Eugenio Turri, “Antropologia del paesaggio” (Marsilio Editori)

Il “paesaggio” è diventato sempre di più, col tempo, l’elemento culturale fondamentale nello studio della relazione che l’uomo intrattiene con il mondo che vive e in cui abita o viaggia. Insieme all’altrettanto fondamentale concetto di “luogo”, definisce sia materialmente che immaterialmente la conoscenza e la considerazione che abbiamo per gli spazi che frequentiamo, per i territori che li formano e per gli ambienti che in essi si sviluppano – con questi tre altri elementi che rappresentano le basi sulle quali si possono determinare i due concetti “superiori” inizialmente citati.

Concettualmente e culturalmente fondamentale il paesaggio lo è diventato da quando l’evoluzione moderna e contemporanea della “geografia umana” – intendendo in questa definizione sia la scienza geografica per come si è sviluppata negli ultimi decenni, da semplice disciplina di studio e rappresentazione fisica della Terra a studio dell’interazione storica della civiltà umana con la superficie terrestre, e sia l’antropologia culturale e sociale, che a sua volta ha sempre più ampliato i propri campi di studio verso ambiti spaziali e temporali molteplici per i quali la relazione tra gli uomini e i luoghi è diventata sempre più importante – gli ha conferito la definizione scientifica diversa rispetto a quella abitualmente ancora usata da quasi tutti noi – in modo tutto sommato comprensibile e non certo condannabile, se appunto riferita al parlato quotidiano. Infatti, normalmente noi chiamiamo “paesaggio” quello che in realtà è la morfologia del territorio, la forma di esso con i vari elementi che la compongono: una valle alpina con boschi, prati verdi, montagne innevate, villaggi graziosi e magari un ameno laghetto blu lo definiamo “un bel paesaggio” e, ribadisco, va bene così. In verità, però, con tale definizione non stiamo identificando il paesaggio che stiamo osservando ma, come detto, il mero territorio, come se avessimo di fronte un quadro e ne stessimo rilevando la bellezza a noi più o meno gradita. Invece, per comprendere il valore artistico di quel quadro, dobbiamo andare oltre il gradimento estetico primario e considerarne lo stile e la tecnica, indagare i significati che l’autore ha voluto inserirvi e nel caso trasmettere al suo fruitore, cercare di capire il coinvolgimento emotivo e intellettuale che ci suscita e, tutto questo, attraverso le nostre sensibilità personali e il bagaglio di nozioni culturali (artistiche nello specifico, ma non solo) che possediamo. La stessa cosa accade con la definizione di “paesaggio” la quale non identifica la forma del territorio, e nemmeno esplicita semplicemente la sua bellezza e amenità, ma rappresenta la percezione complessiva e strutturata suscitata in noi, in quanto singoli individui, in base alle personali sensibilità e alla cultura che possediamo. Si può dire che il “paesaggio” è l’immagine culturale del territorio, al punto che, se in quella valle alpina prima citata ci fossero cento persone a osservarne il territorio, ci potrebbero essere cento diversi “paesaggi”. Ovvio che poi molta parte del bagaglio culturale personale è pure collettivo e condiviso, oltre che basato su quegli immaginari comuni generatisi col tempo che oggi definiscono in gran parte la “norma” di molti degli spazi abitati dall’uomo, dunque cento individui non fanno cento paesaggi ma, d’altro canto, non ne fanno nemmeno uno solo.

Tutto ciò per dire che il paesaggio, proprio in quanto immagine culturale di matrice individuale del mondo che abitiamo, è concetto profondamente antropologico anche più che geografico; d’altro canto, è proprio la disciplina geografica ad offrire la base culturale migliore per permetterci di definire un’antropologia specifica e dedicata alla comprensione più approfondita possibile del concetto di paesaggio, così importante, come detto, per capire il mondo in cui viviamo e capirci – come civiltà tanto quanto come creature viventi e senzienti – nel mondo vissuto.

