I trasporti pubblici in montagna: indispensabili per le comunità, superflui per la politica

[Veduta panoramica di Alice Superiore e delle sue montagne. Immagine tratta da  https://visitvaldichy.it/storia-di-alice-superiore.]

Dal centro di Alice Superiore passano circa due bus al giorno, uno al mattino e uno al pomeriggio. Circa due perché le corse e gli orari cambiano spesso. Dipendono dall’apertura delle scuole, dalle festività, talvolta dalle coincidenze che saltano, dai guasti, dagli scioperi. Da tempo gli studenti della Valchiusella e i loro genitori si lamentano dei disservizi, le persone anziane invece non hanno nemmeno provato a protestare: sanno che per spostarsi più a valle o a Ivrea devono arrangiarsi. Chi ha un’auto ha meno problemi, tutti gli altri devono farsi accompagnare per fare qualsiasi cosa. Le faccende più urgenti e sentite sono la spesa e le visite in ospedale.
Fino a pochi anni fa c’erano più autobus e meno necessità di spostarsi. In quasi tutti i paesi della valle, anche i più piccoli, non mancavano negozi di alimentari e medici. Ora molti hanno chiuso, così come gli ambulatori. Se ne sono andate anche le banche, i bar, le Poste, i barbieri e le parrucchiere, le mercerie, le ferramenta. […] Al di là di speranze e proclami, nessuno finora sembra aver trovato un modo per invertire questa tendenza. Anzi, i fondi per il trasporto pubblico sono stati tagliati più volte quando c’era bisogno di risparmiare soldi pubblici.

Di recente ho citato e rilanciato la protesta dei residenti dei Piani Resinelli, località a 1300 m di quota sopra Lecco che a inizio settembre, di punto in bianco, s’è vista tagliare il trasporto pubblico feriale, quello indispensabile alla quotidianità di chi ai Resinelli vive visto che lassù la gran parte dei servizi di base sono assenti. Una circostanza purtroppo assai frequente in molte altre località della montagna italiana, inutile rimarcarlo.

Ecco, a tal proposito, quelli che avete letto lì sopra sono alcuni brani da un articolo del “Post” intitolato Nelle valli piemontesi ci si inventa di tutto per rimediare al taglio dei bus, pubblicato il 9 settembre scorso nel quale, attraverso il racconto della situazione del trasporto pubblico nelle valli piemontesi, si certifica per l’ennesima volta il sostanziale reiterato disinteresse della politica, per non dire il vero e proprio menefreghismo, nei confronti dei territori montani e delle aree interne – provato anche dal caso dei Piani Resinelli.

L’abitato citato nel brano citato, Alice Superiore, è un municipio di 711 abitanti del comune di Val di Chy, in Valchiusella, a 610 metri di quota: ma come denota anche l’articolo del “Post” e come ribadisco io, quanti “Alice Superiore” e quanti “Piani Resinelli” ci sono in Italia, sulle Alpi e in Appennino? Quante simili situazioni di trascuratezza politico-amministrativa da parte delle istituzioni pubbliche si possono contare, con tutte le relative conseguenze?

Di contro, quanti proclami, promesse, slogan sentiamo proferire dai politici al riguardo di iniziative contro lo spopolamento della montagna, lo sviluppo della sua economia, il sostegno delle aree interne? Poi, a conti fatti, e pure al netto degli opinabili e sovente deprecabili investimenti speculativi legati all’industria turistica che tuttavia toccano solo alcune zone e dimenticano del tutto le altre, manca completamente un progetto globale con effetti locali, una legge nazionale (se ne parla di continuo senza alcun risultato concreto), una strategia (quella “nazionale delle aree interne” non sta dando i risultati prospettati in origine), una visione, ma pure un’idea del futuro della montagna e delle sue comunità. Niente. Quel poco che si fa o sono speculazioni cementizie legate a interessi locali particolari – turistici e no – oppure sono interventi privi di logica, di un piano operativo, di consequenzialità, di contestualità, spesso meramente emergenziali o dal valore soprattutto propagandistico.

Tutto ciò comporta solo una cosa: che si continua a proclamare a parole di sostenere la montagna ma nei fatti si favorisce il suo degrado e la prossima fine. Forse è proprio questo l’obiettivo, per certa politica: togliersi di mezzo il problema così come ci si toglie il dente per togliere il dolore. È un pensiero triste e doloroso ma sorge spontaneo, in questa situazione.

