2 giugno e altre “blasfemie”

[Immagine tratta da qui.]
Spiego la blasfemia istituzionale del mio post di ieri.

Sono convinto da sempre che, per considerarsi cittadini di uno stato, sia esso definibile anche “nazione” oppure no, sia necessaria una pur minima conoscenza dello stato stesso, della sua storia, della sua geografia (vedi il post di stamattina), della cultura e delle istituzioni materiali e immateriali fondamentali – così come, ovviamente, lo stato-istituzione deve conoscere i propri cittadini. È la base della relazione identitaria che forma, concretamente, la società civile del paese e conferisce ad essa valore e considerazione, anche a livello internazionale, e di contro che permette a tale società di non essere una mera somma di individui-numeri privi della cultura peculiare del paese e incapaci di riconoscersi in esso nel modo più virtuoso possibile (e non semplicemente esultando quando segna la nazionale di calcio, per essere chiari).

Ecco: detto ciò, ho passato anni a chiedere a tante persone, conoscenti o meno, in occasioni delle festività civili nazionali italiane (2 giugno, 4 novembre, 25 aprile, eccetera), se sapessero cosa si festeggi in quelle occasioni. Tanti mi hanno risposto correttamente (alcuni con un po’ di confusione ma passi), tanti altri, e io penso troppi, no. C’è gente che il 2 giugno ritiene sia la festa dell’Unità d’Italia, e che il 25 aprile si festeggi la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale – la “vittoria”, sì.

Posto quanto ho scritto poc’anzi, per me è altamente discutibile che una persona che non conosca cosa si festeggia il 2 giugno – o che non sa quale sia il fiume più lungo d’Italia o quando cada il Rinascimento, per dire – possa considerarsi “italiano”. Andate in Svizzera a chiedere che ne pensano di un eventuale concittadino che non sappia cosa è accaduto il primo di agosto del 1291, e poi mi dite. Per metterla in altro modo: non sono affatto convinto che la cittadinanza di un paese, quando sia un diritto “naturale” ovvero legata allo ius sanguinis, esimi il cittadino dal possedere una, ribadisco, pur minima conoscenza culturale del suo paese. Altrimenti, ribadisco pure questo, che ne ricava il maggior danno è il paese stesso in quanto entità istituzionale e comunità civica, che col tempo (e rapidamente) vanno a perdere valore, importanza e dunque a svanire irrimediabilmente.

Bene, dopo tutti quegli anni di domande, di risposte errate e di conseguenti constatazioni che la suddetta conoscenza civica e culturale del proprio paese in troppi italiani non c’è, mi riconfermo ciò che da tempo penso, e che più o meno equivale a quanto già sentenziò il Metternich (nell’interpretazione corretta e assolutamente fattuale, non in quella distorta e funzionalmente dispregiativa) e, riguardo le festività nazionali italiche, la butto inesorabilmente sul ridere. Perché in effetti fa ridere, la cosa.
Tanto, appunto, per molte persone cambia poco o nulla – poi a breve cominciano gli Europei di calcio e allora torneranno tutti quanti orgogliosi “patrioti”, no?

Ecco. Amen.

 

La geografia, cribbio!

La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.

Nella testimonianza rilasciata a chi scrive dal Sig. Dario Giacomelli, ad esempio, viene ricordata la situazione di stupore e di interrogazione da parte degli abitanti di Sant’Antonio quando si leggeva (soprattutto sui giornali) o si diceva che la causa dello sgombero era la frana scoperta sul Monte Coppetto. Gli abitanti si chiedevano come potesse minacciare Sant’Antonio la frana di un monte che si trova più di 3 Km a nordest della Val Pola, quando addirittura non si chiedevano dove si trovasse il Coppetto. In effetti, ancora oggi, la frana della Val Pola è nota anche col nome erroneo di frana del Monte Coppetto. In realtà il versante interessato era quello orientale del Monte Zandila.

(Simone Angeloni, La frana della Val Pola. Cronaca geologica degli eventi in Valdisotto e in provincia di Sondrio dell’estate del 1987, in “Bollettino Storico Alta Valtellina” n.14, anno 2011, nota in pag.77.)

