I nazisti, la Thatcher e i treni

[Foto di Rob Bogaerts Image Manipulation – Phonebox; fonte: commons.wikimedia.org.]

A quanto sembra, la differenza principale tra la visione thatcheriana degli anni ottanta e il nazionalsocialismo tedesco dei trenta è che sotto i governi Thatcher i treni non arrivavano in orario.

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.334.]

Per la serie: avere le idee molto chiare sulla storia recente del proprio paese. Peraltro, si sappia, in London Orbital (cliccate sul link qui sopra per conoscere il libro) Sinclair non le manda a dire nemmeno all’altra parte politica britannica, in particolare per il suo più noto esponente a cavallo del secolo – Tony Blair, ovviamente, considerato l’altra faccia della stessa medaglia del potere british.

Riguardo l’immagine lì sopra, invece, cliccateci sopra!

Fame di luoghi

[Una delle suggestive “corografie” artistiche e psicogeografiche di Londra disegnate da Stephen Walter. Immagine tratta da qui.]

Corografia, non topografia. Paul Devereux, nel libro Re-Visioning the Earth, opera questa distinzione. Gli antichi greci, racconta, «avevano due definizioni di luogo, chora e topos». Devereux cita Eugene Victor Walter e definisce il turismo spirituale «una modalità complessa ma coerente di osservazione attiva». Esattamente la metodologia di Renchi, perfezionata dopo anni di tentativi riusciti e no, di false partenze. Il corografo ha fame di luoghi: «luogo come potenza espressiva, luogo come esperienza, luogo che innesca il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica».

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.140.]

È molto bello e significativo, questo passaggio del libro di Sinclair: dall’interpretazione della differenza tecnica tra corografia e topografia, che in essa si palesa soprattutto come diversità concettuale, lo scrittore inglese deriva una definizione assai suggestiva di/per chi si possa definire un autentico viaggiatore (il “turista spirituale” di Sinclair, che così lo differenzia dal “turista-di-pancia” contemporaneo): uno che ha fame di luoghi ovvero non solo di morfologie, orizzonti e panorami ma di spazi abitati in cui percepire e comprendere l’interazione ambientale tra ogni elemento che li rende vivi (in primis la presenza umana ma non solo quella) ovvero li identifica come veri “luoghi” e non mere località, dai quali poi ricavare quelle sensibilità che unite al personale bagaglio culturale – «il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica», nelle parole di Sinclair – formano la definizione di “paesaggio, per come è anche oggi acquisita dalla geografia umana e da quanto ad essa correlata.

N.B.: per la cronaca, Paul Devereux è lui, Eugene Victor Walter (1925-2003) è stato un sociologo e scrittore americano i cui testi non mi pare siano mai stati pubblicati in Italia (o in italiano), “Renchi” è Renchi Bicknell, artista britannico amico di Sinclair e suo compagno di esplorazioni psicogeografiche urbane, come quelle descritte in London Orbital. Sulla differenza tra chora e topos provate a leggere qui.

Perché i finlandesi sono così “felici”?

Da qualche giorno si può leggere un po’ ovunque, sul web, la notizia che io, qui sopra, riproduco da “Il Messaggero”: per il terzo anno consecutivo la Finlandia è il Paese dove si è più felici al mondo. Lo sancisce il World Happiness Report redatto dalla United Nations Sustainable Development Solutions Network in base ai dati del Gallup World Poll. Continua poi l’articolo che cito: «Ma perché i finlandesi sorridono di più? Secondo il Report il posizionamento della Finlandia è da attribuire principalmente alla fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità, elemento che ha contribuito al benessere delle persone.»