Dunque, la montagna italiana ha il destino segnato? E possiamo accettare che prima o poi finisca così? Possibile che questo paese continui a non capire che le montagne (delle quali per gran parte è fatto) e le aree interne sono la sua forza e il suo futuro e invece continua a considerarlo il suo più retrogrado e fastidioso passato?

Una delle dighe più “belle” del mondo (?) (summer rewind)

[Foto di Calvin411, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne ho scritto di come molte dighe costruite nei territori montani sappiano suscitare quella particolare fascinazione che sta alla base del “miracolo” che dà il titolo al libro anche dal punto di vista formalmente estetico. Il che è a sua volta una sorta di strano “miracolo”: sentire numerose persone che proferiscono esclamazioni di gradimento della “bellezza” al cospetto di un ciclopico e per certi versi brutale muro di calcestruzzo piazzato a forza in mezzo alle montagne è obiettivamente qualcosa di sorprendente, ed è stato uno degli input fondamentali, peraltro “studiato” a lungo sul campo, per il quale ho scritto il libro e dal quale sono partito per tutte le altre considerazioni sui paesaggi montani e sugli uomini che li abitano espresse nel testo.

Veramente un ciclopico muro di cemento piazzato a forza in mezzo al più delicato paesaggio montano può essere “bello”? Quasi come fosse un’opera d’arte, una gigantesca installazione di land art montana? E può una diga, nonostante la sua grezza e ruvida mole, abbellire il territorio nel quale ha sede?

Nel libro, tra le altre cose, racconto le personali esperienze e le riflessioni intorno a tali interrogativi e riguardo alcune dighe alpine che suscitano tali inopinate ma ben condivise suggestioni di “bellezza”: non faccio spoiler (!) ovviamente, ma voglio raccontarvi qui di una diga della quale non ho scritto nel libro perché non l’ho mai vista dal vivo, essendo nel Québec (Canada), e che è ampiamente considerata una delle più belle del mondo: la Daniel Johnson dam (Barrage Daniel Johnson in francese), uno spettacolare sbarramento composto da quattordici contrafforti e tredici archi costruito tra il 1959 e il 1970 lungo il fiume Manicouagan (per questo la diga è popolarmente nota come “Manic 5”, essendo l’ultimo di una serie di cinque sbarramenti presente lungo il corso del fiume).

Insomma, un’opera spettacolare per molteplici aspetti (anche turistici, visto che attira migliaia di visitatori ogni anno), non ultimo quello di aver modificato in maniera importante la geografia e il paesaggio di questa parte – poco antropizzata, peraltro – del Canada, strumento di una territorializzazione possente ma al contempo integrata, tutto sommato, al luogo e alle sue peculiarità determinandone la particolare identità geografica e antropica, anche – appunto – in forza della sua caratteristica bellezza formale che la rende così suggestiva.

Come detto, di molte altre belle dighe alpine – e di tante altre – ho scritto ne Il miracolo delle dighe. Per saperne di più, sul libro, cliccate qui sotto:

Palagnedra, il mini-fiordo (artificiale) delle Alpi tra Ticino e Verbano (summer rewind)

[Foto di Diriye Amey from Locarno, Switzerland – GOPR1332, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Sulle Alpi vi sono dighe talmente grandi e imponenti da rappresentare “il” paesaggio fondamentale per il territorio nel quale hanno sede, ovvero l’elemento massimamente referenziale oltre che spettacolare dacché capace di conferire anche valore “estetico” al luogo – ho descritto tale particolare dimensione geoantropica nel mio libro Il miracolo delle dighe, con profusione di particolari e di narrazioni di viaggio al cospetto di quelle grandi dighe.

Di contro, vi sono anche dighe meno imponenti, a volte quasi nascoste nelle pieghe delle valli che le ospitano, ma la cui presenza è il fondamentale elemento generatore della particolare bellezza del paesaggio locale, ciò che ha fatto del territorio modificato dalla presenza del lago artificiale un luogo a suo modo speciale. È il caso della diga e del lago di Palagnedra, posti nei pressi dell’omonima località frazione del comune di Centovalli, in Canton Ticino (Svizzera), a pochi km dal confine italiano verso la Val Vigezzo. Non una grande diga, appunto: 72 metri di altezza per 120 di sviluppo, struttura ad arco-gravità incassata nella gola che in quel tratto dà forma alla valle ma capace, con il suo lago stretto, lungo e serpeggiante, ricco di golfi e insenature sovente delimitate da falesie rocciose dalle quali scendono piccole cascate, di creare un luogo e un paesaggio assolutamente suggestivi e particolari, fotografatissimo dai turisti e dai viaggiatori che transitano sulla affascinante Ferrovia Vigezzina Centovalli la cui linea corre lungo la riva sinistra del lago, spesso a picco sulle sue acque.