Eccone un altro, di esempio assolutamente lampante, di quali danni possa fare la scarsa conoscenza della geografia, per di più se applicata su scala locale. Eppure l’errata denominazione della tragica frana che, in quel luglio 1987 che sconvolse la Valtellina con una spaventosa serie di disastri e tragedie naturali, provocò la morte di 35 persone, è ancora oggi diffusa e utilizzata da buona parte dei media. E chissà poi perché la frana della Val Pola venne identificata proprio con l’oronimo del Pizzo Coppetto, che in quella zona non è nemmeno una delle vette principali, visto che poco più a Nord e più a Sud ci sono il Pizzo Campaccio e le Cime di Redasco, più elevate e maggiormente referenziali per il territorio montano in questione: mera superficialità, mi viene da pensare, o incapacità di leggere la mappa geografica nonché incomprensione dell’importanza della geografia nell’identificazione materiale e immateriale dei luoghi, appunto – di chi per primo ha sbagliato e dei tanti dopo che non si sono accorti dell’errore né si sono premurati di verificare quanto sostenessero pubblicamente. Per capire meglio la questione date un occhio alla mappa sotto riprodotta sulla quale ho evidenziato le differenti posizioni e il bacino della Val Pola lungo il quale precipitò a valle la massa franosa: noterete che il Pizzo Coppetto è posto sulla stessa dorsale montuosa, molto lunga e sinuosa, ma è parte d’un bacino orografico del tutto differente da quello della Val Pola.

[Estratto di mappa da map.geo.admin.ch. Cliccateci sopra per ingrandirlo.]
Io poi non so se effettivamente l’imprecisione geografica originaria fu in qualche modo responsabile del rifiuto di alcuni residenti in zona dell’ordine di evacuazione, come ipotizzato tra le righe della citazione sopra pubblicata. D’altro canto, nello stesso articolo, si denota pure che

Anche solo il fatto di usare nomi di toponimi diversi o non dialettali, mai sentiti o di cui non si conosce l’esistenza, non giocava a favore dei soccorritori. Diverso invece se ad avvisare dei rischi è invece un locale, o una persona conosciuta e fidata, che ha vissuto quei luoghi quanto il proprio interlocutore.

Evidenza verissima, che rimette in luce quanto sostengo da tempo al riguardo: l’importanza fondamentale della conoscenza geografica – ovvero di una pur minima e accettabile conoscenza geografica – dei luoghi in cui si vive o anche nei quali si interagisce temporaneamente, per generare l’altrettanto fondamentale relazione con il territorio che rende la presenza in esso fruttuosa, armoniosa, consapevole e costruttiva, per se stessi e per il territorio. Per sapere con cognizione di causa dove si è, cosa c’è lì, cosa si può fare e cosa no, come muoversi, come non perdersi e non sentirsi spaesati se non alienati nel/dal luogo in cui ci si trova, come percepirsi elemento attivo dell’ambiente in loco, come poter generare il paesaggio più rappresentativo possibile del luogo – l’elemento che rende compiuta la presenza e la conoscenza di quel luogo. È un principio di massima, questo, che può e deve essere adattato ad ogni varia circostanza ma il cui valore di fondo è assoluto e, ripeto, imprescindibile. Noi siamo il mondo che abbiamo intorno, la geografia fisica e la geografia umana sono le due facce della stessa medaglia, e ciò perché il mondo siamo noi a concepirlo, a dargli forma e senso, e se lo vogliamo concepire al meglio dobbiamo conoscerlo e comprenderlo. Fin dalle nozioni più basilari come i nomi dei luoghi, i quali tuttavia già sono elementi di narrazione amplissima e approfondita dei territori che denominano e identificano – un tema sul quale ho lavorato parecchio e continuo a farlo, data la sua importanza.

Quindi, vi prego: curate la vostra cognizione geografica, del luogo in cui vivete e dei territori che decidete di visitare, quanto più possibile e quanto più credete di poter fare: sembra qualcosa di superfluo, che non serva a granché e invece è (anche) un racconto di voi stessi, di chi siete e dove andate. Perché i luoghi esistono quando hanno un nome, e esistono quando quel nome è conosciuto in quanto quel luogo che identificato è vissuto, dunque vivo. Molto semplice, assolutamente fondamentale.

Centotrenta in più o in meno

[Immagine tratta da qui.]
Massì, chissenefrega! Sono 130 morti? Embè, con tutti gli altri di prima poco cambia.

Il casino della Super League, quella sì che è una tragedia. Chissà che succederà nel calcio, ora.

