Oggi, su “Valsassina News”

Oggi, su “Valsassina News” è uscita una mia riflessione su quanto accaduto in Marmolada domenica scorsa e, in generale, su come potrà (e dovrà) cambiare la nostra relazione con le montagne nel prossimo futuro in forza della realtà climatica e ambientale che ci aspetta; per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra. Ringrazio molto la redazione per avermi sollecitato tale riflessione e per averla ritenuta così interessante da poter essere pubblicata.

Come ho scritto fin dalle prime righe del testo, trovo che sia tutt’ora parecchio difficile esprimere qualcosa in merito alla tragedia della Marmolada: troppo recente l’evento, troppo grande lo sconcerto e intenso il dolore per chi lassù ha perso la vita. Ho letto alcune valide considerazioni di climatologi e glaciologi in mezzo al solito bailamme di opinioni superficiali e inutili che sovente hanno preso la forma di vere e proprie stupidaggini – in perfetto stile mediatico italiano, ahinoi. Ho dunque provato a riflettere su alcune ulteriori e significative evidenze correlate all’evento, cercando di trarne qualche considerazione sensata che spero sia utile al dibattito più consapevole (ovvero meno vacuo e strumentalizzato) su questi temi. Un dibattito che d’altro canto deve diventare sempre più corposo e condiviso, visto il futuro che ci aspetta e la necessità ineluttabile di adattarcisi al meglio – o alla meno peggio.

Buona lettura! – se l’affronterete, e fatemi sapere che ne pensate.

Appartenere al punto di vista dei vagabondi

[Foto di Sergey Pesterev da Unsplash.]

La mattina del 24 agosto iniziava il secondo mese di cammino attraverso le Alpi. Fin qui, nella mia ricostruzione, ho voluto raccontare il viaggio quasi passo passo, giorno per giorno, per consentire al lettore di immergersi nella trasformazione emotiva di ragazzi che affrontano il distacco dal mondo cittadino per diventare viandanti della montagna, in cerca delle molte risposte che la civiltà umana non sa dare. Come capii allora, avendone conferma in occasioni successive, dopo circa un mese di traversata – nelle condizioni di isolamento dalle cronache del mondo civile che si viveva all’epoca – si apre una nuova porta esperienziale e cognitiva: ormai si appartiene al punto di vista dei vagabondi, la natura è la propria casa e gli schemi di pensiero tipici della vita urbana sono dimenticati, quasi che non dovessero mai più riguardarci.

(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.156.)

L’importanza fondamentale di conservare in noi, esseri tecnologici fondamentalmente stanziali, la natura vagabonda ovvero l’impulso al nomadismo, nelle parole e nell’esperienza di Michieli. Una dote che come poche altre ha reso l’uomo un Sapiens e lo ha relazionato al mondo vissuto ma che oggi appare quasi del tutto dimenticata, nella sua accezione originaria e antropologica. Ne riparlerò a breve, di questo tema.

Una cartolina dal Monviso

«Il Monviso! Questa maravigliosa montagna, che forma la parte più originale, più graziosa e più ardita dell’impareggiabile cornice che corona ogni vista dell’Italia settentrionale: il padre del maggior fiume d’Italia: la sola cima alpina e importante, di cui pare che i romani ci mandassero memoria, il pinifer Vesulus. […] Immagina posto verticalmente uno di quei pugnali triangolari con cui solevano talvolta sbudellarsi i nostri padri; supponi quindi che si giri una delle costole del medesimo infino a che venga a porsi nello stesso piano verticale contenente un’altra costola, ed avrai un’idea della forma del Monviso.»

[Quintino Sella, Una salita al Monviso. Lettera a Bartolomeo Gastaldi, 1863. Immagine della cartolina di Felsbrunn, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

 

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.

Denunciare chi danneggia il paesaggio serve a qualcosa?

Quando disquisisco qui sul blog o altrove di opere, lavori, interventi e progetti in montagna che nei fatti appaiono quanto meno discutibili se non proprio dissennati e guidati da logiche che con la cultura di montagna e la salvaguardia del paesaggio alpino stridono palesemente, qualche amico che magari a sua volta si occupa di questi argomenti me lo fa notare spesso: «tu denunci, noi denunciamo ma poi la maggior parte delle persone non capisce, a volte persino approva!» e chi agisce in quel modo, anche a fronte di danni evidenti, lo fa e continua a farlo in modo indisturbato e senza alcuna conseguenza o riconoscimento delle proprie responsabilità, scambiando furbescamente la noncuranza e l’inconsapevolezza (dovrei scrivere “ignoranza”, forse?) maggioritaria come gradimento e consenso.

