C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Presena

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio Presena, ad esempio. Ecco com’era negli anni Settanta:

[Immagine tratta da retrofutur.org.]
Com’era nei primi anni Duemila:

Ecco com’è oggi:


(Qui potete vedere com’era e com’è il Ghiacciaio della Marmolada.)

N.B.: qualcuno, non qui ma altrove, ha osservato che l’immagine centrale che io avevo inizialmente riferito al 1980 sia invece degli anni Duemila e non sia estiva ma invernale. Probabilmente è vero, ma è bene sapere che per creare la comparazione fotografica ho utilizzato l’immagine in questione ricavandola da una sezione del sito pontedilegnotonale.com (dunque il sito della località in questione) con la dicitura che vedete nella riproduzione dell’immagine qui sotto, in basso a sinistra, la quale mi ha tratto in inganno – dunque chiedo scusa per questa mia svista. Anche a me pareva strano che fosse una foto così vetusta, ma come mettere in dubbio la dicitura di chi l’ha diffusa? Sul Presena ci ho sciato innumerevoli volte, le ultime suppergiù a cavallo del 2000 e fino ad allora il ghiacciaio, già in smagrimento, restava morfologicamente simile agli anni precedenti; in ogni caso il web è pieno di immagini del Presena e di quando vi si praticava sci estivo, da fine anni Sessanta fino ai primi anni Duemila, dunque verificare e comparare ulteriormente è attività assai facile.

Tuttavia, consentitemi di notare che, se la foto non è degli anni Ottanta ma dei Duemila, la questione è ancora più grave: in vent’anni, e non in quaranta, il ghiacciaio è sostanzialmente scomparso. Che poi la foto sia invernale e non estiva, poco conta: a parte il fatto che sui ghiacciai sovente c’è(ra) più neve a inizio estate che in pieno inverno, la differenza di morfologia del ghiacciaio è comunque definita e evidente a prescindere dalla neve che lo copre e la perdita di massa, spessore, estensione del corpo glaciale è a dir poco spaventosa, al di là di ogni altro dettaglio.

Lo “sci del futuro”, fermo al 1970

[Veduta aerea del Passo del Tonale. Foto di Adam Rubáček, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Sembra di avere a che fare con dei racconti ucronici, quando si leggono le notizie di stampa sugli investimenti continui (di soldi per gran parte pubblici, è sempre bene rimarcarlo) nei comprensori sciistici, che in certe zone si stanno facendo particolarmente incessanti – in Lombardia, ad esempio: perché ci saranno le Olimpiadi invernali nel 2026? No, semmai perché ci saranno le elezioni regionali, tra meno di un anno!

Tuttavia, bieche convenienze politico-elettorali a parte (che comunque da queste parti contano sempre, purtroppo), sembra veramente di leggere dei testi di narrativa fantastica che raccontano una storia alternativa e surreale, come dicevo:

(Cliccate sulle due immagini per leggere gli articoli in originale.)

I promotori di quei progetti, che sovente già in partenza non possono essere considerati realistici – quello su Montecampione, ad esempio, dove si vuole rilanciare un comprensorio sciistico posto quasi totalmente a meno di 1800 m di quota cioè in una zona altimetrica nella quale già oggi e ancor più nei prossimi anni non ci saranno più le condizioni climatiche per il mantenimento della neve al suolo, naturale o artificiale che sia – ne sostengono la realizzazione, tra molte belle definizioni lessicali (“strategia di sviluppo”, “sostenibilità”, “destagionalizzazione”, “combattere lo spopolamento”, eccetera) assicurando che garantiranno un futuro alle montagne. È invece palese come tutti questi progetti abbiano lo sguardo rivolto al passato, come se volessero continuamente e ostinatamente riproporre una realtà che non esiste più perché quella vera è ormai diretta altrove, in una diversa dimensione climatica, economica, culturale che apre a nuove e diverse potenzialità nel contempo rendendo quei progetti totalmente fuori dal tempo e da ogni logica. Chi li propone è fermo agli anni Settanta del secolo scorso, all’epoca dello “ski total”, dei grandi “comprensori integrati, a un periodo nel quale il clima era ben diverso rispetto a quello attuale e futuro, quando si pensava che lo sci, e solo lo sci, avrebbe fatto tramontare ogni altra attività di montagna e reso eternamente benestanti i montanari. Invece è successo quasi sempre il contrario – proprio Montecampione ne è un esempio lampante – con danni notevoli per quelle montagne soggiogate alla monocultura dello sci su pista e per questo degradate, impoverite, rovinate.

