Fare cose (quasi) belle e buone in montagna: sulle Alpi Liguri, con l’Alta Via del Sale

L’Alta Via del Sale è una spettacolare strada bianca ex-militare, interamente sterrata, che collega le Alpi Piemontesi e Francesi al Mare Ligure; si snoda tra i 1800 e i 2100 metri di quota per circa 30 km lungo lo spartiacque alpino principale presso il confine italo-francese attraversando a mezzacosta valichi alpini, tornanti e passaggi arditi.

E’ probabilmente il tracciato più famoso dei 2000 km di strade militari realizzate tra il 1700 e gli anni Trenta del secolo scorso lungo le Alpi Occidentali, tra Liguria e Piemonte. Strade di alta quota che, assieme ad una serie imponente di opere difensive, costituiva il cosiddetto Vallo Alpino Occidentale, con percorsi che per lunghi tratti superano i 2000 metri di quota, praticabili quasi esclusivamente nel periodo estivo, attraverso altipiani selvaggi e praterie alpine, costeggiando montagne impervie e sovrastando imponenti balze rocciose.

Una volta venuta meno la funzione militare, questo patrimonio storico e culturale, è rimasto a lungo abbandonato e lasciato al degrado nonché ad una fruizione turistica del tutto priva di regole, diventando una sorta di far west motoristico privo di controlli per scorribande di fuoristrada, a due o quattro ruote, anche provenienti da paesi dove tali attività mai sarebbero state consentite. Negli ultimi anni, fortunatamente, questa rete stradale di alta quota è stata in parte recuperata e destinata ad una frequentazione più controllata. Uno dei tratti più famosi è appunto quello che prende il nome di Alta Via del Sale, il quale ovviamente ricorda il preponderante transito commerciale di sale marino dalla Liguria verso il Piemonte e le altre regione nordoccidentali italiane.

Come spiega qui Francesco Pastorelli, direttore di CIPRA Italia, la delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, «i primi tentativi di gestione controllata dell’Alta Via del Sale furono quelli attuati dal Parco del Marguareis per delimitare aree parcheggio da parte del nel tratto di sua competenza, accompagnati dalle difficoltà a far accettare ai comuni italiani e francesi la necessità di porre un freno alla frequentazione motorizzata di quel territorio, tanto affascinante quanto delicato. Col passare del tempo, tuttavia, il crescente sviluppo del cicloturismo ha fatto capire che non ci sono solo le moto da enduro ed i 4×4 e che quel percorso avrebbe potuto rivelarsi una carta vincente per il turismo della regione. Così da alcuni anni è in vigore una regolamentazione che prevede il pagamento di un pedaggio e soprattutto un numero chiuso (80 autoveicoli e 140 motoveicoli giornalieri) nonché due giornate alla settimana senza traffico motorizzato e con la strada lasciata a disposizione di escursionisti e ciclisti (questi secondi pagano un ticket di ingresso simbolico di 1 Euro, richiesto al fine di censire gli ingressi dei cicloturisti per meglio programmare la futura gestione del tracciato – n.d.L.) che hanno la possibilità di godere una straordinaria esperienza outdoor senza rumore, sollevamento di polvere e rischio di essere investiti.»

La via verso una riduzione dei rumori e dei gas di scarico lungo l’Alta Via del Sale è stata tracciata, ma senza dubbio va percorsa con sempre più decisione (da ciò viene il “quasi” del titolo di questo articolo). Non si può che concordare con Pastorelli quando afferma che «in futuro sarebbe auspicabile incrementare le giornate di chiusura ai mezzi motorizzati e far rispettare i limiti di velocità. Diminuendo le auto e le moto diminuirebbero gli incassi, indispensabili per la manutenzione della strada? Credo che le persone praticanti il cicloturismo, messe nelle condizioni di fruire luoghi di rara bellezza, sarebbero disposte a pagare un ticket di accesso, a patto di non dover condividere la strada con auto e moto ed essere costrette a mangiare la loro polvere. Anche i delicati ambienti naturali circostanti ne trarrebbero beneficio.»

Posto ciò, l’Alta Via del Sale può rappresentare un modello virtuoso di gestione di un’opera turistica in quota da meditare e imitare, vista la quantità lungo le Alpi di percorsi montani sovente fruiti dai mezzi motorizzati per mere ragioni ludico-ricreative pressoché senza controlli autentici, ma che di contro sono dotati di grandi potenzialità riguardo il turismo dolce e sostenibile: potenzialità poco o nulla sfruttate per colpa di quel traffico impattante e fastidioso oltre che decontestuale ai luoghi che ne sono soggetti. Ciò anche per incentivare i visitatori verso tali forme di turismo ben più sostenibili tanto quanto appaganti per chi ne gode, e molto più in grado di far conoscere e veicolare la bellezza dei territori e dei paesaggi frequentati nonché il loro valore culturale.

