Milano, Fondazione Feltrinelli, domenica alle 16.30: un talk con prestigiosi ospiti per parlare di montagne e di futuro

[La prima periferia nordoccidentale di Milano e le cime del massiccio del Mischabel, tra Saas Fee e Zermatt (Svizzera), in una foto di Stefano Gusmeroli tratta da blog.urbanfile.org.]
Milano è una città in cui vive un numero sorprendente di persone che amano e frequentano valli, boschi, sentieri e cime. L’obiettivo del Milano Montagna Festival, che comincia domani 26 ottobre, è quello di creare un contesto urbano dove conoscere ed approfondire le più belle storie e incontrarne i protagonisti. “Tempo di montagna” è il tema di quest’anno. La montagna vive secondo i suoi ritmi, le sue stagioni, le sue condizioni. Un tempo dettato da spazi e relazioni. Un tempo a volte compreso, a volte sfidato, a volte interrotto dall’essere umano. Il festival sarà l’occasione per capire cosa abbiamo imparato dal passato e cosa oggi stiamo progettando per il futuro. Il programma è ricco di punti di vista, con un’attenzione particolare rivolta alle tematiche ambientali.

Grazie al prezioso media partner “L’Altra Montagna”, il festival ospiterà il format “Un’Ora per Acclimatarsi” storica tavola rotonda a tema ambientale, nata al Trento Film Festival, con ospiti prestigiosi che domenica alle 16.30 parleranno in modo puntuale, scientifico e politico di “Ghiacciai, dighe e crisi climatica”: Adele Zaini (climatologa e presidentessa del gruppo CAI Sem Juniores), Sofia Farina (“L’AltraMontagna” e POW/Protect Our Winter), Michele Argenta (“Ci Sarà Un Bel Clima” e “Gigiat”), Giovanni Baccolo (glaciologo), Vanda Bonardo (presidente di Cipra Italia e responsabile nazionale di Legambiente Alpi), e lo scrivente, che porterà al talk la propria esperienza sul tema e sul paesaggio alpino antropizzato in generale dalla quale è scaturito il libro “Il miracolo delle dighe”.

Trovate tutte le info su Milano Montagna 2024 e ovviamente il programma completo degli eventi qui; il comunicato stampa ufficiale di presentazione del Festival invece è qui.

[Le dighe di San Giacomo e di Cancano, nella Valle di Fraele sopra Bormio, da sempre gestite dalle aziende energetiche che servono la città di Milano. Immagine di Simone Polattini, tratta da qui.]

Ghiacciai, dighe e crisi climatica a MILANO MONTAGNA, domenica prossima 27/10

Domenica 27 ottobre prossimo sarò a Milano presso la Fondazione Feltrinelli per MILANO MONTAGNA 2024: alle ore 16.30 parteciperò al talk di “Un’ora per acclimatarsi / Ghiacciai, dighe e crisi climatica”, a cura de “L’AltraMontagna” con Adele Zaini (climatologa e attivista), Sofia Farina (“L’AltraMontagna” e POW), Michele Argenta (“Ci Sarà Un Bel Clima” e “Gigiat”), Giovanni Baccolo (glaciologo) e Vanda Bonardo (presidente di Cipra Italia e responsabile nazionale di Legambiente Alpi).

L’ingresso è gratuito con registrazione su Eventbrite, dove trovate anche il programma completo dell’evento.

[La diga dell’Albigna, in Val Bregaglia (Cantone Grigioni, Svizzera), con l’omonimo ghiacciaio la cui lingua una volta toccava le acque del lago mentre oggi risulta arretrata di parecchie centinaia di metri.]
Il tema delle acque di montagna diventa sempre più fondamentale nel dibattito sulla gestione politico-ambientale – ma non solo, anche culturale e antropologica, a ben vedere – dei territori montani, dei quali l’acqua rappresenta la risorsa forse più emblematica in assoluto. Come gestirla al meglio, in considerazione della crisi climatica i cui effetti già evidenti diventeranno sempre più ingenti nei prossimi anni, della conseguente fusione dei ghiacciai alpini che rappresentano le principali riserve montane di acqua potabile ma pure della transizione alle energie alternative e rinnovabili, al necessario approvvigionamento delle popolazioni e alla imprescindibile salvaguardia dei territori alpini già sottoposti a notevoli stress ecologici dal cambiamento climatico?