Ecco perché Antropologia del paesaggio (Marsilio Editori, 2008, con prefazione di Franco Farinelli), libro edito in origine nel 1974 da Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani in assoluto nonché antropologo, accademico, scrittore, viaggiatore, figura fondamentale delle discipline tecnico-scientifiche legate al paesaggio, è un’opera ancora oggi necessaria per chiunque si dedichi – professionalmente o per passione – alle stesse tematiche, nonostante come detto l’evoluzione degli studi al riguardo siano continuati fino ai giorni nostri e continuino ancora. Tuttavia, lo sguardo veramente a trecentosessanta gradi sul tema che Turri offre nel volume, con il quale tocca ogni elemento che possa definire gli argomenti relativi con costante profusione di nozioni, analisi, osservazioni e rilievi (sovente legate a esempi concreti, derivanti dalla sua ampia esperienza di viaggiatore in territori “particolari” del pianeta – ancor più quando vi si recò lui – come quelli africani tra Sahara e savana o quelli desertici asiatici, ma non mancano contestualizzazioni geografiche europee se non legate alle sue terre d’origine veronesi, tra Monte Baldo e Lessinia) rappresenta il corpus culturale basilare dal quale poi poter ricavare qualsiasi ulteriore sviluppo tematico scientifico e umanistico, ovvero il bagaglio di conoscenze che qualsiasi progettista tecnico e culturale che lavori sul campo, e particolarmente in territori dotati di paesaggi peculiari, di notevole valore culturale e altrettanta necessità di salvaguardia, dovrebbe possedere per operare al meglio e con la più alta consapevolezza possibile. Ciò anche per come il volume, nella sua ultima parte, sviluppi in modo esaustivo e rigoroso proprio il tema dei segni umani nel paesaggio, il loro valore culturale, i loro effetti nello spazio e nel tempo, la necessità di saperli leggere nel contesto territoriale in cui si situano, di capirne o quanto meno intuirne la storia, la sostanza nel presente e la loro possibile evoluzione futura, magari nella forma di ulteriori riscritture antropiche come quelle che in numerosi paesaggi abitati da secoli formano il palinsesto ecostorico dei luoghi e delle genti che li abitano.

In tal senso, Antropologia del paesaggio è una lettura utilissima anche per il “semplice” viaggiatore che voglia possedere degli utili strumenti atti alla maggior comprensione culturale dei territori attraverso i quali viaggia, siano essi i monti sopra casa oppure terre lontane ed esotiche. D’altro canto, come scrisse Servio già nel IV secolo d.C., «nullus locus sine Genio», nessun luogo è senza un genio ovvero un Genius Loci, uno spirito peculiare e identificante il territorio e la sua ecostoria in relazione alle genti che lo hanno abitato. Ovunque ciò accada – e, appunto, accade quasi ovunque, Servio aveva ragione – è anche in forza di quella relazione umana con i luoghi e i relativi paesaggi: e lo spazio dove c’è tale relazione è senza dubbio un ambito antropologico. Per questo Antropologia del paesaggio è un testo così importante ancora oggi. Tralasciate certe allocuzioni un po’ troppo accademicamente pignole ovvero di natura più politica che culturale (ma apprezzate gli appunti “ecologisti” qui e là presenti nel testo, in certi casi quasi profetici del tempo presente) e, se siete studiosi, cultori, tecnici, appassionati del paesaggio e volete capirlo di più, leggetevi Turri con questa opera fondamentale o con le numerose altre più o meno sussidiarie ad essa che ha pubblicato. Ribadisco: è un libro che in fondo, al di là del suo notevolissimo spessore culturale, parla di tutti noi e di tutto il mondo che abitiamo e viviamo. Coltivare al meglio la relazione che ci lega a esso è garanzia di quasi certo buon futuro e di buona armonia nei confronti dell’ambiente naturale con il quale interagiamo: una cosa a sua volta sempre più fondamentale per l’intera civiltà umana e ogni suo singolo membro, inutile ormai rimarcarlo.