Per saperne di più sull’Alta Via del Sale, potete visitare il relativo sito web https://www.altaviadelsale.com/ita, dal quale ho tratto tutte le immagini che vedete in questo post.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

«Il posto migliore d’Europa per sciare»?

Premetto che non ho letto la notizia sul FT ma dal titolo che riporta Sky credo ci sia una sorta di narrazione inversa. Sul fatto che Bardonecchia possa diventare una delle migliori località per vivere e fare turismo in montagna ci possiamo lavorare, ma per sciare francamente senza neve al suolo la vedo durissima e questi giorni lo stanno ampiamente dimostrando. Questo, come altri titoli di cui leggo in questi giorni, non fanno bene alla montagna perché servono ad alimentare una visione nostalgica e ormai incompatibile con la realtà dei fatti. È evidente ormai che non si sta andando tutti nella stessa direzione e questo sta generando disorientamento all’interno delle comunità locali che invece avrebbero bisogno proprio di un indirizzo forte come richiede una transizione dal modello neve a modelli altri, complessi e integrati. Le soluzioni potrebbero esserci (ci sono casi che lo dimostrano ampiamente) ma bisogna voler perseguire la strada a tutti i livelli. Non si posso lasciare le comunità che sperimentano sole in questa direzione come se fossero “eccentricità” del sistema, la transizione deve avvenire in un quadro d’azione complessivo.

[Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani; fonte qui. L’articolo del “Financial Times” invece lo potete leggere qui.]

Di nuovo mi trovo assolutamente d’accordo con quanto sostiene Federica Corrado – al netto che quelle pseudo-classifiche sovente proposte dai media siano sempre da prendere con mille pinze: ma il punto non è questo, è il messaggio che ne deriva.

Il disorientamento delle comunità di montagna di fronte all’evoluzione delle politiche di gestione dei loro territori, soprattutto di quelli vocati più o meno forzatamente al turismo, è di fatto la prosecuzione di quei fenomeni di spaesamento e alienazione novecenteschi ben raccontati da Annibale Salsa nel suo libro Il tramonto delle identità tradizionali ormai più di quindici anni fa. Nel depauperamento socioculturale dei territori di montagna avviatosi nel secolo scorso e continuato in maniera crescente fino a oggi, quasi ogni elemento delle geografie economiche e antropiche locali è stato spazzato via lasciando da una parte, solitaria e regnante, l’industria (termine non casuale) turistica, in primis dello sci, e dall’altra la comunità altrettanto sola dacché ormai deprivata di strumenti culturali atti a mantenere il controllo della propria identità locale e della coscienza del luogo. Ecco perché una certa comunicazione mediatica asservita al sistema economico dominante, in forza del sostegno politico ma di contro sempre più decontestuale e alieno ai territori, produce danni psicosociali ben più gravi di quanto si potrebbe pensare e allontana sempre più la possibilità di attuare quelle soluzioni potenziali che da un lato ridarebbero vigore autentico alle comunità locali e dall’altro consentirebbero lo sviluppo di una frequentazione turistica ben più armonica ad esse e ai luoghi. Invece, si continuano a narrare suggestive tanto quanto false favolette funzionali allo status quo politico-economico, senza elaborare alcuna analisi sul loro portato – per mancanza assoluta di interesse al riguardo, ovviamente.

D’altro canto, come anche denota Corrado, ecco come si presenta oggi, 3 gennaio 2024, «il posto migliore d’Europa per sciare»:

[Fonte: https://www.bardonecchiaski.com/it/webcam. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Ogni commento al riguardo mi pare superfluo.

Dal Ministero del Turismo 148 milioni di Euro per gli impianti di sci, solo 4 per il turismo sostenibile. Va bene così?

148 (centoquarantotto) milioni di euro destinati al fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale; quattro (4) milioni di euro per la promozione dell’ecoturismo e del turismo sostenibile che mirino a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali. Entrambi i fondi arrivano dal Ministero del Turismo e sono destinati alle imprese: decreti e graduatorie sono stati pubblicati sul sito del Dicastero citato.

Destinati alle imprese, già, quelle che per proprio statuto fanno lucro in montagna non di rado – purtroppo bisogna denotarlo – senza troppo badare al territorio e al paesaggio sfruttati per i propri interessi. Non vengono destinati alle comunità residenti, ai montanari, ai loro bisogni, ai servizi di base, alle necessità legate alla vita quotidiana, a scuole, trasporti pubblici, sanità, assistenza sociale,  centri socioculturali… tutte cose che, evidentemente, vengono viste con parecchio disprezzo dalle parti del Ministero, altrimenti non si spiegherebbero i 144 milioni di differenza tra i due stanziamenti. Da una parte la torta straboccante di golosità, dall’altra soltanto le briciole.