Non so se voi siate mai stati in Finlandia e, se ci siete stati (da viaggatori, intendo dire, non da meri turisti), quali sensazioni ne abbiate tratto. Io ho avuto la fortuna di conoscerla bene in un lungo viaggio “on the road”, qualche anno fa, da Helsinki lungo la parte occidentale, l’Ostrobotnia e il Baltico fino a oltre Rovaniemi e il Circolo Polare Artico e poi attraverso la Lapponia giù, lungo il confine russo e fino alla Carelia.
A conoscerli, i finlandesi, non si direbbe mai che si possano dichiarare così “felici”: taciturni, solitari, schivi, melanconici… così poco “comunitari” e introversi da arrivare a dire di loro stessi, autoironicamente, che tra finlandesi la stretta di mano è uno dei preliminari del sesso o addirittura che hanno inventato l’SMS – i finlandesi della Nokia, s’intende – per non essere obbligati a parlarsi di persona. Eppure la società finlandese è tra le migliori e più avanzate al mondo anche civicamente, culturalmente, politicamente, la comunità nazionale è molto coesa e possiede una forte identità; ciò nonostante, appunto, ogni finlandese (o quasi) non vede l’ora che arrivi il fine settimana per fuggire da solo nel silenzio delle sterminate foreste nazionali, in qualche casetta sperduta sulle rive di uno dei quasi duecentomila laghi (!) e lontanissima dalla civiltà e dal più prossimo villaggio. Dunque? Come si spiega la loro enigmatica felicità, e quella fiducia nella comunità dalla quale fuggono appena possibile?

Be’, avendoli un poco conosciuti (e poi studiati, se così posso dire), io questo enigma finlandese lo spiego proprio con la fortissima relazione che hanno e che coltivano con la Natura della loro terra, con l’essenza naturale primordiale e con il (i) Genius Loci che ne è (sono) la manifestazione più o meno locale. I finlandesi (che, è bene ricordarlo, sono scandinavi ma non amano molto essere accomunati ai “cugini” svedesi, danesi e norvegesi dai quali si sentono parecchio differenti, anche – ma non solo – perché l’etnia è diversa) sono una comunità così coesa non perché si riferiscono a loro stessi in quanto membri di essa per “farla”, la comunità, ma perché il loro riferimento è in primis la terra, la Natura, il corpo geografico della loro nazione e la derivante anima culturale, il paesaggio che ne scaturisce. Essi si sentono “elementi” della loro terra al pari di animali, piante, acque, nevi eccetera, e per questo, dunque, si sentono parte di una “comunità”: perché ogni altro finlandese vive la stessa relazione e la somma di tutte queste relazioni individuali “fa” la società finlandese, come risultato della comune attitudine – in tal senso sono una “comunità”. E da questa somma, o condivisione, o rete di singole attitudini antropologiche, deriva inevitabilmente la fiducia che il finlandese ripone nella sua comunità sociale: perché in verità la fiducia egli è rivolta a se stesso, e pure qui il tutto si determina in forza di una somma che fa il totale. Ma questa fiducia è forte anche e proprio perché si fortifica nella potenza della Natura finlandese, quassù elemento ancora predominante su qualsiasi antropizzazione con il quale l’uomo deve comunque fare i conti: meno che nel passato ma certamente più che altrove. Parimenti la relazione della gente finlandese con il luogo-Finlandia, così direttamente referenziata al territorio, all’ambiente, allo spazio geografico (che contiene e determina anche il tempo, come si sa) ne risulta fortificata e diventa la base fondamentale e necessaria per costruire una relazione ugualmente forte anche con chiunque generi quel legame con il luogo abitato e vissuto: la comunità, appunto, solida non per propria energia (che potrebbe mostrarsi labile, in certe circostanze) ma grazie alla insuperabile energia del paesaggio naturale finlandese.

Per giunta, se penso a un Zygmunt Bauman il quale in Voglia di comunità (a pag.138) ha scritto che «Oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo dalle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona», mi viene da supporre che, per il principio uguale e opposto, la Finlandia è per molti versi un “luogo remoto” (andate nel bel mezzo delle foreste della Lapponia del Sud o dell’adiacente Ostrobotnia settentrionale e ditemi se non è così – ma si può intendere la definizione anche in senso immateriale) e dunque non ha bisogno di determinare il proprio concetto di comunità (e dunque di identità) contro qualcosa ma lo può fare a favore di se stessa, in qualche modo (auto)determinandosi nei confronti delle proprie peculiarità, non di altre. In ciò, forse, sta la sua significativa originalità, pressoché unica nel panorama europeo.

