Angeloga, inatteso dono alpino (summer rewind)

[Immagine tratta da www.valchiavenna.comqui.]

L’Alpe Angeloga è un dono inatteso, di quelli che non ci si aspetta e se pur si aspettano ci si attendono più “ordinari”, così che per questo lasciano alquanto incantati e sorpresi, quando si ricevono.

Sia che vi si giunga dall’itinerario che dall’ameno villaggio di Fraciscio risale prima il fondo e poi il fianco settentrionale dell’incassata Valle della Rabbiosa – idronimo che è tutto un programma, ben inscenato poi dalle numerose cascate che caratterizzano il corso del torrente -, sia che ci si arrivi lungo il panoramico e a volte esposto tracciato che dall’Alpe Motta taglia il fianco meridionale del Pizzo Groppera, non ci si aspetterebbe mai di trovarsi di fronte, quasi all’improvviso, una piana così “piana”, così regolarmente tonda, piazzata sul fondo di una specie di cratere racchiuso per più di metà bordo da vette così severe e imponenti, agghindata nel suo centro da un così bel lago alpino sulle cui rive si adagia un minuscolo e così pittoresco crocchio di baite in pietra e intorno alpeggi così verdi… E dunque così, ovvero per tutti questi motivi, arrivare all’Angeloga dal basso oppure dall’alto – perché provenendo da Motta ci si cala nella conca, per qualche decina di metri – e da Fraciscio appena dopo alcuni dossoni di erba e gande oppure da Motta superando un crestone che scende ripido dal Groppera, trovarsi di fronte un paesaggio così suggestivo, che tanto le armonie quanto i contrasti del contesto naturale fanno sembrare simile a una delle tele più luminose di Segantini – Mezzogiorno sulle Alpi, ad esempio – suscita una sorpresa immediata e un’emozione fremente, come se d’improvviso ci si sentisse aprire e allargare l’animo facendo entrare luce, aria, colori, forme, gioia – quella gioia inimitabile che nasce quando ci si capacità di essere giunti in un luogo nel quale da subito ci si sente bene.

Nel gioco delle peculiari prospettive che disegna il paesaggio, l’elegante Pizzo Stella, la vetta più alta tra quelle prospicienti la conca dell’Angeloga, sembra ancora più elevata e imponente mentre di contro il piano dell’alpe pare più piccolo di quanto non sia, così compresso tra le pareti rocciose e i ripidi prati. Ci pensa il lago, nel centro della conca, con le sue acque cristalline spesso delicatamente increspate dalla brezza che risale tranquilla la Valle della Rabbiosa, a rappresentare il punto di equilibrio, e il diapason armonico, del paesaggio di Angeloga, specchio liquido che porta il blu del cielo nei prati e la sensazione di infinito nei cuori. D’altro canto è la stessa geografia di questo luogo che sa di infinito, o quanto meno di vastità: quelle del lago, e dei ruscelli di origine nivale che vi afferiscono e poi scendono nella valle, laterale della Val San Giacomo, sono le prime acque di questa regione alpina ad andare verso Sud e il Mediterraneo; appena sopra l’Angeloga, oltre l’ampia sella che adduce alla Val di Lei, invece zampillano acque già nordiche, dirette verso il bacino del fiume Reno e, dunque, il Mare del Nord. Ci si sente protetti dai possenti bastioni alpini, qui, ma al contempo virtualmente affacciati sull’intero continente, ed è forse anche per questo che ci si sente così bene, in questo luogo: si gode di una sublime intimità montana, col resto del mondo quotidiano che resta confinato laggiù, oltre il ciglio della conca, e parimenti si è al “centro del centro” delle Alpi, dove si incontrano la parte occidentale e la parte orientale della catena alpina – divise dalla linea fluviale formata dal Reno Posteriore (sul versante elvetico, oltre il valico dello Spluga), dal Liro (che percorre la Val San Giacomo) quindi dal Mera e dall’Adda – nonché dove si incontrano la parte Nord dell’Europa, disegnata dal relativo bacino imbrifero i cui fiumi vanno a settentrione, e la parte Sud le cui acque scendono a meridione, verso quel Mare Nostrum che ci divide e unisce all’Africa e all’Oriente.

