Come navicelle spaziali in viaggio tra le vette: “I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola” di Luca Gibello

[Il Bivacco Gervasutti (2835 m) al Ghiacciaio di Fréboudze sopra Courmayeur, nel gruppo del Monte Bianco.]

Ai tempi della società liquida, i bivacchi vanno di moda. Se, da un lato, le nuove installazioni in zone accessibili consentono magari di avvicinare nuovi appassionati alla montagna, dall’altro rappresentano un ulteriore carico antropico per le terre alte. Le stime attuali parlano di un numero poco inferiore ai 350 bivacchi sull’intero arco alpino internazionale, di cui oltre 250 solo sul versante italiano. I bivacchi spopolano tra le giovani generazioni come fotogeniche icone social e come inconsuete mete attraenti, oggi più di ieri, per via della prospettiva del bagordo incontrollato e del pernotto a sbafo; talvolta, lasciando per souvenir rifiuti abbandonati e strutture danneggiate. I bivacchi si sono guadagnati l’attenzione dei media, occhieggiando dalle web gallery. Complici forme di comunicazione superficiale e acritica, che mescolano alto e basso, originalità e banalità, essi sono assurti a modelli alternativi di lifestyle. Di qui 1’accostamento ad altre forme di ricoveri e shelter che, in ossequio alle tendenze del cool, glam e smart, nonché di un ambiguo concetto di naturalità – ovvero sempre mediato da un filtro artificiale -, stanno dilagando in ogni angolo, magari prima intonso o quasi, del pianeta: cabin, case sugli alberi, starbox, stanze emozionali e bolle varie. [Pagg.239-240.]

Così si legge quasi alla fine del libro di Luca Gibello (CAI Edizioni, 2025, con prefazione di Irene Borgna e postfazione di Riccardo Giacomelli), giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e autore di un testo meraviglioso sulla storia passata nonché, per molti aspetti, sul presente e sul futuro prossimo (come la citazione dimostra bene) dei bivacchi, rivoluzionarie capsule di sopravvivenza in alta montagna che, nati cent’anni fa, rappresentano ancora oggi qualcosa di emblematico riguardo la frequentazione antropica delle montagne nonché di costantemente innovativo, anzi, di una sorta di tradizione che rappresenta fin dall’inizio un’innovazione ben riuscita (per citare il famoso aforisma attribuiti a Oscar Wilde) e in costante progresso al fine di potersi realmente consolidare in “tradizione”.

In effetti, ancora più dei rifugi, i bivacchi rappresentano l’avanguardia “sopravvivenziale” della presenza umana alle alte quote montane, vere e proprie capsule di salvataggio nelle quali c’è quello che serve e nulla di più (salvo quale caso contemporaneo tuttavia poco filologico) in territori dalle condizioni a volte così difficili e repulsive da ricordare quelle di altri mondi – e non caso, per qualche tempo, le forme dei bivacchi hanno assunto sembianze direttamente riconducibili a quelle di capsule spaziali quando non di astronavi aliene, seguendone anche per certi versi l’evoluzione formale (prima molto piccoli, poi più grandi e capienti nonché più tecnologici). Ciò per rimarcare come, anche al netto delle loro funzioni alpinistiche primarie, i bivacchi fin dalla loro comparsa hanno affascinato i frequentatori delle vette, “atterrando” sempre più spesso su vette, cenge, altipiani e selle e viaggiando nel tempo ovvero lungo un secolo che, se si considera quanto siano evoluti i bivacchi, sembra ben più lungo degli ordinari cento anni.