È un (se così posso definirlo) “modello antropologico” del tutto peculiare e emblematico, che trova similitudini nelle altre nazioni scandinave oppure, altrove, nella comunità confederata elvetica (non a caso nella classifica dei paesi più felici è terza, la Svizzera) ove io colgo una simile forte relazione identitaria con il luogo e con i suoi potenti paesaggi peculiari, alla base di quella che poi è la determinabile/determinata coesione sociale del paese alpino – una dote che a Sud delle Alpi non è nemmeno lontanamente immaginabile, per dirla tutta.

Poi, sia chiaro, queste classifiche risultano sempre ben più simboliche che significative, e non sanciscono affatto che il “paese più felice” sia anche quello con meno problemi sociali-sociologici o nel quale sia più bello vivere. Ma di sicuro, lo ribadisco proprio in base alla mia esperienza diretta, nel caso della Finlandia dietro quella più o meno effimera prima posizione c’è una realtà del tutto peculiare che, io credo, può veramente risultare emblematica per altri paesi. Per provare a essere ovunque un po’ più felici, come dovremmo auspicarci tutti.

Mappe senza confini

Ho letto un articolo, qualche giorno fa su “Il Post” (cliccate qui sopra per leggerlo anche voi), nel quale, illustrando la “strana” questione cartografica, derivante da quella geopolitica analoga, della rappresentazione dei territori contesi da India, Pakistan e Cina, viene messa nuovamente in luce l’imperituro valore della mappa geografica quale strumento di rappresentazione fondamentale del nostro mondo e, di conseguenza, di noi che lo abitiamo e lo conformiamo (nel bene e nel male) in funzione dell’abitarlo.

Pensateci bene: ben prima di qualsiasi testo scritto, è stata una mappa a generare comunicazioni e messaggi tra esseri umani – in fondo le primitive incisioni rupestri spesso erano proprio rappresentazioni del territorio umanizzato e delle attività svolte in esso – e ancora oggi non c’è forse nulla come una mappa, anche in versione digitale e web, che sappia fornire all’istante una gran quantità di informazioni a chi la sappia leggere e interpretare. Ciò perché, ribadisco, una mappa geografica non rappresenta soltanto la forma del mondo abitato ma anche, se non soprattutto, come è abitato (o non abitato, ovviamente) quel pezzo di mondo raffigurato: è come uno specchio nel quale possiamo osservarci, identificarci, identificare ciò che abbiamo intorno, riconoscere quelle che vi si trova dentro e riconoscerci in esso. Uno strumento insuperabile, appunto, nonostante risalga alla notte dei tempi e in quelle forme primordiali, sostanzialmente, sia ancora prodotto; non a caso è stato asservito da sempre al potere politico, che attraverso le mappe poteva evidenziare la propria forza dominante e, di contro, mantenere il controllo consapevole dei territori dominati.

Per tutto questo tante volte ho disquisito di mappe e carte geografiche qui sul blog, e una delle cose di cui sono più orgoglioso, nel mio piccolo, è l’appartenenza a un gruppo di lavoro cartografico che collabora con uno dei principali editori di cartoguide (nel mio sito trovate le mappe al momento pubblicate). In fondo, saper leggere una mappa significa non solo poter conoscere meglio un territorio e, naturalmente, non perdersi in esso: significa anche ri-conoscere meglio se stessi ovvero noi tutti e la nostra fondamentale relazione con il mondo in cui viviamo. Una relazione, non mi stancherò mai di ricordarlo, indispensabile per abitare al meglio e nella maniera più armoniosa il nostro pianeta – che è poi un modo ulteriore per rimarcare nuovamente l’importanza delle mappe.

