Montagne di arte (ad memoriam)

Giovanni Segantini, Paesaggio alpino al tramonto, olio su tela, 1895-1898.

(Segantini moriva esattamente 125 anni fa, il 28 settembre del 1899 fa sullo Schafberg, sopra Pontresina.)

Il grosso problema del cicloescursionismo sulle montagne

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]
Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).

Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.

Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?

P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.

Soglio, ovvero: (topo)nomen omen (summer rewind)

[Immagine tratta da siviaggia.it, la fonte originale qui.]

In uno dei passaggi più suggestivi de La leggenda dei monti navigantiPaolo Rumiz scrive una cosa che io trovo molto bella e ricca di significati, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi», che da un lato mette in evidenza l’importanza della conoscenza culturale ovvero vernacolare dei luoghi affinché non vengano del tutto abbandonati e, peggio ancora, dimenticati; dall’altro rimarca l’importanza altrettanto grande del nome dei luoghi cioè dei toponimi, termini lessicalmente tanto semplici, all’apparenza, quanto capaci di condensare in essi numerose nozioni e narrazioni delle località che identificano.

In certi casi, poi, i toponimi riescono anche a rappresentare in un’immagine lessicale di immediata comprensione la sostanza geografica dei luoghi denominati, diventando un elemento estetico ulteriore, ancorché immateriale, che ne compone la bellezza e la rileva, al punto che, a volte, parafrasando scherzosamente la nota locuzione latina, si può dire toponomen omen!

È il caso di Soglio, il bellissimo borgo della Val Bregaglia (e tra i più belli in assoluto della Svizzera), famoso per il suo caratteristico nucleo storico e per i magnifici panorami verso le spettacolari vette della prospiciente Val Bondasca. Ecco: il suo toponimo, ovvero la sua interpretazione, offre alcune considerazioni interessanti e particolari, per come non solo identifichi il luogo ma pure per quanto sappia offrirne l’essenza geografica, storica e antropologica.

[Foto di Kuhnmi, Opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Innanzi tutto delinea geograficamente la sua storia (e non è per nulla un ossimoro, quanto ho appena scritto), dacché il toponimo Soglio deriva probabilmente dal latino solium, con il significato di posta di stalla o soglio o abbeveratoio, anche naturale, per animali al pascolo (fonte), termine forse di derivazione da un antroponimo gallo latino “Sollius” (fonte). Tale accezione rimarca come, nei secoli passati, da Soglio transitava una delle vie principali lungo la Bregaglia, che non passava dal fondovalle ma restava lungamente in quota e percorreva il suo versante solivo e meno soggetto alle piene del fiume (via diventata oggi un frequentato percorso escursionistico), incrociando altri collegamenti storici importanti, come quello verso la Val d’Avers attraverso il Pass da la Duana.

D’altro canto, molti ritengono, e in fondo con numerose ragioni, che al toponimo si debba riferire l’altra principale accezione del termine: «Sòglio, s. m. [dal lat. solium], letter. – Trono, seggio di chi riveste un’autorità sovrana: s. realeimperiales. pontificioassistente al s.» (fonte). Effettivamente non è il borgo posto in posizione dominante sulla val Bregaglia come se fosse ben accomodato su un confortevole e soleggiato trono da quale ammirare alcuni dei più bei panorami delle Alpi?

È pure interessante osservare che il toponimo – e il luogo – Soglio lo si potrebbe pure mettere in relazione con l’essere sotto diversi aspetti una specie di soglia, morfologica ovvero d’ingresso alla parte superiore e più importante della Val Bregaglia, e climatica (in tal caso “soglia” s’intende come luogo di passaggio, di cambiamento), per come dal borgo in su l’ambiente naturale cambi radicalmente e diventi prettamente alpino mentre i pendii sottostanti Soglio sono gli ultimi della valle, salendo dall’Italia, sui quali si possono trovare estese selve di castagni (presenti qui fin da tempo dei Romani) nonché altri alberi da frutto che evidentemente risentono degli ultimi scampoli di clima favorevole generato dalla non lontana presenza del Lago di Como. E come poi non ricordare che Giovanni Segantini, il quale a Soglio soggiornò per alcuni inverni e che definiva il luogo, anch’egli “giocando” selle possibili accezioni del toponimo, “soglia del paradiso”, proprio per la suprema bellezza delle sue visioni panoramiche (che peraltro fissò in una sua celebre opera, Werden / La vita)?

