Sulla questione del taglio dei boschi in montagna (anche a Morterone, sul Resegone)

Nei giorni scorsi numerosi amici mi hanno scritto per segnalarmi i lavori di taglio del bosco in corso sul versante di Morterone del Resegone, anche attraverso immagini fotografiche le quali hanno scatenato un gran dibattito soprattutto sui social, ricco soprattutto di espressioni di biasimo per quei lavori forestali (immagini che in parte vedete lì sopra, prese dalla pagina Facebook del Rifugio Azzoni, autore del mirabile/famigerato post ironico che ha scatenato tutto quanto). Probabilmente la vicenda a molti è ormai nota dunque ora non la riassumerò di nuovo (chi invece non ne fosse a conoscenza trova parole al riguardi qui e qui), e ringrazio molto della considerazione quegli amici che me ne hanno dato notizia. Non avendo personalmente constatato lo stato di fatto, sul Resegone, ho chiesto a amici ben titolati – funzionari Ersaf, professionisti dei lavori forestali, tecnici della comunità montana competente – qualche prezioso chiarimento al riguardo per capire meglio la situazione e a mia volta ringrazio loro per avermeli forniti. Tuttavia, non avendo al momento ancora visitato la zona e aver visto con i miei occhi, vorrei qui esprimere alcune considerazioni di carattere generale che però ben si adattano anche al caso specifico di Morterone.

Innanzi tutto, la coltivazione del bosco – risorsa naturale che si rinnova costantemente, seppur in tempi medio-lunghi – è un’attività che fin da quando l’uomo ha abitato stanzialmente le montagne viene praticata, un tempo ben più di oggi vista la maggiore importanza del legno per la vita dei montanari. Le valenze di natura umanistico-culturale del bosco (e della montagna in genere) si sono sviluppate e diffuse in tempi più recenti mentre secoli addietro erano prerogativa delle più antiche religioni europee; oggi il bosco è considerato non solo un elemento estetico fondamentale per l’elaborazione della “bellezza” del territorio montano e della relazione con il suo paesaggio ma pure un fattore turistico sovente importante – con i rischi che ciò comporta, in primis di una considerazione del bosco più superficiale che approfondita, ma è comprensibile. La crescente sensibilità ambientale verso la Natura acuisce – fortunatamente – l’attenzione diffusa verso il bosco, facendo più sensibile anche lo sguardo dei frequentatori in caso di modifiche visibili al suo aspetto naturale, come ad esempio in occasione di lavori forestali – a prescindere che siano ben fatti o mal eseguiti. Così, uno squarcio nel bosco dovuto al taglio di alberi è recepito di primo acchito dalla sensibilità comune come una cosa brutta e dunque “sbagliata”: ciò avviene soprattutto in montagna, territorio di particolare pregio estetico e delicatezza ambientale nel quale tuttavia, bisogna rimarcarlo, il bosco è da decenni in avanzamento costante. Nello specifico del territorio regionale lombardo, l’81% del bosco è situato nelle aree montane, il 12% nella fascia collinare e il 7% in pianura: è dunque nelle zone più antropizzate che ci sarebbe bisogno di maggiori superfici boscate e invece qui i boschi diminuiscono sempre di più, distrutti dall’incessante consumo di suolo, mentre sui monti i boschi aumentano appunto. Questo naturalmente non giustifica eventuali interventi malfatti dal punto di vista forestale, ecosistemico e paesaggistico, ma può aiutare a contestualizzare meglio la questione generale; d’altro canto l’avanzamento del bosco in aree montane non è sempre una cosa positiva, soprattutto nelle zone abitate e manutenute per secoli dall’uomo e poi abbandonate.

Posto tutto questo, mi pare che il caso di Morterone entri nel solco di altri episodi simili nei quali, anche più che la mera conformità dei lavori eseguiti e la loro legittimità amministrativa, si evidenzia un modus operandi politico piuttosto nebuloso riguardo il quale, probabilmente, sarebbero da indirizzare i biasimi pubblici. Voglio dire: i lavori sul Resegone sono stati regolarmente autorizzati, insistono su terreni privati e non sul demanio di competenza Ersaf e vengono eseguiti per commercio del legname, dunque nulla che, piaccia o meno, possa essere contestato e che appaia fuori dall’ordinario, formalmente. Semmai si potrebbero opporre osservazioni sulle valutazioni d’impatto estetico di tali lavori, analizzando il valore paesaggistico dello specifico luogo in questione e l’importanza della presenza boschiva per l’elaborazione culturale del territorio, peraltro abitualmente frequentato dagli escursionisti, non certo sperso in una zona disabitata e lontana dalla vista. Ciò per elaborare un più attento protocollo a tutela dell’aspetto del paesaggio locale evitando così la realizzazione di grandi “buchi” nel tappeto forestale che inevitabilmente destano disapprovazioni in chiunque se li trova davanti agli occhi. È qualcosa che già si considera, questo? Se sì, è forse da sviluppare meglio al fine di migliorare conseguentemente i lavori forestali in relazione al paesaggio locale? C’è anche una mancanza di dialogo tra le istituzioni politiche alle quali fanno capo i lavori e il pubblico che frequenta la zona il quale ne è così sensibile? Lavori del genere, visivamente impattanti, forse vengono troppo spesso imposti al paesaggio senza averne data prima un’adeguata informazione? O magari lo si fa apposta proprio per non sollevare anticipatamente critiche che potrebbero ritardare quando non bloccare i lavori?