D’altro canto l’evoluzione che i bivacchi hanno subìto è stata fin troppo spinta, per alcuni aspetti: a volte, negli ultimi anni, la loro spartanità è stata dimenticata così come il concetto di modularità ripetibile e adattabile a ogni sito, le forme hanno più badato all’estetica che alla funzionalità, la loro collocazione è sembrata dettata più da scopi simbolici che pratici, fino a che negli ultimi anni la frequentazione è cambiata tanto quanto la percezione della loro presenza, divenute entrambe modaiole, superficiali e deviate all’imperante visione artificiale del mondo imposta dai social – proprio come dice Gibello nel passo citato. Al punto che qualcuno, in presenza di un nuovo bivacco ultramoderno e superconfortevole che ne ha sostituito uno vecchio e ormai malandato, invoca lo smontaggio del nuovo e il ripristino di quello vecchio così che induca avversione all’influencer di turno o all’escursionista sprovveduto, sollecitando al contempo una ben più razionale, misurata e consapevole frequentazione delle alte quote.

Ma se tralasciamo di considerare tali eccessi contemporanei (stendendoci numerosi veli pietosi sopra), è indubbio che ancora oggi, a più di un secolo dalla loro concezione e installazione sulle Alpi, i bivacchi non solo conservano un fascino peculiare mantenendo vive suggestioni da alpinismi d’antan altrimenti estinte o quasi, nell’era prestazionale in cui viviamo, ma rapprendono e raccontano ancora una parte importante della storia della presenza umana sulle montagne, dell’appropriazione culturale di territori altrimenti “alieni” alla civiltà, della frequentazione più consapevole e equilibrata delle alte vette, possenti eppure delicate. E per tali motivi sanno ancora pure “insegnare”, o permettono di ripassare, i princìpi della nostra relazione con quella parte del mondo abitato così affascinante e repulsiva nella quale nemmeno oggi noi Sapiens possiamo dirci dominatori, dove ancora la Natura può dettare regole e sorti e dove i bivacchi, queste piccole e semplici scatole che intaccano sì il paesaggio ma non più tanto e non come altri più voluminosi manufatti umani, ci consentono di restare lassù senza risultare troppo invadenti e al contempo regalandoci un’armonia con quei luoghi elevati e potenti quasi ancestrale, tutto sommato equilibrata, sicuramente affascinante.

I bivacchi delle Alpi è un libro veramente molto bello, di lettura estremamente gradevole, sorprendente per come, ne sono certo, pur dissertando di un tema molto specifico che si direbbe riservato ai soli alpinisti e frequentatori dell’alta montagna, saprà affascinare chiunque accompagnando i lettori in un viaggio nella catena alpina lungo più di un secolo a bordo di tali piccole e spartane “alpinavi”, immobili nei loro siti alpestri eppure ancora ben naviganti tra la Terra, il cielo e la storia che unisce gli uomini alle montagne.

P.S.: su cosa sono oggi i bivacchi ho conversato con Luca Gibello di recente, qui.

Il selvatico da (ri)scoprire e (ri)vivere: “Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste” di Robert Macfarlane

[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera “selvaggia” della Gran Bretagna. Foto di Iolaire McKinnon, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Un luogo selvaggio ha un valore ben più alto di quello deducibile sulla base di un’analisi costi-benefici del potenziale ricreativo, dei minerali o delle risorse. No, i luoghi selvaggi ci sono necessari perché ci ricordano di un mondo al di là dell’umano. Foreste, pianure, praterie, deserti, montagne: l’esperienza di questi paesaggi può ispirare alla gente «il sentimento di una grandezza esterna all’uomo, un sentimento che oggi è in qualche modo andato perduto.» [Pag.84.]*

Quando sentiamo la definizione “luogo selvaggio”, probabilmente pensiamo a posti lontani, esotici, sperduti, dove la natura regna incontrastata senza tracce umane anche perché le condizioni ambientali sono difficili quando non proibitive. Ovviamente non è un pensiero sbagliato, tuttavia è molto legato alla nostra concezione occidentale del mondo, di noi conquistatori e antropizzatori di terre che da “Sapiens” ci sentiamo superiori, anzi, ormai avulsi da ciò che è definibile come “selvaggio” o “selvatico”. Dunque quel pensare a certi “luoghi selvaggi” non è sbagliato per convenzione ma lo è per principio o, per meglio dire, per miopia, tanto sensitiva quanto intellettuale. Perché i luoghi selvaggi sono spesso ben più vicini di quanto crediamo, a volte sono appena fuori le nostre case e le città in cui viviamo, solo che non sappiamo più vederli, percepirli, comprenderli. Ecco qui l’errore di principio.

In Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2011/2019, pagg.328; ed.orig. The Wild Places, 2007) Robert Macfarlane, alpinista, esploratore, docente a Cambridge, critico letterario e naturalmente scrittore, racconta il suo lungo viaggio alla ricerca degli ultimi (o quasi) “luoghi selvaggi” dell’arcipelago britannico, al fine di creare una rete di territori dove ancora la Natura riesce a resistere agli assalti della civiltà umana e dona ai loro visitatori non solo una bellezza primordiale e primigenia ma pure, e soprattutto, il contatto con il Genius Loci ancestrale di quei luoghi e di tutta quella parte di mondo – non così diversa dal resto del nostro continente europeo, soprattutto dalle Alpi in su – dunque con l’anima originale di essi prima che l’uomo la intaccasse più o meno pesantemente ovvero dove la trasformazione antropica del paesaggio non è avvenuta.

E nonostante «In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze» (pag.78 – ne ho scritto anche qui), questi spazi ci sono, sono rari e preziosi in proporzione anche perché rappresentano «un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale». Macfarlane nel libro racconta in modo affascinante le proprie esplorazioni di questi luoghi – a piedi, con tenda e sacco a pelo, spesso di notte o dormendo sotto le stelle e tra le tempeste -, le loro geografie e gli ambienti spettacolari, la loro importanza fondamentale per qualsiasi creatura vivente e ancor più per noi umani antropizzatori e spesso distruttori di essi. E fa capire, come accennavo all’inizio, che il “selvatico” è ancora presente ovunque, anche appena fuori le distese di asfalto e cemento dei più grandi conglomerati urbani, che non c’è bisogno di andare chissà dove per scoprirlo e esplorarlo ma spesso è lì dove lo vediamo ma non riusciamo a osservarlo veramente. Anche un faggio al margine di un’arteria stradale trafficata, a ben vedere, è un luogo selvatico: basta salirci sopra e infilarsi nella sua chioma per sentirsi altrove, “dentro” una Natura selvatica ancora formalmente originaria nonostante sia circondata dalla civiltà umana soverchiante. Ma pure solo la sua presenza, come anche quella di certi spazi urbani o periurbani che rimandano al concetto clémentiano di “terzo paesaggio”, sanno ancora conservare il senso antico del “selvatico” ne più ne meno che territori lontani e sperduti: Macfarlane invita a riscoprire la capacità di osservarli, comprenderli e riattivare la relazione con essi rigenerando al contempo quella parte “selvatica” che anche da Sapiens ipertecnologici noi abbiamo dentro – trascurata, ignorata, dimenticata ma c’è.

[Un “terzo paesaggio” periurbano, inatesso luogo “selvatico” nella città. Foto tratta da www.errenelbosco.it.]
Per questo, se Luoghi selvaggi è una sorta di “romanzo di formazione” per Macfarlane – a detta dell’autore stesso -, lo diventa senza dubbio anche per il lettore, di riformazione del legame con la Natura e con la comune componente selvaggia, di rigenerazione della relazione culturale che dobbiamo avere e salvaguardare con il mondo nel quale viviamo, di riattivazione dei sensi e dei pensieri verso di esso e dunque, di rimando, anche verso di noi.

Luoghi selvaggi è un libro veramente molto bello e importante da leggere. Per tornare selvatici abbastanza da poterci di nuovo – e/o finalmente – dire in maniera compiuta “umani”.

*: in realtà in questo passo Macfarlane sta citando Wallace Stegner e la sua celebre Wilderness Letter (da noi forse conosciuta come La lettera del deserto), del 1960.

Quando si cominciò a cercare la città in montagna, e tragicamente la si trovò

[Turisti a Sils, in Engadina, nel primo Novecento.]