Così, appunto, mentre il mondo della montagna va da un’altra parte, verso una nuova realtà più o meno difficile ma riguardo la quale è fondamentale strutturare la più articolata resilienza – anche perché, ribadisco, di cose nuove o diverse da poter fare a vantaggio dei territori di montagna ve ne sono a iosa – i personaggi suddetti continuano a vivere e a vedere il mondo come cinquanta o sessant’anni fa, imponendogli progetti non solo irrealistici ma pure ipocriti. Citando ancora l’esempio di Montecampione: come si può parlare di «sviluppo strategico, integrato e sostenibile», di «destagionalizzazione delle presenze turistiche e contrasto allo spopolamento delle aree montane», di «offerta turistica variegata e di qualità» se poi sostanzialmente si investe sempre e solo sullo sci? Cosa si sviluppa, cosa si destagionalizza, come si sostiene concretamente la popolazione delle montagne? Dove sono gli investimenti nel sociale, nelle economie circolari così importanti su base locale, nei servizi alle persone, agli abitanti, nella salvaguardia del territorio e del paesaggio? Niente o quasi: solo sci, sci, sci, sci e poi sci e ancora sci. A quote dove lo sci sparirà presto, ripeto.

Una vera e propria ucronia, di quelle più inquietanti: la riproposizione continua di un passato che non esiste più, che si vuole imporre al presente la cui realtà effettiva è ormai altrove, col risultato di creare un futuro, per le montagne, senza alcuna speranza.

Fare cose belle e buone, in montagna. A Vione (Valle Camonica), ad esempio

Vione è un comune montano dell’alta Valle Camonica, fra i più interessanti centri camuni di origine medioevale – ma con presenza di vestigia ancora più antiche, dell’epoca longobarda -, in grado di offrire scorci pittoreschi in un contesto ambientale assai prezioso. In particolare, Vione e le sue frazioni dispongono di un’architettura rustica che per le sue caratteristiche e per il contesto si può dire “colta”: sono archi e finestre di fine fattura, strutture lignee, forme di edifici secondo volumetrie regolari, peculiarità architettonica pressoché unica nell’intera vallata.

[Panorama di Vione con di fronte la Val d’Avio, porta d’accesso camuna al massiccio dell’Adamello.]
Anche Vione, come molte altre località alpine, è attualmente in decrescita demografica e sociale (oggi ha 621 abitanti, meno della metà rispetto agli anni sessanta del Novecento); ciò nonostante la significativa presenza di edifici del passato è in grado non solo di comunicare l’identità storica del luogo ma anche di indicare una potenziale via di rinascita urbana, sociale e economica per gli anni futuri.

In questo senso, un protocollo di intesa stipulato tra la Comunità Montana, il Comune di Vione e l’Associazione ARCA – Architetti Camuni, ha inteso fare di Vione un Laboratorio permanente di spazi abitati montani in trasformazione, così da sviluppare in forma sperimentale iniziative ed interventi con la finalità di guidare le trasformazioni del paese e garantirne un percorso di sviluppo originale ed equilibrato, rappresentando in questo modo anche le possibilità per tornare a vivere e restare in montagna.

[Foto tratte da www.pontedilegnotonale.com, di Luca Giarelli e di Demetrio Gregorini, CC BY-SA 3.0.]

I promotori del Laboratorio Permanente, consapevoli che una logica di sola passiva conservazione del luogo porti al definitivo spopolamento e che, all’opposto, una superficiale ristrutturazione generale guidata da logiche speculative conduca alla definitiva cancellazione dei valori culturali identitari della comunità, intendono aprire un campo di riflessione aperto ai contributi di esperti di vari settori per poter affrontare il periodo di cambiamento che ci attende sapendo cogliere al meglio le opportunità. In questo modo l’abitato di Vione viene interessato da immagini e idee che possono rappresentare un modello a cui guardare per indirizzare le trasformazioni dell’immediato futuro.