Questione pista forestale, ora: a mio parere anche più delicata di quello del taglio del bosco. Tali piste sono necessarie per eseguire lavori forestali ben fatti e, poi, per mantenere costante la coltivazione del bosco, questo è indubbio. D’altro canto è altrettanto evidente che spesso vengano eseguite senza troppa cura per il territorio e per quanto già di etno-antropico – ma armonico – esso presenta, ad esempio sentieri ormai storici quando non mulattiere secolari. Inoltre tali piste, appunto fatte in economia e dunque quasi mai dotate di quelle opere atte a non innescare problematiche idrogeologiche (canaline di scolo dell’acqua, bordature di contenimento, muri di sostegno a monte e a valle), abbisognano di una continua manutenzione soprattutto in questi anni di cambiamenti climatici e relativi fenomeni meteorologici sovente estremi: bastano pochi nubifragi per rendere una pista in origine ben livellata una specie di letto torrentizio dal fondo estremamente sconnesso. Senza contare poi la necessità tanto di un divieto di transito a estranei quanto del conseguente controllo: presente quasi sempre il primo ma regolarmente assente il secondo. Ecco dunque che tali piste diventano in breve tempo piste di downhill o peggio tracciati di enduro, il che le devasta in modi ancora più gravi e irreparabili. Per giunta, se qualcuno più o meno lecitamente comincia a passare, finisce che ci passano tutti.

Ho saputo che la pista di Morterone era nata come provvisoria (dunque con l’obbligo di rinaturalizzazione del terreno a fine lavori forestali) ma è stata resa definitiva da un apposito provvedimento della Comunità Montana della Valsassina, ente competente al riguardo. Perché? Forse è giusto così, forse no e magari ciò acuisce la probabilità di accadimento dei rischi che ho citato poco sopra: ho chiesto lumi al riguardo alla Comunità Montana, la quale al momento non mi ha risposto (ma ci sta, non sono un pubblico ufficiale e nemmeno qualcuno così degno di attenzione anche se una risposta di cortesia potevano quanto meno produrla). C’è un rischio ulteriore peraltro, in presenza di queste piste forestali: dopo qualche anno e senza la necessaria manutenzione si deteriorano inevitabilmente, dunque che si fa? O le si lascia andare alla malora del tutto, così che probabilmente una bella frana prima o poi dissesterà il versante, oppure, già che il tracciato c’è, perché non cementarla o addirittura asfaltarla? E già che ci siamo, perché non prolungarla fino a qualche altro punto del territorio oppure – vista l’attuale proliferazione – in un nuovo e allettante anello turistico per le mtb? Un degrado di diversa forma ma di similare dissestante sostanza.

Insomma, trovare il punto di equilibrio tra convenienze e salvaguardie, tra necessità e conformità ovvero tra uso e tutela di un bene ecosistemico come quello forestale, con tutte le sue valenze e le ricadute materiali e immateriali, non è semplice ma nemmeno così complicato, se si possiedono i corretti strumenti culturali – a supporto delle ovvie competenze tecniche – e si mette in campo la volontà di condividere la gestione politica di un patrimonio fondamentale come i boschi e il paesaggio montano nella sua totalità, elaborata attraverso un progetto di fruizione delle risorse naturali che non sia mirato alle sole convenienze del momento ma sviluppato nel tempo e con precisi target da rispettare. Sono osservazioni che dovrebbero essere ovvie in interventi ambientali come quello di Morterone: mi auguro che sia così. D’altro canto che sorgano cotante vibranti proteste a fronte di lavori forestali in montagna, al netto di quelle fatte tanto per fare e non essere da meno ad altri (frequenti sui social) credo sia un bene: servono per rendere consapevoli i decisori politici che tutto si può fare, formalmente, ma nulla che non sia logico e fatto con buon senso in primis quando si va a toccare un patrimonio che, anche quando insistente su proprietà privata, mantiene la sua prerogativa di paesaggio pubblico, con il quale tutti noi abbiamo una relazione – più o meno consapevole.