Con il turismo d’élite della Belle Époque le Alpi si scoprono mete di piacere e con il turismo di massa del Novecento la cultura del risparmio viene radicalmente rimpiazzata da quella del consumo: di creste, panorami, lussi ed emozioni. Finanziariamente è una specie di miracolo economico fondato su iniezioni di denaro e cemento, di cui pagheremo per sempre le conseguenze ambientali. Socialmente è un salto traumatico che spesso genera nei giovani, ma non solo, degli scompensi psicologici non ancora del tutto riassorbiti. Non è facile passare in un batter di ciglio dalla povertà alla ricchezza, se non si possiedono gli strumenti culturali per governare il passaggio. Culturalmente è un processo d’esportazione della città in montagna, con gli stessi moduli costruttivi e distruttivi; un trasloco molto affrettato, poco ragionato e colmo di contraddizioni. Come osservava il prete di Valtournenche Amé Gorret alla fine dell’Ottocento, «un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato». Messaggio elementare, tutt’oggi incompreso.

[Enrico Camanni, Le Alpi in 30 montagne, Laterza, 2025, pag.7.]

Camanni, come sempre tra le voci più chiare, autorevoli e illuminanti della cultura di montagna, riassume in modo efficace ciò che ha comportato la massificazione del turismo avvenuta nel corso del Novecento nei territori montani: tanto ai luoghi, consumati ambientalmente e degradati culturalmente, che ai loro abitanti, soggiogati dai (e ai) modelli turistici economico-industriali che li hanno alienati dalle loro stesse montagne, e a volte trasformati nei primi fautori del suddetto degrado (cfr. Annibale Salsa). D’altro canto le parole di Amé Gorret – altra figura fondamentale nella storia della montagna italiana – citate da Camanni dimostrano che ciò che stava accadendo lo si poteva capire benissimo già allora e probabilmente non lo si è voluto fare, proprio per rincorrere la cultura del consumo. La quale, come oggi posiamo ben constatare in diverse località montane, ha finito per consumare i suoi sostenitori così come le montagne che ne sono rimaste malauguratamente coinvolte.

Un appello di Matteo Righetto per l’estate imminente

[Fate clic sull’immagine per far partire il video.]

Se pensate di venire in montagna solo per divertirti, fare chiasso, baccano, baldorie, musiche da discoteca, beh, allora potete starvene tranquillamente a casa!

Comincia così l’“appello” dell’amico Matteo Righetto in vista dell’imminente stagione estiva e vacanziera nelle sue Dolomiti: lo trovate nel video sottostante che rilancio molto volentieri. Un appello peraltro validissimo per qualsiasi altra zona delle nostre montagne sottoposta al turismo più massificato, superficiale e meno responsabile.

La montagna è un luogo speciale che deve essere goduto in modo altrettanto speciale e, proprio per questo, veramente divertente e appagante. Viverlo con un atteggiamento da parco divertimenti non solo è stupido e irrispettoso, ma pure deprimente per chi assume quell’atteggiamento (oltre che per chi lo osserva).

D’altro canto sono certo che si stia diffondendo in maniera crescente una frequentazione turistica delle montagne sempre più consapevole, in primis da parte delle nuove generazioni. Compito fondamentale di chi ha a cuore il destino delle Terre Alte, secondo me, è fare in modo che non ci sia bisogno di dire a qualcuno privo di quella consapevolezza di non venire sulle montagne ma che si possa alimentare una cultura diffusa al riguardo per la quale quel qualcuno resti a casa propria o vada altrove di sua spontanea volontà. Ecco.

Attaversare e (ri)scoprire Milano a piedi con Gianni Biondillo

[Alessandro Busci, Milano, olio e smalto su carta, 2008. Courtesy Galleria Antonia Iannone, Milano.]

