[Vincent van Gogh, Il pittore sulla strada per Tarascona, 1888. Immagine tratta da qui.]
La definizione di fugueur mi sembrava più attraente dell’ormai abusato flâneur. Fugueur aveva il gusto dell’imprecazione, degna di un piantagrane qualsiasi che rimugina sulla propria latta di tabacco in una trincea delle Fiandre. Fugueur era la classificazione più adatta alla nostra camminata, alle nostre parentesi mensili e passeggere di malattia mentale. Pazzia in forma di viaggio. A farci scendere in strada era la pressione crescente della vita in città (io) e in campagna (Renchi). Il bello delle nostre escursioni era la possibilità di amplificare la percezione della realtà all’indicativo presente, di staccarci per un breve lasso di tempo dai trucchi degli illusionisti della comunicazione, dei venditori di frottole e dei bugiardi salariati. Fuga come deriva e frattura. La storia del viaggio si può ricostruire soltanto grazie a un certo tipo di ipnosi, un promemoria mentale fatto di diari o album di fotografie. Documenti che provano l’esistenza di ciò che potrebbe non essere mai accaduto. La fuga è un corso di sopravvivenza psichico che rende sopportabile una vita parallela da gasista, assistente sociale o scribacchino.
Il cammino dei pazzi ha un’immagine chiave: Il pittore sulla strada di Tarascona di Van Gogh (1888). (Assieme alle rielaborazioni ossessive di Francis Bacon del quadro scomparso.) L’originale andò perso nella Seconda guerra mondiale, con la distruzione del Museo di Magdeburgo. Cappello di paglia, tra le braccia il fardello dei ferri del mestiere, un uomo si volta a incrociare lo sguardo dello spettatore. L’artista è una versione del pellegrino di Bunyan. «È l’abbozzo di un autoritratto» scrive Vincent al fratello Theo, «pieno di scatole, utensili e tele sulla strada assolata.» La strada è accecante. Un’ombra distorta lo segue. Lo spirito del fugueur è esattamente questo.
Ci ritornerò a breve, qui sul blog, su questa suggestiva idea di chi e cosa sia il fugueur ovvero del camminare inteso come “pratica di fuga“. Concetti molto interessanti e illuminanti i quali meritano una più approfondita riflessione, senza alcun dubbio.
Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.
Così scrive Honoré de Balzac nelle Illusioni perdute: e se una tale affermazione la si può facilmente contestualizzare alla rappresentazione artistica dell’ambiente naturale – o del “paesaggio”, ma il termine non sarebbe corretto, come sapete – così come altrettanto facilmente si può trovare Natura e paesaggio in opere artistiche anche non figurative, meno facile risulta fare l’opposto: trovare concentrazione di arte nella Natura. O, per meglio dire, nel territorio naturale che sia stato antropizzato, nel quale l’uomo sia intervenuto elaborandone la morfologia e la geografia – e dunque ove lo abbia fatto senza guastare e dissestare lo stato di fatto naturale precedente.
[Sol Lewitt, Wall Drawing 565, 1988; immagine tratta da qui.][Vigneti nella regione del Markgräflerland, Baden-Württemberg, Germania; immagine tratta da Google Maps.]Tuttavia, quando di arte nella Natura se ne possa trovare, nel senso di opera umana in armonia con il territorio naturale e quindi, a suo modo, espressione anche estetica oltre che architettonica, tecnica, ecologica eccetera, allora probabilmente avremo la fortuna di godere d’un luogo che, come la migliore opera d’arte, soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene in esso. Che sono poi condizioni tra quelle fondamentali per le quali la relazione tra l’uomo e i luoghi abitati e vissuti raggiunge il suo apice e rende quella parte di mondo un “bel” posto. In fondo i “bei paesaggi” sono proprio questi: luoghi la cui bellezza non la cogliamo e ammiriamo solo fuori ma ce la sentiamo dentro di noi.
Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.
(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)
[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]
Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.
Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.
E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?
Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.
Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.
Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.
Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?
Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.
Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.