In ogni caso conto di salire a breve in zona per constatare di persona i lavori svolti, sperando vivamente che chi li ha giudicati nei modi più negativi si sia sbagliato.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): Les Deux Alpes

[Il ghiacciaio di Mont-de-Lans a Les Deux Alpes negli anni in cui era ancora in salute, con l’area sciabile estiva. Immagine tratta da https://jam.it.]
Durante la scorsa estate 2022 la combinazione di scarse nevicate invernali/primaverili e temperature estive parecchio elevate – due fenomeni conseguenti al cambiamento climatico in corso – aveva reso la situazione dei ghiacciai alpini drammatica come non mai. Per questo avevo dedicato, qui sul blog, alcuni articoli a questa realtà alpina in divenire intitolati “C’era una volta lo sci estivo” con l’intento di proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

In calce a questo post trovate gli articoli del 2022 e i relativi ghiacciai sui quali avevo scritto.

Anche l’inverno 2022/2023 è stato avaro di neve, ma una primavera particolarmente piovosa e nevosa alle alte quote aveva concesso ai ghiacciai alpini un apparente sollievo. Purtroppo l’estate in corso si sta caratterizzando, nuovamente, inesorabilmente, come caldissima – martedì 4 luglio è stato il giorno più caldo mai registrato a livello globale: come al solito i ghiacciai alpini sono i primi a soffrirne le conseguenze, essendo per giunta quella delle Alpi una regione che si scaldando ancora più della media mondiale. Per tutto ciò devo tristemente riprendere la serie di articoli “C’era una volta lo sci estivo”: il fine non è di muovere una critica alla presenza perdurante di infrastrutture sciistiche sui ghiacciai (questa semmai viene da sé) ma di registrare la trasformazione radicale e alienante di alcuni paesaggi di montagna che non potremo più vivere – e non vedremo più – come li abbiamo vissuti e visti fono a solo pochi anni fa: una metamorfosi così profonda che non può non far riflettere, e non solo dal punto di vista climatico.

Riprendo la serie con il ghiacciaio Mont-de-Lans, meglio conosciuto come il ghiacciaio di Les Deux Alpes, nella regione Alvernia-Rodano-Alpi, una delle stazioni sciistiche francesi più note in assoluto. Famoso per essere stato il più grande ghiacciaio sciabile d’Europa, regolarmente aperto per l’intera estate grazie all’altitudine elevata (gli impianti giungono a quasi 3600 m), è stato di contro tra i primi a subire pesantemente gli effetti del cambiamento climatico, anche in forza della sua esposizione a ovest, costringendo i gestori del comprensorio a chiudere la stagione sciistica estiva sempre prima. Se lo scorso anno, così nivologicamente problematico, gli impianti chiusero il 10 luglio, quest’anno, nonostante le nevicate primaverili, hanno già chiuso domenica scorsa 9 luglio. Non solo: la definizione «sci estivo» è scomparsa dalla comunicazione pubblicitaria della stazione, che ora si riferisce solo allo «sci primaverile» aperto in via prioritaria ai professionisti.

Nell’immagine in testa al post vedete il ghiacciaio quando era in salute; cliccando sull’immagine qui sotto lo potete vedere com’era in un video del 1981:

Qui sotto nell’agosto 2009 e nel luglio 2015, ancora relativamente ben messo (fonte qui e qui):

Qui sotto invece è il 2019, con la situazione che nel giro di pochi anni si presenta già drammatica (fonte qui):

Infine due immagini di lunedì 10 luglio scorso, intorno alle ore 17, dalle webcam del sito della località, la prima a 3200 m e la seconda a 3400 m:

Per molti versi è una dichiarazione di resa definitiva, di “addio” di Les Deux Alpes all’epoca dello sci estivo e dunque, ineluttabilmente, al suo grande e rinomato ghiacciaio, destinato a rimanere tale solo nei ricordi dei meno giovani.

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):

Piani Resinelli, le conseguenze inevitabili

Piani Resinelli, celeberrima località montana sopra Lecco e ai piedi della Grignetta. Un luogo meraviglioso con una storia importante e infinite potenzialità turistico-culturali, sul quale per questo scrivo spesso.

Anno 2021: io che non sono nessuno, sia chiaro, riguardo l’orribile e inutile passerella panoramica che a luglio di quell’anno venne inaugurata ai Resinelli così scrivevo:

Quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.