[Immagine tratta da https://www.swissdams.ch.]
[Mappa tratta da https://map.geo.admin.ch.]

Il Palagnedra è un vero e proprio fiordo nordico in miniatura infilatosi nella stretta vallata ai piedi del Monte Limidario (o Gridone/Ghiridone), una delle vette più rappresentative di questa regione delle Alpi Ticinesi, che separa le Centovalli dal bacino del Lago Maggiore. Questo suo aspetto “scandinavo” diventa evidente nei mesi autunnali e invernali, quando le montagne d’intorno sono bianche di neve il cui scintillio si riflette sulle acque scure e ombrose del bacino; d’altro canto la particolare bellezza naturale del luogo è amplificata dalla presenza, lungo il litorale destro del lago, della Riserva Forestale di Palagnedra, con vaste e maestose faggete intervallate da abeti rossi e un sottobosco che è considerato un eldorado per gli appassionati di geologia e mineralogia, grazie alla presenza di minerali provenienti da involucri profondi del nostro pianeta. Immaginatevi lo spettacolo del paesaggio locale in autunno, con i colori fiammeggianti delle foreste contrapposti a quello scintillante della prima neve sui monti, il tutto riflesso sulla superficie del lago… Ciò spiega perché la Ferrovia Vigezzina Centovalli sia tra quelle più rinomate dagli appassionati di foliage, a cui sono dedicati appositi viaggi, tra ottobre e novembre, per godere del paesaggio naturale intorno al lago.

Big bench? Small charity! Facciamo qualche conto in tasca, alle panchine giganti

[Ecco un altro luogo dove serviva proprio una panchina gigante per poter ammirare il paesaggio, vero? Monte Carza, Trarego Viggiona (Verbania). Immagine tratta da qui.]
Ribadisco: il terribile e volgare fenomeno delle “big bench”, le panchine giganti sparse a centinaia per il territorio italiano, nonostante se ne stiano installando ancora è già in declino. Come d’altronde accade per tutte le cose prive di senso, che rapidamente entusiasmano e poi in breve stancano.

In ogni caso, da quelli che ancora le sostengono e al netto delle motivazioni di matrice meramente ludica, viene spesso esaltata la funzione “benefica” che avrebbero le panchine giganti, per la quale la “Fondazione Big Bench Community Project” (BBCM) che le promuove destina «una gran parte delle donazioni che riceviamo a progetti proposti dai territori in cui è installata una grande panchina, che coinvolgano i bambini e l’arte» – così si legge sul sito. In questo modo, chi critica le panchinone viene pure ritenuto una brutta persona che va contro alla beneficenza grazie ad esse raccolta e donata.

Benissimo, analizziamo nel dettaglio la questione. Leggo dal sito BBCM che la “Fondazione” ad oggi ha erogato 13.500 Euro. Sì, ma lo ha fatto in 14 anni (la prima panchina gigante è del 2010) e su un totale di 366 panchine esistenti: fanno meno di 37 Euro a panchina erogati.

Trentasette Euro a panchina. Già.

Seriamente: di cosa stiamo parlando?

Sia chiaro: piuttosto che niente meglio piuttosto, come dicono a Milano. Tuttavia, permettetemi di sostenere, per esperienza personale diretta, che con una marea di altri progetti, anche piccoli, realizzati al fine di “valorizzare” veramente i territori si possono ottenere ben altre erogazioni, a partire da quelle delle Fondazioni di comunità a vantaggio reale dei soggetti che in quei territori operano per sostenere «lo sviluppo della creatività dei bimbi» (cito sempre dal sito) e la cultura in generale, senza andare a piazzare manufatti così “ignoranti” – rispetto ai luoghi che dicono di voler valorizzare e invece degradano, anche vista la loro ripetitività – come le panchine giganti, peraltro guarda caso gradite innanzi tutto da adulti ai quali poco o nulla interessano tanto gli scopi benefici quanto i luoghi attraverso la cui “valorizzazione” verrebbero sostenuti. Forse anche per questo le somme erogate sono così esigue. Sarò cinico, forse, ma la realtà dei fatti è questa, per come la si può rilevare dalla sua stessa fonte.