Inevitabilmente anche l’UNCEM, Unione Nazionali Comuni Comunità Enti Montani, denuncia tale assurda situazione attraverso le parole del Presidente Marco Bussone (prese dall’articolo di “Ossola News” che vedete lì sopra, nel quale le potete leggere nella loro interezza):

I fondi potevano essere distribuiti diversamente, guardando alla vera sostenibilità, alle green communities, e non solo ai 300 paesi alpini e appenninici con impianti di risalita, importantissimi, ma non da soli, in un sistema. I finanziamenti del Ministero del Turismo, ribadiamo con forza, vanno investiti coinvolgendo insieme con le imprese – come Uncem aveva chiesto, inascoltata senza motivo, in alcuni tavoli tecnici ministeriali – direttamente gli Enti locali, Comuni, Unioni montane, Comunità montane. Potevano essere loro i beneficiari, per fare progetti integrati pubblico-privati, per le comunità locali. Invece le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese. Molti fondi per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato.

Anche su “Il Fatto Quotidiano” Alberto Marzocchi, giornalista nonché maestro di sci, dunque assai competente sulla materia, ha pubblicato un illuminante articolo nel quale elenca, con nomi e somme, tutti gli stanziamenti a livello nazionale per le stazioni sciistiche, accentuando il parossismo della “nevicata” di soldi pubblici elargita dal Ministero, sovente a comprensori che da numerose stagioni lavorando in perdita e presentano bilanci da tribunale fallimentare. Una vera e propria «politica dell’accanimento terapeutico», come inevitabilmente la definisce Marzocchi.

Be’, a me pare ormai palese che, in tema di politica contemporanea e gestione dei territori montani e rurali, abbiamo a che fare con un sistema distorto, malato, pericoloso, insostenibile sotto ogni punto di vista, per nulla vantaggioso ma distruttivo per le montagne e per le loro comunità. Un sistema che va cambiato più rapidamente possibile, altrimenti il rischio sarà di degradare in maniera irreversibile un patrimonio inestimabile di storia, cultura, economia, bellezza, paesaggio, Natura che è di tutti noi e chiunque ha il diritto di godere e il dovere di tutelare. Anche contro certe figure politiche così strafottenti verso di esso e, appunto, verso di noi tutti.

La montagna ha bisogno di una politica olistica

[Veduta di Scanno, provincia di dell’Aquila. Foto di claude_star da Pixabay.]
Per gestire al meglio – politicamente, e non solo – i territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, la visione alla base della loro gestione deve essere necessariamente olistica, al fine che il risultato finale sia più della somma delle parti di cui è composto, che è poi la definizione di “olismo”.

In parole più semplici, facendo un esempio concreto: se si realizza qualcosa nell’ambito turistico, ciò dovrà comportare ricadute positive anche per il territorio nel quale si realizza, per la comunità che lo abita, per la socialità diffusa, la cultura, eccetera. Idem, se si interviene con qualsiasi opera sul territorio, questa dovrà saper apportare vantaggi alla comunità residente ma pure attrattiva potenziale per il turismo, contribuendo alla cultura locale, alle reti sociali territoriali e così via.

Non è difficile come sembra, anzi: nella maggior parte dei casi basta che ciò che si fa sia ben pensato, ben realizzato e basato sul più ordinario buon senso. In questo caso il risultato finale sarà più della somma delle parti di cui è composto proprio perché apporterà vantaggi diffusi a tutte le parti, che ne potranno fare tesoro per svilupparli nello stesso modo olistico.

Invece oggi, spesso, sembra che la politica locale agisca in base a una visione sostanzialmente individualistica e riduzionistica, funzionale unicamente a se stessa e focalizzata su un unico punto, con tutto il resto d’intorno che viceversa è come se non avesse importanza. Se ad esempio si realizza un’infrastruttura turistica mirando a ricavarci più tornaconti specifici possibile senza considerare le sue ricadute su ogni altro elemento che compone la realtà territoriale locale, quell’infrastruttura farà forse guadagnare qualcuno ma inesorabilmente finirà per causare problemi al luogo e a tutti gli altri che lo abitano: ciò proprio perché si rivelerà pensata senza una visione omnicomprensiva e pienamente contestuale al luogo e alla sua realtà ma, probabilmente, dando più peso a certi aspetti – e conseguenti fini – trascurando gli altri.