Chissà se le sanno queste cose, i vari animali che nel mezzo dell’estate hanno la fortuna di pascolare sui dolci e floridi prati dell’Angeloga, se a loro interessano oppure se la loro geografia è fatta di altre nozioni, altre mappe, altre coordinate. Eppure, io credo che in comune con gli umani più sensibili gli animali si rendano conto della grande bellezza del luogo: perché sono sempre particolarmente vivaci e socievoli, come fossero felici di starsene lì e volessero a loro modo manifestarlo agli umani, per essere certi che essi non vivano il luogo soltanto in modo meramente ricreativo ma, come loro, si capacitino del bellissimo regalo che l’Angeloga dona a chiunque vi giunga. Sarebbe un peccato, altrimenti, non godere della relativa, incantevole sorpresa.

A Madesimo c’è una buona notizia, e una forse meno buona

Ho scritto tante volte qui e altrove del Lago di Motta, meglio conosciuto come Lago Azzurro, uno degli specchi d’acqua naturali più belli delle Alpi lombarde, da qualche stagione “scomparso” – cioè svuotato delle sue acque – in forza dei periodi di scarse precipitazioni nevose e piovose. Be’, c‘è una buona notizia per i suoi tanti estimatori: è ricomparso, bello pieno, presumibilmente grazie alle recenti e intense piogge. Speriamo che resti così a lungo, al netto delle sue variazioni stagionali ordinarie: l’evidenza che il lago sia così dipendente dalle precipitazioni, che i cambiamenti climatici in corso rendono sempre più irregolari sia in quantità che in periodicità, non risolve la preoccupazione per la sua sussistenza ma, appunto, c’è da augurarsi che le cose per il Lago Azzurro si rimettano al meglio.

Di contro, c’è un’altra notizia che concerne la zona, forse meno buona: è ormai quasi pronto il nuovo grande bacino di raccolta delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento programmato delle piste da sci di Madesimo. Ecco, in tal caso – al netto dell’assenso o del dissenso verso un’opera del genere – bisogna vivamente sperare che tale bacino non vada a drenare eccessivamente le risorse idriche del territorio (in un articolo del 2021 si legge che «L’acqua sarà prelevata dal torrente Groppera senza modifiche rispetto al prelievo attuale. Andrà ad alimentare un bacino da 45 mila metri cubi»), compromettendo la salute dei corsi d’acqua e magari quella dei bacini lacustri naturali della zona, proprio in considerazione delle mutate condizioni climatiche, dunque inesorabilmente pregiudicando pure la bellezza e il valore ambientale del paesaggio locale.

Purtroppo, il futuro delle nostre montagne è spesso troppo legato a mere speranze più che a solide certezze, visioni programmatiche, idee virtuose, resilienze necessarie. È un altro macro-tema sul quale ci sarebbe moltissimo da lavorare, e con urgenza.

La grande diga e le piccole pecore

“Remènch” o “raméngo” è la forma dialettale di “ramingo”. I pastori della bergamasca e del bresciano usano questa parola con il significato di “vagabondare” applicata alla forma di “pascolo vagante”, praticata in inverno entro ampie aree di pianura («‘nà a remènch»).