«Come ritornare bambini riscoprendo il paesaggio»: così recita lo slogan sulla home page del sito BBCM. Peccato che i bambini scoprono il paesaggio esplorandolo, correndoci dentro, rotolandosi nei prati, sporcandosi le mani di terra, emozionandosi dietro ogni albero, ogni dosso, ogni crinale raggiunto e superato e facendosi domande su ogni cosa che colgono, non selfies. E tanto più non grazie a un giocattolone fuori misura cementato a terra e fatto per gli adulti in cerca solo di selfies, appunto.

N.B.: sull’ultimo numero de “La Rivista” del Club Alpino Italiano si può leggere un articolo assolutamente significativo sul fenomeno “panchine giganti” di Luca Gibello, architetto, direttore de “Il Giornale dell’Architettura” e fondatore dell’Associazione Culturale “Cantieri d’Alta Quota” (nonché valente alpinista) che vi consiglio caldamente di leggere, se potete.

Einstein e la complessità della Natura

Meteo Valle d’Aosta ha di recente pubblicato il video parecchio impressionante di una ricognizione aerea nella zona a monte dell’abitato di Breuil-Cervinia dalla quale qualche giorno fa è scesa la colata di acqua, fango e detriti che ha invaso il centro del paese e provocato numerosi danni.

Potete vedere il video su Facebook cliccando sull’immagine qui sopra oppure su Instagram qui.

Come scrive Meteo Valle d’Aosta, dando spiegazioni di ciò che si vede nel video, «non è stata una semplice alluvione causata dalle piogge copiose, ma ben di più. […] Ritroviamo ancora una volta il cambiamento climatico come fattore fondamentale per spiegare questi eventi, cambiamento climatico che agisce sia aumentando l’intensità dei singoli fenomeni, sia la fusione del permafrost in quota.» (Il commento completo lo leggete nei post sopra citati; nel sito di Meteo Valle d’Aosta trovate anche un’analisi scientifica ben più articolata di quanto è accaduto). Già, perché l’effetto finale e “banale” nella sua drammaticità della colata di fango e detriti ha origine da una correlazione di cause diverse e di fenomeni coincidenti che hanno partecipato all’attivazione di una dinamica complessa, seppur alla fine sembra scaturirne una “semplice” e grossolana colata detritica.

Cose del genere mi riportano sempre alla mente un’affermazione di Albert Einstein, tratta da una sua lettera del 1954 o 1955 e poi riportata in diverse opere:

La Natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo.

Troppo spesso, generalmente non per colpa ma a volte sì, tendiamo a semplificare troppo la nostra considerazione nei confronti della Natura e dei suoi fenomeni, finanche a esagerare la semplificazione e per ciò a proferire vere e proprie scempiaggini: per molti il tema del clima e del suo cambiamento in corso, che si riverbera innanzi tutto sull’ambiente naturale, risulta particolarmente prolifico al riguardo.

Io penso invece che, come affermava Einstein, di fronte alla Natura come a poche altre cose con le quali noi umani abbiamo a che fare, dovremmo essere umili e razionali, cercare di comprendere il più possibile ciò che stiamo constatando prima di proferire opinioni e in ogni caso restando ben consapevoli che la nostra resterà una comprensione mai del tutto compiuta – per questo a suo modo “religiosa” – e in costante divenire. La razionalità dunque è indispensabile perché mette al riparo dalle suddette scempiaggini (d’ogni sorta siano) e perché l’adattamento al cambiamento climatico in corso e la messa in atto delle azioni che ne possano mitigare al meglio gli effetti nascono proprio da quella necessaria razionalità, che a sua volta si sviluppa tanto meglio quanto più scaturisce da un atteggiamento di umiltà verso la Natura e i suoi fenomeni. Sapere di non saperne abbastanza, al riguardo, è e sarà ancora a lungo la migliore manifestazione di intelligenza che possiamo elaborare, e la prima azione da compiere per relazionarci con gli ambienti naturali nel modo più armonioso possibile.