Per quanto riguarda nello specifico la questione geopolitica tratta dall’articolo de “Il Post”, poi, be’: consiglierei a indiani, pakistani e cinesi di leggersi il grande Élisée Reclus, geografo tra i più grandi e rivoluzionari di sempre, padre della moderna geografia umana, che aveva capito bene come, su una mappa geografica vera, i confini geopolitici sono l’ultima cosa che servono. Già.

Il paesaggio come “patrimonio genetico”

[Foto di pasja1000 da Pixabay.]
Noi esseri umani, fin dalla notte dei tempi e in fondo come ogni altro animale, riteniamo fondamentale marcare ovvero contrassegnare lo spazio nel quale viviamo, affermando con tale pratica il nostro essere – il che, paradossalmente, ci ricorda pure la nostra “animalità”, appunto. Ma, in buona sostanza, cosa contrassegniamo?

Anch’io, da quando il mio vagare nello spazio s’è fatto consapevole – o meglio: da quando ho sentito il bisogno di conseguire una maggiore consapevolezza di quanto stessi facendo, comprendendo che non era un semplice moto nello spazio fine a sé stesso (e non solo per una mia volontà che non lo fosse) e del quale percepivo, pur in tutta la sua apparente semplicità, molti più sensi di quello meramente ludico-ricreativo (anche senza afferrarli, in principio), mi sono inevitabilmente chiesto cosa realmente stessi praticando e, forse anche di più, dove lo stessi praticando (al fine di rispondere poi all’inevitabile ulteriore domanda: perché lo facessi). La “Natura” in generale, la montagna, le vette, le dorsali i versanti i boschi le colline le valli i prati i nuclei abitati piccoli e grandi… ok, ci siamo, ma cos’è tutto questo? È quasi doveroso chiederselo, nel personale processo di acquisizione della consapevolezza del muoversi nello spazio, non fosse altro per l’ambiguità di fondo presente proprio nel vocabolo “spazio”, estremamente indeterminato e potenzialmente fuorviante: in fondo tutto è spazio, dalla più piccola porzione di terreno fino alle vastità cosmiche (senza contare che certa antropologia contemporanea – Marc Augé, ad esempio – usa il vocabolo “spazio” per designare le superfici “non simbolizzate” del pianeta, cioè quelle magari praticate dall’uomo ma sostanzialmente non vissute).

In verità, ogni volta che cammino lungo un qualsiasi itinerario che attraversa uno spazio, una certa porzione di mondo, mi rendo concretamente conto di come tutti gli elementi naturali e antropici che vi ritrovo sono come tante tessere d’un mosaico composto da diversi strati, i quali a volte sono uno sopra l’altro ma più di frequente sono l’un l’altro accostati o impilati, combinati e connessi. Se gli ambiti frequentati dall’uomo si possono considerare come palinsesti antropologici, in senso materiale, ugualmente ciò vale anche in senso immateriale e riguardo i concetti descrittivi e identificativi che nel tempo le scienze umane hanno formulato per consentire di dare alcune buone risposte a chi come me, quando si muove nello spazio, si chiede il “senso” e il valore del proprio moto in relazione allo spazio in cui si manifesta – al di là del mero godimento estetico dell’andare per sentieri.

Fondamentalmente quegli strati, grazie ai quali io cerco di cogliere in un unicum prima visivo e poi intellettuale e culturale la porzione di mondo che frequento e nella quale sto viaggiando, sono tre. Il territorio è lo spazio fisico in cui mi muovo, quello a volte determinato da caratteristiche geofisiche (monti, fiumi, mari…), in altri casi correlato ad una determinata pertinenza oggettiva (cultura comune, lingua, usi e costumi, storia politica, eccetera) che ne può determinare le caratteristiche materiali e immateriali – la cosiddetta territorializzazione.