Inevitabilmente degrada, già.

Anno 2023, solo due anni dopo:

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla e leggerla meglio, anche perché l’articolo contiene osservazioni estremamente significative.]
Andiamo avanti così? È questa la montagna che vogliamo, è questo lo “sviluppo turistico” che gli vogliamo imporre? Passerelle, megapanchine, ponti tibetani, luna park alpini… massificazione turistica, maleducazione verso il luogo, immondizia, degrado.

Ripeto: andiamo avanti così?

Pedalare in montagna e in città, una questione di vita o di morte

[Una bike lane in mezzo al traffico a Milano: quanto di più pericoloso vi sia per i ciclisti. Immagine tratta da bikeitalia.it.]
Ancora in tema di ciclovie montane e non solo (è un tema caldo, senza dubbio, e non solo per le temperature estive) sulle quali qualche giorno fa si è espresso con ottime considerazioni Michele Comi (ne ho scritto qui). Mentre «Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura.» (Comi, appunto), nelle città e nelle zone più urbanizzate ci si guarda bene dall’incrementare in maniera autentica la rete cicloviaria, con il risultato che di incidenti che coinvolgono ciclisti ce ne sono a iosa, non di rado tragici. Una situazione stridente nelle sue opposte realtà e profondamente sconcertante, come misi in evidenza già qui. Prima la politica – e nello specifico il Ministero per le Infrastrutture – ha pensato di azzerare del tutto, nella Legge di Bilancio 2023, le risorse atte alla realizzazione di percorsi cicloviari nelle zone urbane, poi, tra le proteste di molti, ha ripristinato un miserrimo contributo: una vera e propria presa in giro, sotto tutti i punti di vista. Peraltro, tale politica menefreghista, spalleggiata da certa classe dirigente che si permette sparate del tipo “Pnrr: riforme, non piste ciclabili» che sono tanto insulse quanto infondate, perché vorrebbero far credere che, ai fondi del Pnrr, per fare nuove piste ciclabili si sottrarrebbero un sacco di soldi quando è evidente che ne basterebbe una percentuale risibile per aumentare in maniera ingente la rete cicloviaria nazionale.

Solo qualche giorno fa il Politecnico di Milano ha redatto il primo Atlante dei morti e feriti gravi in bicicletta, con lo scopo di «costituire un osservatorio dell’incidentalità ciclistica in grado non solo di svolgere attività di monitoraggio sugli incidenti avvenuti, ma anche di costruire conoscenza prefigurativa, così da poter fornire un contributo proattivo mirato a individuare preventivamente i luoghi di maggior pericolosità potenziale per chi intende muoversi in bicicletta». Lavoro assolutamente importante e di sicura efficacia per quanto prospettato, ma… un “ma” viene inesorabile, nella situazione in cui versa la questione: ma serve veramente uno studio così titolato per conoscere sapere quali siano le strade più pericolose per i ciclisti, quando basta guardare intorno per sapere che lo sono tutte salvo rarissime eccezioni? Non è che uno studio del genere lascia ancora ferma la questione alle parole (importanti, ribadisco di nuovo) quando da tempo si dovrebbero sollecitare con vigore i fatti indispensabili affinché i ciclisti non debbano più rischiare la vita ogni volta che percorrono una strada o una via cittadina italiana, come dovrebbe accadere in ogni paese realmente civile e veramente attento alla salvaguardia dei propri cittadini, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale tutti parlano e spesso blaterano di “mobilità sostenibile”?

Infine, una provocazione (?): di recente a Milano – città che ha il drammatico record nazionale di ciclisti morti in incidenti stradali – si è discusso di istituire un’ampia “Zona 30” anche, se non soprattutto, per incrementare la sicurezza di pedoni e ciclisti. Ma una città realmente protesa al futuro come così spesso Milano si vanta di essere, le autovetture non dovrebbe eliminarle totalmente dalle proprie vie, con solo rarisssssssime eccezioni, portando di contro a un livello di eccellenza assoluta la rete urbana dei trasporti pubblici? Una “città”, per poter essere considerata tale nella contemporaneità, non dovrebbe essere completamente a disposizione di chi va a piedi o in bicicletta? Vi pare logico che le nostre città, (definizione: «Centro abitato fornito di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale» e ribadisco: condizioni favorevoli alla vita sociale) siano in mano ai mezzi motorizzati, al loro caos, all’inquinamento che provocano e ai pericoli che la loro circolazione sovrabbondante generano?

Secondo me, tutte queste sono domande retoriche. Ma forse sono solo un visionario talmente ingenuo da non voler capire chi comanda, nelle nostre città, e come e perché.

La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.