Trovo sia un’immagine eccezionale, quella che pubblico lì sopra, capace di unire due ambiti poliedrici e apparenti opposti in un’inopinata armonia, pur fugace ma che nel “qui e ora” del suo accadimento, fissato dall’obiettivo del fotografo, è potente, emblematica, poetica: la grande diga della Val di Lei, la sua possanza ingegneristica solidamente materiale che si fa emblema di un’antropizzazione tecnologica e per certi versi forzata del territorio alpino, quantunque certamente dotata di proprie buone funzionalità, e su di essa il grande gregge di pecore di Gabriele Arrigoni, giovane pastore transumante bergamasco, che riporta a un’idea di presenza umana sui monti ben più legata alla Natura e a una relazione necessariamente equilibrata con essa ma pure, in tale momento, con la parte più evoluta, o più “spinta”, dell’antropizzazione delle terre alte. Così la grande e possente diga di calcestruzzo contrasta la spinta dell’enorme massa d’acqua alle sue spalle e, al contempo, consente il transito bucolico e vivace delle pecore impegnate nel proprio ciclo vitale insieme al loro pastore.

Immagine bellissima anche perché assai emblematica e ricca di sfumature culturali, appunto.

La fotografia è tratta dal libro Remènch. Transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, con testi di Marta Morazzoni, Anna Carissoni, Giovanni Mocchi, Lucia Maggiolo, edito da Pubblinova Edizioni Negri nel novembre 2020, dalla cui presentazione ho tratto anche la citazione iniziale. Ne vedete la copertina lì sopra e lo potete trovare qui. Per questo articolo l’immagine l’ho tratta dalla pagina Facebook di Rete Fotografia.

L’odore di letame

[Foto di Pete Linforth da Pixabay.]

Avevo otto anni quando abbiamo lasciato Zernez per stabilirci a Lavin nella casa paterna di mamma, giù presso il ponte di Coray, sull’Inn. La notte si sentiva il mormorio del fiume. Poi se una volta si dormiva altrove, proprio quel rumore mancava.
Il paese non è molto cambiato dal tempo della mia infanzia: qualche casa nuova, fuori paese qualche costruzione agricola, un impianto di depurazione delle acque, una circonvallazione per le macchine: più o meno tutto. La struttura del luogo è rimasta quella che era. Le facce delle case ci sono ancora; anche certi odori che mi riportano il passato: qui il profumo di legna bagnata, di segatura, qui invece fragranza di pane fresco, qua o la il vecchio sentore di camino e di fuoco della stufa… L’odore di letame è quasi svanito anche qui. Una volta era sempre presente, un odore elementare e al tempo stesso indizio di una eterna trasformazione di materia organica: mutazione del letame ancora tenero in vecchio concime nero, in humus e in terra fertile.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.135. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” del libro.)

Questo passaggio del libro di Peer lo comprendo molto e sento parecchio “mio”. Perché, se devo citare qualcosa che mi riporti immediatamente alla mente i deliziosi ricordi delle mie vacanze estive da bambino sui monti, così formative per la mia attuale relazione non solo con le montagne ma, a ben vedere, con l’intero mondo vissuto, be’, a mia volta cito l’odore del letame e degli escrementi lasciati dalle mucche al pascolo (cosa alla quale ho già fatto cenno qui). Il quale, al di là della sua fonte, non aveva (e non ha, ove sia ancora presente – cosa sempre più rara, d’altronde) nulla di disgustoso, anzi, come afferma Peer, ha qualcosa di profondamente vitale, una sorta di effluvio ancestrale, una narrazione odorosa di un paesaggio antico e fondamentale, un elemento immateriale ma ben percepibile legato al ciclo della vita terrestre in generale, non solo a quello della singola specie e del territorio ove vive. Oltre ovviamente a essere, un odore del genere, una componente basilare – tra quelle immateriali – che formano il paesaggio locale e ciò a prescindere dalle mie particolari percezioni.

Poi, di contro, capisco anche quelli che a volte incrocio in giro per i monti e, in presenza di questo odore, dicono «Bleah, che puzza!» e fanno la faccia schifata. Non è colpa loro, a ben vedere, solo che non sanno più capire che – permettetemi l’osservazione un po’ mordace – a volte certa merda sparsa sui prati montani è molto più preziosa e gradevole di tanta altra assai diffusa altrove e che non si ritiene affatto tale, ecco.