Insomma, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi»: le parole scritte da Rumiz in quel suo libro citato a Soglio diventano quanto mai pregne di molteplici significati, contribuendo in modi assolutamente intriganti alla bellezza, all’attrattiva del luogo e al desiderio di comprenderne l’essenza storica, geografica, naturalistica, paesaggistica e antropologica nel modo più profondo e compiuto possibile – come il fascino del luogo merita pienamente, d’altro canto.

Buone notizie dal Lago Bianco, nonostante tutto

Dal Lago Bianco al Passo del Gavia giunge finalmente l’impegno formale delle autorità locali competenti (Comune di Valfurva, Regione Lombardia, Parco Nazionale delle Stelvio) al ripristino dello stato naturale della zona coinvolta dallo scellerato cantiere di posa delle tubazioni per la captazione dell’acqua del lago a beneficio dell’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva, bloccato lo scorso ottobre.

È una notizia tanto bella quanto necessaria, senza dubbio, visto che il danno criminale inferto al Lago Bianco non poteva considerarsi risolto con il semplice stop ai lavori (l’immagine in testa all’articolo è assai significativa al riguardo). I referenti del Comitato “Salviano il Lago Bianco” che ha portato a compimento la battaglia si dicono «assolutamente soddisfatti della dura e significativa vittoria ottenuta dopo un anno di strenuo impegno civile che ha portato allo stralcio dell’abominevole progetto. Restiamo tuttavia in attesa della sentenza della Procura della Repubblica di Sondrio presso la quale abbiamo nei mesi depositato i vari esposti e dalla quale siamo stati ascoltati come persone informate sui fatti elencando ore di dichiarazioni contenenti infiniti spunti di indagine. Teniamo a ricordare che quanto accaduto lassù va ben oltre il “danneggiamento di habitat protetti” ed entra in svariati ambiti inerenti la gestione cantieristica, norme sulla sicurezza del lavoro ed il rispetto civilistico di svariate norme nazionali.»

Già, perché un simile, sconcertante danno non può in nessun modo restare impunito. Chi lo ha pensato, avallato, sostenuto, deciso e difeso deve in qualche modo rendere conto delle proprie responsabilità. Non è mero giustizialismo questo: è dovere morale e civico, oltre che politico, verso il luogo e le sue innumerevoli valenze culturali. È il rimettere nel giusto equilibrio le cose, evitando di innescare squilibri e dissesti ancora peggiori.

In effetti, a fronte della vittoria ottenuta, che ora speriamo diventi completa e definitiva, un danno grave è stato comunque inferto al Lago Bianco. Per questo ho aggiunto al titolo quel «nonostante tutto». Come di nuovo rivelano i referenti del Comitato, «abbiamo già effettuato diversi sopralluoghi nella zona del cantiere constatando come gli assurdi lavori abbiano inciso sugli habitat protetti. Lo sconquasso effettuato dagli scavi, dalle trivellazioni, dagli sversamenti è ancora assolutamente evidente; l’esagerata area di scavo (ricordiamo mai contemplata né autorizzata dai progetti né dalla traballante Vinca) appare come un terreno martoriato, sconnesso, completamente privo di vegetazione. Il pozzetto di ispezione e controllo di cemento risulta ora spuntare dal livello del terreno di circa 40cm. Il tubo di captazione (in realtà i tubi, dato che ce ne sono altri incastrati nel terreno) sono li in bella vista, arrugginiti a certificare l’abuso edilizio. Un evidente pugno in un occhio in una zona che era prateria alpina, confinate con una torbiera ricca di pregiatissime e fragili specie botaniche tra cui gli spettacolari eriofori che tutti noi ben conosciamo e che han sempre attratto migliaia di fotografi ed appassionati naturalisti.»

[L’area del cantiere al momento risulta malamente rattoppata e completamente priva di qualsiasi vegetazione, proprio dove prima si estendeva la torbiera alpina tipica del lago.]
Come ho scritto fin da quando sono venuto a conoscenza di ciò che stava accadendo al Lago Bianco, lassù è stato commesso un crimine. Ambientale in primis ma pure politico, morale, civico, culturale, etico. Del quale qualcuno deve rispondere: non per vedersi comminata chissà quale condanna ma innanzi tutto perché siamo (ci vantiamo di essere) una civiltà e la civiltà si basa ineluttabilmente sulla giustizia in quanto «principio naturale di coordinazione e di armonia nei rapporti umani». Se non c’è giustizia non c’è civiltà, e non c’è umanità.