Uno dei primi passi concreti del Laboratorio è stata una mostra, Abitare in montagna si può (vedete qui accanto la locandina, cliccateci sopra per ingrandirla), diffusa e disseminata in spazi e pareti dell’abitato di Vione al fine di far riflettere sulle possibilità di salvaguardare il passato e inserire nuove funzioni negli edifici storici dei paesi di montagna. La mostra, curata da Giorgio Azzoni – direttore artistico di aperto_ art on the border, rassegna di arte contemporanea del Distretto Culturale – doveva durare un origine un mese, dal 28 dicembre 2021 al 30 gennaio 2022, ma il notevole interesse suscitato l’ha fatta prorogare fino al 30 aprile 2022, dimostrando la presenza in loco di una consona e proficua dimensione culturale relativamente ai fini perseguiti dal Laboratorio Permanente. Come detto, la mostra ha rappresentato il primo atto di un percorso di appuntamenti che prevede nel corso del tempo una serie di iniziative (incontri di presentazione di progetti ed esperienze di riqualificazione, dibattiti e laboratori – questo è il più recente appuntamento) attorno al tema della rigenerazione, che come visto a Vione assume una particolare valenza urbana.

Posto quanto sopra, uno degli obiettivi più importanti del Laboratorio, a breve termine, è la strutturazione di un nuovo percorso di riflessione e di confronto pubblico che dichiara già nel proprio titolo un programma di lavoro: “Scriviamo insieme la Carta di Vione”. Attraverso una serie di incontri con progettisti e operatori del settore si vuole avvio alla costruzione partecipata di un agile manuale operativo illustrato di buone pratiche di recupero del patrimonio edilizio esistente per l’insediamento di nuove funzioni, compatibili con la conservazione delle testimonianze storiche in piccoli paesi alpini, sulla falsariga di quanto fatto con successo altrove – a Ostana, ad esempio – ma in maniera ancora troppo poco diffusa e compresa, lungo l’arco alpino italiano. Dunque anche Vione, a suo modo, può rappresentare un’iniziativa tanto sperimentale quanto emblematica e esemplare in tema di sviluppo armonioso dei luoghi e degli spazi abitati montani, tanto più per la vicinanza, a pochi km, di altre località alle quali è stata invece imposta, quale unica e univoca forma di preteso “sviluppo” del luogo, la solita monocultura dello sci. D’altro canto, a confrontare le due differenti visioni – quella basilarmente culturale di Vione e quelle prettamente commerciale del vicino comprensorio sciistico – credo venga facile a chiunque capire quale possa avere le migliori prospettive future, sotto ogni punto di vista – ma sappiate che di piste e impianti in Valle Camonica disquisirò molto presto.

[Panorama di Vione e dell’alta Valle Camonica, con sullo sfondo il gruppo dell’Adamello-Presanella. Fonte: www.comune.vione.bs.it.]
Per saperne di più, sul Laboratorio Permanente di Vione, potete cliccare sull’immagine in testa al post o sui vari link distribuiti nel testo. Ma, ancor meglio, potete andare a visitare il luogo e constatare sul campo la bontà, la qualità e le potenzialità della strada intrapresa.

N.B.: grazie di cuore a Giovanna Zoboli per l’input fornitomi su Vione e le sue iniziative.

 

 

La messinscena del paesaggio

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Teneri Ecomostri“.]

L’immagine del paesaggio è cartina al tornasole per conoscere il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e opera, ponendo in luce le relazioni tra le forze di natura e quelle della cultura. Attraverso il paesaggio l’uomo propone comunque una rappresentazione di sé, contenuta nell’interfaccia costituita dalla fisionomia del territorio e del suo carico di significati: «Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e facendosi al tempo stesso attore e spettatore. Questo nel senso greco di théatron, derivato da thásasthai = contemplare, guardare da spettatore».

[Massimo Centini, I segni delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2014, pag.183.]

Quello che asserisce Centini, citando nella seconda parte del brano Eugenio Turri, è interessante anche nell’interpretazione contestuale al rapporto con il paesaggio che viene imposto da molto del turismo contemporaneo, ove il paesaggio che è teatro evolve nel diventare vero e proprio palcoscenico di una “messinscena” nella quale allo spettatore-turista viene chiesto di recitare non solo una propria parte ma un copione sul quale c’è scritto tutto – tutto ciò che è funzionale a chi governa sul palcoscenico e che pretende di imporre la propria regia nonostante nulla o quasi sappia dell’arte teatrale. In questo modo il teatro diventa “teatrino”, lo spettacolo si tramuta in parodia, si genera la finzione e tutto viene banalizzato a livello di farsa di quart’ordine. Però sai le risate degli spettatori tramutati in attori, eh? O, per meglio dire, tramutati in ridanciane marionette, ecco.