Per provare un senso di libertà interiore

[Foto di mel_88 da Pixabay.]

Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale.

[Sylvain TessonNelle foreste siberiane, Sellerio, 2012, pag.88.]

Sembra un breve ma risoluto manifesto contro gli agglomerati urbani, quello di Tesson riportato in questo passaggio del suo libro, ma anche contro certa falsa socialità costruita su relazioni artificiali convenzionali che sovente contraddistinguono la vita nelle nostre città, sia grandi che piccole e a volte anche nei paesi. Di contro, la condizione descritta è formalmente utopica, nel mondo contemporaneo, a meno di fuggire nel nulla (della taiga siberiana, nel suo caso) come ha fatto lo scrittore e viaggiatore francese e a patto di non dover tornare indietro (come lui alla fine fa).

Tuttavia, forse, possiamo comunque beneficiare della somma di tante nostre minime utopie, di tanti momenti nei quali cercare di conseguire, assaporare e comprendere il valore della solitudine, dello spazio vuoto di altre cose umane, dell’emancipazione dal tempo, dell’assenza di rumori, della necessità di adattarsi alle rudezze del luogo e della prerogativa di rimirarne la bellezza naturale. Solo qualche mezz’ora ogni tanto, restare lontano da tutti per tornare vicini a sé stessi per capire che è solo sapendo gestire e godere della solitudine che possiamo elaborare una migliore socialità condivisa. Anche dove tutto sembra fatto per annullare lo spazio, per accelerare il tempo, per contrastare il silenzio e cancellare la bellezza naturale, come a volte accade nelle nostre città. Ma tutte quelle piccole utopie, la loro energia, il loro succo vitale, li avremo dentro di noi, e così sapremo vivere la nostra piccola, singolare, autentica libertà.

Sabato 5 agosto, “Una Salita per il Vallone” in difesa delle Cime Bianche

[Immagine tratta da Varasc.it.]
Il Vallone delle Cime Bianche è ormai un luogo paradigmatico. Tutelarlo e salvarlo dalla speculazione impiantistica e dalla turistificazione che gli si vorrebbe imporre senza alcuna cura verso il suo paesaggio, meraviglioso e pressoché incontaminato come è ormai raro trovare in questa regione delle Alpi, significa esprimere un segnale forte e chiaro a tutela di tutte le nostre montagne, ovunque esse siano e dovunque siano minacciate dallo sfruttamento pseudo-turistico. Significa rimarcare la presenza di un limite e la necessità di uno sviluppo equilibrato nei territori montani, conscio delle realtà ambientali contemporanee e dotato d’una visione rivolta al futuro. Significa manifestare la consapevolezza del valore delle nostre montagne e dell’importanza del patrimonio comune che rappresentano. Significa tutelare il paesaggio montano per tutelare noi tutti.

Lasciare che la distruzione avvenga, restarne indifferenti, pensare che «tanto è solo un vallone di montagna come altri», significa essere complici di una distruzione che soltanto una profonda e bieca ipocrisia non sa considerare delinquenziale. Qualcosa la cui responsabilità, nel caso, deve e dovrà essere riconosciuta e assunta.

Quello delle Cime Bianche «è solo un vallone di montagna come tanti altri» esattamente come ogni nostro giorno può essere quello giusto per costruirci il futuro migliore possibile. E basta perdere o trascurare una tale singola occasione per rovinarcelo inesorabilmente, quel nostro futuro, senza la possibilità di tornare indietro e rimediare al danno compiuto.

Dunque, il Progetto fotografico “L’ULTIMO VALLONE SELVAGGIO. In difesa delle Cime Bianche”, insieme al Comitato INSIEME PER CIME BIANCHE e agli amici di Valle d’Aosta Aperta, organizza e invita tutti alla terza edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, che si terrà sabato 5 agosto 2023 con partenza da Saint Jacques, in Val d’Ayas.

E’ davvero un momento decisivo per le sorti del Vallone delle Cime Bianche. Lo studio di fattibilità, dopo mesi di attesa, è stato finalmente reso pubblico a maggio 2023 e la volontà della maggioranza della politica valdostana è chiaramente quella di procedere con questo insensato progetto. Tuttavia il Vallone, parte della ZPS “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” (IT1204220), oggi più che mai gravemente minacciato, non verrà lasciato a questo tragico destino.