L’augurio, ribadisco, è che presto il Lago Bianco possa tornare ciò che era in origine. E che gli uomini si possano dimostrare più consapevoli e giusti nei confronti del mondo che abitano e vivono.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nei mesi scorsi ho dedicato alla vicenda del Lago Bianco.

(Le immagini del Lago e i documenti sono tratti dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“; l’articolo è del “Giornale di Brescia“.)

Le Olimpiadi invernali? Ormai non le vuole quasi più nessuno!

Le Olimpiadi Invernali del 2030, quelle successive a Milano-Cortina, si terranno sulle Alpi francesi, mentre quelle del 2034 con tutta probabilità negli USA, a Salt Lake City.

In entrambi i casi il CIO – Comitato Olimpico Internazionale non ha dovuto faticare troppo nel scegliere a chi assegnarle, dato che si tratta di candidature uniche. Le altre località (e i rispettivi paesi) candidate si sono ritirate prima dell’assegnazione – per i Giochi del 2030 erano Svizzera e Svezia – e pure nel caso delle Olimpiadi assegnate a Milano-Cortina la sola concorrente, ancora la Svezia, presentò un dossier di candidatura talmente debole da determinare inevitabilmente l’assegnazione all’Italia. Senza contare tutte le altre candidature concorrenti a quella italiana ritirate ancora prima della decisione, spesso in forza di referendum popolari: Vallese e Grigioni per la Svizzera, il Tirolo e Salisburgo per l’Austria, Monaco di Baviera per la Germania, Calgary per il Canada, Sapporo per il Giappone. Giusto per fare un paragone emblematico, per i Giochi del 2006 (non di cinquant’anni fa) assegnati a Torino le candidature furono ben sei.

[Immagine tratta da “L’AltraMontagna“.]
Morale della storia: quasi più nessuno ormai è disposto a ospitare le Olimpiadi Invernali, un evento tanto prestigioso e attrattivo quanto invasivo e impattante sui territori montani, sui loro ambienti e sui paesaggi, sulle comunità che vi abitano e sugli equilibri economici, sociali e culturali caratterizzanti quei territori.

Perché?

Be’, mi viene da dire (amaramente) che la risposta di questi tempi viene facile agli italiani più che a chiunque altro: basta osservare ciò che sta accadendo con l’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Budget aumentato in maniera esponenziale e per la gran parte basati su soldi pubblici (siamo prossimi ai 6 miliardi di Euro per quindici giorni di gare!), opere mal progettate, inutili e impattanti (pista di bob di Cortina docet, ma non è la sola) pur a fronte di quelle realizzate per i Giochi di Torino 2006 e ora abbandonate e fatiscenti, nessun coinvolgimento delle comunità locali, scarse o nulle valutazioni sugli impatti ambientali delle opere previste, nessuna garanzia sui costi post olimpici delle opere e sul loro utilizzo, nessuna trasparenza sull’andamento dei progetti, potenziali infiltrazioni delle organizzazioni malavitose (già sono state aperte alcune inchieste al riguardo)… insomma, l’elenco delle cose che non vanno bene è lungo e inquietante. Una situazione peraltro ben illustrata dal report “Open Olympics”, che riporta i risultati della campagna internazionale di monitoraggio civico delle opere relative ai Giochi di Milano Cortina 2026.

Ecco, ora si capirà bene il perché quasi più nessuno ambisca a ospitare le Olimpiadi Invernali.

Peraltro, per quelle del 2030 il CIO ha stabilito la conferma della candidatura francese ma solo se la Francia si impegnerà a sostenere economicamente l’organizzazione dei Giochi. Forse che dopo aver constatato i gran casini combinati dall’Italia per Milano-Cortina 2026, ora il CIO non ne voglia più sapere di problemi del genere?

Inoltre, domanda ulteriore e ancor più spontanea: di questo passo, e al netto di cambiamenti radicali nell’idea e nell’organizzazione, da qui a pochi anni esisteranno ancora le Olimpiadi Invernali?

Il dubbio obiettivamente sorge, e anche ben vivido.

(Le immagini lì sopra pubblicate del cantiere della pista di bob di Cortina sono tratte da “L’AltraMontagna“. Qui invece trovate i miei numerosi articoli dedicati alla questione olimpica.)