Muovendomi nel territorio, entro in relazione con esso e in esso mi caratterizzo come un elemento più o meno interattivo: divento parte dell’ambiente, inteso come il complesso delle cose in relazione reciproca nel e col suddetto (determinato) territorio. L’ambiente, in pratica, è il risultato delle qualificazioni e delle trasformazioni biologiche, storiche e culturali del territorio messe in atto da tutti gli elementi ivi presenti. Trovo molto interessante, al riguardo, il termine tedesco per ambiente, umwelt, nel quale il prefisso um– anteposto al vocabolo welt, “mondo”, esprime un senso di circolarità e dunque di totalità omnicomprensiva di ogni cosa che faccia parte del mondo o, contestualizzando il vocabolo, di un certo territorio.

Dunque, nel mio andare per il mondo mi muovo nel territorio (geografico) ed entro in relazione (biologica) con il suo ambiente: lo vivo, in buona sostanza, e non solo in senso fisico ma pure, anche più, in senso emotivo. Determino il luogo, che la geografia umana definisce proprio come lo spazio emotivamente vissuto. In tal senso la definizione di luogo è legata alla mia soggettività, alla personale percezione della sua realtà in senso materiale e ancor più immateriale, alle mie suggestioni pur quando siano totalmente individuali ed esclusive. D’altro canto sono un uomo e dunque un essere sociale (non smetterei di esserlo anche se vivessi come il più selvatico eremita, semmai rifiuterei consapevolmente questa peculiarità umana), cresciuto in un determinato contesto culturale dotato d’una propria omogeneità di fondo peraltro del tutto legata al territorio nella quale si manifesta e alla sua territorializzazione: la mia soggettività è inevitabilmente formata da elementi generati da quel contesto, similmente a quella di diversi altri individui che vivono lo stesso ambito, e questa compartecipazione emotiva più o meno diretta determina il luogo anche in senso materiale, mentale e in modo identificabile e riconoscibile. Mi viene da dire, in pratica, che il luogo sia l’evoluzione finale del processo di qualificazione e trasformazione nonché delle relazioni proprie dell’ambiente, il tutto incrementato e valorizzato dall’appropriazione emotiva di chi lo vive e frequenta. Da essa scaturisce (o dovrebbe scaturire) il “senso di luogo” che citavo poco fa, inteso proprio come il significato strutturato derivante dal complesso delle interazioni sociali, psichiche, emotive, sentimentali, intellettuali (anche quando contrastanti) nonché prettamente funzionali – il tutto sviluppato nel tempo storico – delle persone che frequentano il luogo. Una strutturazione di senso molto complessa e sostanzialmente sfuggente, nella sua completezza, anche perché in costante evoluzione (e così deve sempre essere, se il luogo vuole rimanere tale), ma d’altro canto d’importanza basilare, perché è in tale ambito (che a questo punto è anche antropologico) che si genera pure l’identità culturale, forma concreta del legame reciproco tra i luoghi del territorio e le persone che li vivono e se ne possono dire competenti (senza alcuna devianza etnocentrica, sia chiaro).

E se in una direzione tale legame diventa essenza identitaria, come detto, dall’altro si trasforma in – se così posso dire – “patrimonio genetico” da cui attinge la vita il Genius Loci, lo spirito del luogo “con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare”, come ha scritto Christian Norberg-Schulz nel proprio celeberrimo saggio sul tema. In fondo, il legame antropologico dell’uomo con il luogo diviene pure il principale “alfabeto” immateriale con cui poter comunicare con il Genius Loci e così da esso “acquisire” informazioni fondamentale per vivere il/nel luogo e, al contempo, “comunicare” le proprie – le convenienze, i bisogni, le necessità, le trasformazioni, le paure, le visioni riguardo il luogo stesso. Un dialogo fondamentale, questo (quantunque non di rado rivelatosi cacofonico e sterile) per tracciare e lasciare buoni segni nel territorio vissuto – non è stato un caso l’uso che ho fatto, poco sopra, del termine “alfabeto”: alla fine i segni sono gli stessi, e la differenza è identica a quella che corre tra la parola parlata e quella scritta.