Dopo il grande riscontro delle edizioni 2021 e 2022, viene lanciata anche quest’anno un’iniziativa di grande richiamo e visibilità che vuole essere, come sempre, aperta a tutti, dentro e fuori Valle. La terza grande salita simbolica a favore della tutela del Vallone ha come tema la parola “INSIEME”, perché tutti possono contribuire alla difesa del Vallone facendo ciascuno la propria parte, in questa che è assurta come la più importante causa di conservazione sulle nostre Alpi. Una causa cui partecipano sentitamente varie realtà, anche diverse tra loro, ma accomunate da un intento unitario. “Insieme” è senza ogni dubbio un valore aggiunto.

Siamo tutti quanti INSIEME in cordata per assicurare al Vallone la salvezza definitiva e per consegnarlo intatto a chi verrà dopo di noi. Bisogna dunque salire lassù ancora più numerosi, con sincero entusiasmo, per un’altra memorabile giornata all’insegna della bellezza, del rispetto per l’ambiente, della condivisione e della conservazione.

Saliamo tutti insieme nell’Ultimo Vallone Selvaggio. Lunga Vita al Vallone delle Cime Bianche!

Sylvain Tesson, “Nelle foreste siberiane”

La solitudine è una di quelle condizioni umane che, da benefica e salutare per diversi aspetti che dovrebbe e potrebbe essere, è stata resa e considerata forzatamente nociva, innegabilmente pericolosa per la nostra società contemporanea la quale invece promuove in ogni modo la condivisione costante e assoluta delle nostre singole quotidianità – i social media sono l’esempio più lampante – ma che a ben vedere, e per bizzarro paradosso, è una comunità composta da persone fondamentalmente sole – si veda sempre ciò che impone l’uso dei social sugli ormai imprescindibili devices digitali, con certe scene del tipo famigliola al ristorante, padre-madre-due figli adolescenti, tutti quanti chinati sui propri smartphone, chiusi in se stessi e nella propria microsfera digitale senza scambiarsi nessuna parola se non quando si manifesti il cameriere a chiedere cose (esperienza personale recente). Naturalmente la (non) socialità imposta e pretesa dal mondo in cui viviamo è meramente funzionale a certi interessi di chi il mondo in vari modi “governa”: non è detto che siano solamente negativi, quegli interessi, ma di sicuro la più autentica socialità tra le persone da tali meccanismi subisce spesso ripercussioni notevoli. Di contro, saper gestire degli adeguati momenti di solitudine aiuta senza dubbio a vivere meglio le situazioni di socializzazione comunitaria nonché a non temere, quando si rimane soli, di dover fare i conti con sé stessi senza le possibilità di fuga offerte dalle innumerevoli distrazioni quotidiane, cosa che – mi viene da pensare, o forse da temere – è quella che più fa credere la solitudine qualcosa di negativo quando non di spaventoso per molte persone. Tuttavia in gioco qui è lo stesso principio per il quale possiamo apprezzare molto di più i momenti di gioia se abbiamo dovuto passarne di tristi e dolorosi, cosa che rappresenta un presupposto proprio e naturale dell’animo umano; semmai è la situazione opposta a rappresentare una sorta di devianza, l’incapacità di non saper stare soli e di abbisognare costantemente di qualcuno accanto grazie al quale autoreferenziarsi: uno stato di alienazione bella e buona dalla nostra condizione ordinaria che mi sembra parecchio diffuso.

Forse anche in forza delle considerazioni che ho scritto fin qui (ovvero per altre sulle quali ho dissertato in questo articolo), nel 2010 lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson decide di andare a vivere per sei mesi – dall’inizio di febbraio alla fine di luglio – nel vuoto quasi assoluto (di cose umane) della Siberia, sulle rive orientali del Lago Bajkal, in una minuscola capanna da cacciatori. Giorno dopo giorno annota le sue considerazioni in un diario cronologicamente lineare che diventa Nelle foreste siberiane (Sellerio Editore, Palermo, 2012, traduzione di Roberta Ferrara; orig. Dans le forêts de Sibérie, 2011), testimonianza in presa diretta della sua esperienza da eremita, «un esperimento e una riflessione sulla condizione umana» come si legge in quarta di copertina []

[Immagine tratta da www.touringclub.it.]
(Potete leggere la recensione completa di Nelle foreste siberiane cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

“Il miracolo delle dighe” su “La Guida” (reload)

Ringrazio nuovamente La Guida, il settimanale d’informazione cuneese, che lo scorso 24 luglio ha rilanciato la bella e attenta recensione (dacché già uscita sulla versione cartacea del giornale) del mio libro Il miracolo delle dighe firmata da Roberto Dutto, il quale ha saputo ben cogliere il senso di alcuni dei temi che ho voluto toccare e narrare nel libro, ricavandone impressioni (per me) molto lusinghiere. La potete leggere direttamente nel sito del settimanale cliccando sull’immagine lì sopra.

Per saperne di più sul libro, cliccate qui.