inevitabilmente amara. Anch’io propugno con forza la ribellione del popolo dei turisti dall’immagine macchiettistica e grottesca funzionale ai tornaconti di quegli amministratori che, per malizia o per incompetenza, perseguono “strategie” turistiche massificanti e degradanti: è una ribellione che peraltro vedo già in corso, perché sono sempre di più i frequentatori delle località turistiche, di montagna in primis, i quali si rendono conto che in quelle strategie turistiche e nelle Disneyland alpine a cui mirano, c’è qualcosa (o c’è tanto) che non quadra, che non va bene, quando già non scelgono consapevolmente di evitare certe località-luna park ove l’esperienza della frequentazione del paesaggio di montagna viene terribilmente svilita.

Molto meno credo nella possibile “sveglia” degli amministratori pubblici, invece: salvo pochi casi, mi sembra evidente che tanti di essi si ritrovano ad avere tra le mani le redini gestionali dei loro territori proprio in quanto essi stessi primi “orgogliosi” rappresentanti – mi verrebbe da dire primi “prodotti” – dell’incultura politica dalla quale scaturiscono le suddette strategie così degradanti e della miopia che non fa vedere loro come la realtà stia invece cambiando, per l’appunto, come le persone siano sempre meno interessate, meno attratte da certe fruizioni turistiche obiettivamente vacue, futili, stupide, alle quali invece gli amministratori in questione le vorrebbero costringere, cercando invece una relazione meno mediata e più autentica con la Natura e il paesaggio, anche in un contesto ricreativo e vacanziero.

Poi, certo, resta comunque una parte di massa turistica che invece l’abito arlecchinesco citato da Pietro Lacasella lo indossa orgogliosamente, purtroppo (anche se non sa nemmeno il perché):

Come notate qui sopra ne denuncia la sussistenza, di questi turisti mal-educati alla montagna (sarcasticamente definiti da qualcuno merenderos), la Valle Maira, territorio turistico ma non turistificato che dichiara apertamente, anche così, di puntare a una diversa frequentazione della valle, a un visitatore che sappia dove si trova, che conservi la curiosità di conoscere cosa ha intorno e capisca il valore autentico dei luoghi montani che sta visitando.

Nei confronti dei primi, invece, sinceramente non so nemmeno se convenga perdere troppo tempo e consumare altrettanto impegno per riabilitarli a una più consapevole frequentazione dei luoghi montani: ho seri dubbi che mai lo capiranno cosa sia veramente, la montagna. Coloro i quali non manifestino una determinata volontà di andare oltre la mera fruizione turistica arlecchinesca o disneylandesca, è bene che in un modo o nell’altro siano allontanati definitivamente, dai monti. Tanto troveranno di che ugualmente sollazzarsi in qualsiasi bel centro commerciale, outlet village o altro simile non luogo, ne sono certo.