E poi saranno stati veramente centotrenta? Che prove ci sono al riguardo? Nelle foto se ne vede solo qualcuno, le ONG sparano alto con i numeri per intascarsi più soldi possibile, lo sanno tutti.

E comunque erano i soliti clandestini, arabi, negri, mussulmani, c’era sicuramente qualche terrorista, ci tocca salvarlo e poi quello ci ammazza, chissà quante malattie c’hanno addosso, ma perché fuggono ancora, poi? Per essere più liberi? Noi qui sì che non siamo più liberi, nemmeno ci danno il coprifuoco alle 23, è una vergogna!

Se ne stiano a casa loro, quelli lì! Hanno pure i soldi per pagarsi il viaggio sui gommoni, hanno tutti il cellulare, sono tutti quanti giovani, le donne e i bambini se li portano dietro solo per obbligare le navi a salvarli. Ma quanto sono disumani? E c’è pure gente, qui, che li vorrebbe salvare tutti! Vogliono entrare in Europa da clandestini attraversando il mare mosso su quelle barchette, e poi si lamentano pure che crepano? Ma tu pensa!

Meno male che da lunedì c’è la zona gialla, possiamo tornare a respirare, a girare un po’ più liberamente, non dovremo più star dietro a queste notizie, a stare a casa confinati con il lockdown ci sentivamo tutti soffocati, vero? Fanno bene a non salvarli che sennò ci tocca pure pagarle, tutte quelle navi.

Ma ci pensate poi se li salvassimo tutti e poi scoprissimo che loro, che vengono dal deserto, dalla savana, dall’età della pietra, sono più civili di noi qui in Europa? Che figura ci facciamo?

No no, meglio non salvarli, così ci salviamo noi, ecco.

O no?

Land (&) Art, #2

Qualche post fa citavo Honoré de Balzac il quale, nelle Illusioni perdute, scrive «Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.» e intorno a tale affermazione riflettevo su come, intendendo il rapporto tra “arte” e Natura come il risultato dell’opera di trasformazione antropica virtuosa del territorio naturale, le parole di Balzac siano interpretabili anche in relazione a quell’attività umana che, a suo modo, può essere considerata un’opera d’arte la quale, come l’arte propriamente detta, parimenti soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene nell’ambito dal quale si effonde, cioè proprio nel paesaggio naturale. Una sorta di land art funzionale e territorializzante, insomma, che conserva pure elementi estetici quantunque non espressamente ricercati – ma per certi versi inevitabilmente conseguiti, proprio in forza dell’armoniosità di quell’opera.

Ma le parole di Balzac valgono anche nel senso opposto, ovvero nei casi in cui l’arte diventa “natura concentrata” dacché condensa, in elaborati di matrice e valore artistici opera dell’ingegno e della manualità umana, quanto si può riscontrare di supremo nello spazio naturale. Ed è veramente divertente ricercare e alquanto sorprendente riscontrare, sulle mappe satellitari on line, la notevole somiglianza non solo di territori modificati dal lavoro dell’uomo ma pure di alcuni luoghi naturali – dunque privi di interventi umani – con certe opere d’arte, massime espressioni del lavoro dell’uomo. O forse potrei scrivere anche il contrario: riguardo quanto certe opere d’arte assomiglino e raffigurino, in modi non di rado casuali, luoghi naturali. La cosa è reciproca, in effetti. Date un occhio qui, ad esempio (e ne proporrò altri, nei prossimi giorni):

[Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 1984-2015. Immagine tratta da Google Maps.]
[Ghiacciaio del Morteratsch, Cantone dei Grigioni, Svizzera. Immagine tratta da Google Maps.]
Alla fine, tornando a Balzac, viene da pensare che l’arte sia tale, nel suo valore assoluto per la cultura umana e per la sua civiltà, proprio perché opera umana in qualche modo scaturente dalla Natura e capace di concentrarne il valore assoluto sovrumano che noi tutti abbiamo a disposizione. Parimenti, quando l’opera umana sa concentrare i modelli virtuosi che possiamo riscontrare in Natura, diventa a sua volta arte. Nel senso più pieno e importante del termine – dacché rilevante per tutti noi che della Natura siamo ineludibile parte.

N.B.: se volete cimentarvi anche voi, nella ricerca sul web di luoghi piò o meno antropizzati che assomiglino a opere d’arte, siete più che benvenuti!