Hanno ragione, questi amici. Viene da chiedersi a cosa serva denunciare, mettere in evidenza, spiegare, argomentare, proporre alternative, quando poi tutte queste dissertazioni rimbalzano contro troppe persone prive, loro malgrado, degli strumenti culturali per capire e dunque cadono nel vuoto – sempre che nel frattempo non si venga additati come “soliti rompicoglioni” o altre simili amenità. Ci si risponde che sarebbe peggio se non si facesse tutto ciò, se si lasciasse totale campo libero a chi crede di poter fare del bene pubblico e del patrimonio ambientale ciò che vuole per perseguire i propri tornaconti personali pretendendo in cambio consensi unanimi, plausi e lodi. Viene però anche da temere che, pur auspicando che tutta questa attività di formazione d’una consapevolezza civica al riguardo e a favore della presa di coscienza della realtà concreta e oggettiva delle cose (uso tali definizioni altisonanti con tutta la modestia del caso, sia chiaro), riesca col tempo a ottenere i risultati sperati, quando ciò accadrà sarà troppo tardi e a fronte di un pubblico finalmente informato, consapevole, attento e sensibile, i danni nel frattempo perpetrati da chi detiene il potere decisionale saranno ormai vasti e irreparabili. Verrebbe pure da pensare, a prescindere dall’attività di informazione obiettiva suddetta, che sarebbe il caso di argomentare meno a passare più diffusamente a contromisure drastiche ma probabilmente meglio comprensibili da quel pubblico in gran parte disattento e allarmabile solo con le maniere più decise: ad esempio, mettere in pubblica evidenza non più l’opinabilità di un progetto e di un lavoro attraverso argomentazioni estese e dettagliate (considerazioni ritenute spesso troppo tecniciste e colte dunque ignorate da chi non sa leggere più di poche righe alla volta in perfetto stile social network) ma, più direttamente, la scemenza dell’amministratore pubblico o degli amministratori pubblici che ne sono responsabili. «Tu, sindaco, non stai sbagliando questo intervento per questa o quell’altra motivazione tecnico-scientifica, ma perché sei scemo!»: il concetto sarebbe più chiaro, no? Oppure, pretendere -ad esempio per i territori alpini come la Val di Mello, oggetto di recenti interventi alquanto discutibili e di alcuni miei relativi scritti (e sulla cui questione lì sopra vedete una mini-rassegna stampa) – non più soltanto una più attenta salvaguardia ambientale o un maggior controllo del turismo o degli accessi in generale al luogo ma proprio la chiusura dello stesso per tot anni, trovando il modo di salvaguardare le attività che ci lavorano ma di contro dicendo chiaramente e pubblicamente che «lo stavate conciando da fare schifo, tutti voi, ora è bene che ne stiate lontani per un bel po’, razza di barbari che non siete altro!»: a mali estremi, estremi rimedi, insomma, e chi protesta al riguardo si guardi prima allo specchio come chiunque altro – perché in queste circostanze le colpe sono di tutti, anche dei “buoni” a volte così tanto buoni da apparire coglioni.

Insomma, avete capito il concetto di fondo. Se uno imbratta la Monna Lisa disegnandoci sopra dei “simpatici” fiorellini rosa e dieci denunciano il fatto ma intanto cento pubblicano sul web la foto dell’opera imbrattata sui social (o altrove: non è il mezzo che conta, nella forma) commentando «Che figata! Così è più bella!», tanto lontano quella denuncia non può andare. Di contro, a furia di insistere magari tra un tot di tempo la maggioranza finalmente capirà: ma il capolavoro sarà recuperabile al proprio antico splendore o, passato così tanto tempo, si sarà ormai danneggiato permanentemente? Tuttavia, a non denunciare e passare per “soliti rompicoglioni”, non sarebbe ancora peggio?

Il dubbio resta aleggiante, insomma, ma mi torna in mente quel noto aforisma di Voltaire, «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno», dunque, personalmente, preferisco arrovellarmi in quelle domande ma intanto non restare con le mani in mano e la bocca chiusa, al contempo continuando a pensare, meditare, studiare, comprendere, agire fin dove e quanto possibile, sperando che col tempo i buoni frutti (civici) possano sempre più crescere. Perché d’altronde c’era pure Goethe che disse «Il dubbio cresce con la conoscenza» ed è un principio che, se lo si riesce a manifestare concretamente, non può che aiutare chiunque, i dubbiosi consapevoli tanto quanto i sicuri inconsapevoli. Ecco.