È un po’ come cucinare un piatto la cui bontà sia apprezzata e metta d’accordo tutti: bisogna saper bilanciare tutti gli ingredienti necessari nelle loro giuste dosi equilibrandone i sapori affinché ciascuno collabori al buon risultato finale. Se tra quegli ingredienti vi fosse – ad esempio – il peperoncino e chi cucina il piatto esageri la dose perché a lui piace un sacco oppure perché glielo chieda uno dei commensali, il piatto finale sarà conseguentemente gradito solo a lui scontentando tutti gli altri. I quali, se la cosa dovesse reiterarsi, ci penseranno bene dal tornare a mangiare i piatti di quel “cuoco” andandosene altrove.

Ecco, in fondo è lo stesso motivo per il quale certi progetti imposti dalla politica ai territori montani presentati come “un antidoto” allo spopolamento e un “supporto” all’economia locale, invece di attenuarli o risolverli finiscono per aggravare tali aspetti. Manca la visione olistica, non c’è alcuna crescita e tanto meno reale valorizzazione del capitale territoriale, che è poi il patrimonio collettivo fondamentale che permette alle persone di vivere pienamente il territorio ovvero di sviluppare in esse la consapevolezza del poterlo abitare vantaggiosamente e, di contro, di fare dello stesso abitare una pratica di sviluppo virtuoso del territorio a vantaggio di chiunque, anche del visitatore occasionale – turista o meno. Una condizione olistica, appunto.

Purtroppo, la sensazione vivida è spesso che le politiche di gestione territoriale messe in atto dagli enti pubblici locali il solo “spopolamento” che vogliano contrastare è quello del consenso – materiale e immateriale – verso la loro parte, mentre di quello demografico e di tutto quanto ne sia conseguenza (non di rado drammatica per territori fragili come quelli montani) a quelli poco o nulla interessa: come fosse un mero effetto collaterale esterno al sistema sul quale campano, da non considerare e amen.

A Carona, dunque, il Comune acquisterà gli impianti di sci: scelta saggia oppure no?

A Carona, in alta Valle Brembana (Alpi Bergamasche), evidentemente leggono questo blog* e in particolar modo l’articolo che ho pubblicato lo scorso 14 dicembre (ripreso anche da alcuni organi di informazione) sulla messa in vendita del locale comprensorio sciistico di Carisole e su quanto di similare – a mio modo di vedere e ovviamente al netto delle differenze locali – accaduto a Prali, in Piemonte, ed ecco dunque che:

[Per leggere l’articolo cliccateci sopra.]
Decisione formalmente giusta tanto quanto inevitabile, secondo il mio punto di vista (che ho espresso dettagliatamente nell’articolo suddetto), in primis per evitare ulteriori speculazioni a danno della località e della sua comunità, ciò nonostante si tratti di un (ennesimo) esborso di soldi pubblici. Che sarebbe comunque arrivato prima o poi, temo, vista la situazione in cui versa il comprensorio.

Ora il Comune dovrà trovare un gestore per la società degli impianti: rilancio l’ipotesi “Prali” ovvero la creazione di un soggetto basato su un ampio azionariato popolare locale, semmai per vendere o affidare la gestione imprenditoriale a un privato più avanti se e quando l’attività sciistica sia stata adeguatamente rilanciata. Altrimenti, se ciò non avverrà anche in forza delle condizioni meteoclimatiche ormai sfavorevoli, ovvero se per tale motivo si deciderà preventivamente di puntare su altro, si dovrà avviare la dismissione di buona parte degli impianti con il mantenimento di quelli consoni a strutturare e servire una proposta turistica post-sciistica, naturalmente destagionalizzata e integrata da iniziative indipendenti dalla messa in servizio degli impianti nonché maggiormente integrate alla realtà comunitaria locale.

La contiguità con Foppolo, altra località sciistica parecchio claudicante (o già nella condizione di zombie, per alcuni), non aiuta di sicuro e il rischio è quello che entrambe si trascinino vicendevolmente nel baratro del fallimento definitivo; per questo sarebbe il caso che Carona cominciasse a pensare a un futuro prossimo turistico autonomo, e non solo per la stagione estiva.

In ogni caso, ribadisco quanto scrissi nel precedente articolo: qualsiasi sarà la scelta intrapresa, deve/dovrebbe/dovrà essere comunque la comunità di Carona a decidere, non altri. E mi auguro che i locali sapranno formulare la necessaria forza d’animo condivisa per decidere quale via seguire, per il loro bene e delle bellissime montagne che abitano.

*: Ovvio che non so affatto se quelli di Carona leggano questo mio blog! Diciamo che mi diverte supporlo, e comunque la consequenzialità dei fatti è interessante, dal mio punto di vista.