Milano non è mai stata una brutta città, ha smesso d’essere bella quando i suoi cittadini hanno smesso di guardarla. Io per storia personale, per studi, per passione l’ho sempre saputo. Anni e anni a perdermi nelle sue strade, alla deriva, dandomi come imperativo morale quello di cambiare itinerario ogni volta che incrociavo una strada conosciuta. Come una specie di esploratore istintivo, alla ricerca di nuovi sentieri nel paesaggio pietrificato. Questo dovevo fare con le mie figlie, m’era evidente ormai: proporre un nuovo sguardo, una nuova narrazione. In fondo Milano – e questa la sua peculiarità – ti permette di vivere senza macchina; i mezzi pubblici bene o male funzionano come in buona parte delle città europee e poi è una città senza insormontabili problemi orografici da affrontare. Durante l’intero Novecento, invece, s’è fatto di tutto per trasformare gli abitanti e i fruitori di questa metropoli in automobilisti ammaliati dal mito della libertà di movimento assoluta. Mito falso, che blocca sia la mobilità pubblica che quella privata, con ricadute sulla salute generale preoccupanti. […] Ad oggi gli abitanti di questa metropoli sono semplicemente dei city users, hanno cioè perduto la capacità di rendere significativi gli spazi che attraversano quotidianamente e di entrarvi in relazione. Ma senza relazione non c’è coesione sociale. Non c’è identità. E l’identità, per come ho sempre inteso questo concetto mobile, cangiante, si ricostruisce, politicamente (da polis, città) nel cammino.

[Gianni Biondillo, Passaggio a nord-ovest. Milano a piedi, dal Duomo alla nuova Fiera, Terre di Mezzo Editore, 2016, pagg.12-13.]

Questo libretto (94 pagine di testo vero e proprio, Terre di Mezzo Editore) di Biondillo – architetto, scrittore, docente universitario, psicogeografo – credo sia uno dei più bei libri sulla città di Milano che si possano leggere ancora oggi, nonostante in origine sia stato pubblicato nel 2016. Perché il viaggio a piedi attraverso la città, dal Duomo alla fiera di Rho – ovvero dal cuore storico a quello contemporaneo della metropoli lombarda, che non a caso oggi è fuori dal centro – esplora il luogo e il paesaggio metropolitano attraverso lo sguardo della psicogeografia, metodo multidisciplinare di indagine e (ri)conoscenza del territorio del quale Biondillo è docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio, con il quale si possono vedere cose, della città e della sua anima altrimenti invisibili. Metodo che io peraltro uso moltissimo, nei miei vagabondaggi esplorativi sia in montagna che altrove.

E non solo la psicogeografia consente questo: grazie ad essa, cioè grazie all’attitudine esplorativa psicogeografica dei luoghi, si può ritornare a connettersi con la loro identità peculiare, con il Genius Loci, restituendo ad essi dignità e identità mediante l’indagine e la conseguente narrazione: identità e dignità che molto spesso vengono ignorate e degradate, quando non proprio calpestate, dall’urbanistica contemporanea assoggettata alla finanza speculativa e a chi considera la città soltanto un luogo dal quale ricavare immagine e tornaconti, non più al quale donare vivibilità, socialità, abitabilità, anima civica… un luogo dove si viva, insomma, e possibilmente in modo gradevole.

D’altro canto Milano, nonostante la scellerata gestione amministrativa degli ultimi anni, dall’Expo in poi, di vie, piazze, angoli e quartieri – o quanto meno lembi di essi – nei quali sembra ancora e veramente una città ne ha ancora. Solo che bisogna restarsene ben lontani dalle rotte turistiche, dalle zone più gentrificate, dalla Milano-contenitore vuota di contenuti urbani, e percorrerla a piedi, alla deriva, magari dandosi una meta ma non un percorso utilizzando la psicogeografia, e la relazione costante che si attiva in ogni momento nel luogo con il quale interagiamo, per vedere e capire ciò che altrimenti non si vede e capisce, appunto. Alla ricerca di un ritmo più umano, di uno sguardo più nitido, di una città che è ancora città e non qualcosa di inventato (cit. Lucia Tozzi) per interessi altrui e a discapito dei suoi abitanti.

Libro da leggere, questo di Biondillo, prima, durante e dopo il cammino, la deriva psicogeografica, la riconnessione con i luoghi, il loro spazio, il loro tempo, che si tratti di Milano o di qualsiasi altro lembo del mondo vissuto.