Insomma, è un tema di importanza nodale, forse dibattuto con ancora troppa superficialità e attraverso punti di vista eccessivamente legati a necessità funzionali di matrice economiche, con ben poco approfondimento ecologico e ambientale nonché, come accennato, culturale e antropologico, per come concerna direttamente il destino prossimo futuro dei paesaggi delle nostre montagne, dunque la nostra relazione con essi e con noi stessi.

Dunque, se volete e potete, ci vediamo domenica prossima alle 16.30 a Milano, alla Fondazione Feltrinelli!

Vajont, 61 anni

[Foto di AndreaAmott, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Vajont.

La diga migliore, un capolavoro assoluto dell’ingegneria italiana, costruita nel posto peggiore, un dispositivo geologico di distruzione a forma di valle che attendeva solo un innesco. Che si attivò, il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39, provocando 1917 morti.

Un disastro che si poteva prevedere e si doveva evitare. Ma si decise che non era il caso.

Oggi, lì dove c’era il lago artificiale e si sviluppò l’immane onda d’acqua che scavalcò la diga e sconvolse l’intero circondario, il corpo del materiale franoso che precipitò colmando il bacino ridisegnando la morfologia del luogo appare sempre più come uno spazio “ameno”, sempre più verdeggiante, nel quale sta crescendo un bosco i cui alberi si fanno viepiù più alti ricoprendo le masse di terra e pietre franate e rendendo meno inquietante il muro superstite della diga che chiude l’orizzonte a occidente.

Il “posto peggiore”, che s’è fatto come pochi altri in Italia ambito di morte e distruzione, sta migliorando. Paradossalmente, visto che la naturalità ritrovata e in espansione del luogo potrà far dimenticare che lì fino a sessantuno anni fa tutto era sott’acqua ma non ciò che provocò quella stessa acqua quando esplose sui fianchi del monte e verso valle.

[Ciò che resta del Vajont il 10 ottobre, il giorno dopo il disastro.]
Viene da pensare alle parole che Dino Buzzati dedicò alla tragedia, valide allora per ciò che accadde ma in effetti valide pure per il Vajont di oggi:

Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed astuta che la fantasia della scienza.

Le previsioni del tempo fino a fine anno (e gli asini che volano)

Ci risiamo.

Vedo in TV (in casa d’altri) un tal meteorologo di un certo servizio meteo, piuttosto noto (non faccio e farò nomi per doveroso rispetto), alla solita e al solito superficiale ovvero sciocca domanda della giornalista «Come sarà il tempo da qui a fine anno?», invece di salvaguardare il buon nome e l’immagine scientifica della meteorologia rispondendo qualcosa del tipo «È pressoché impossibile fornire una previsione attendibile su un periodo così lungo… possiamo solo ipotizzare…» eccetera, s’è lanciato in una fervida enunciazione della meteo per quei prossimi mesi ben ricca di verbi certi («sarà», «andrà così», «avremo questo e quello») e del tutto scarna di condizionali, i tempi verbali dell’incertezza. Nostradamus in giornata di grazia non avrebbe potuto essere più sicuro di se stesso nell’enunciare siffatti vaticini!

Peccato che certi servizi di previsioni del tempo hanno ormai come missione principale quella di acchiappare il più possibile consensi e like sui social – dunque remunerative inserzioni pubblicitarie e introiti commerciali similari – invece di fornire bollettini meteorologicamente ben fatti e dunque attendibili. Non lo sanno fare nelle ventiquattr’ore, figuriamoci su un arco temporale di mesi!

E devo rimarcare che il servizio meteo in questione non è nemmeno dei peggiori: in quanto a affidabilità e banalizzazione delle previsioni meteo c’è chi sa fare molto peggio.

La meteorologia è una scienza bellissima, affascinante e di importanza fondamentale. Il cambiamento climatico sta evidentemente mettendo in difficoltà i modelli previsionali in uso ma di meteorologi in gamba in giro ce ne sono molti, ottimi previsori perfettamente capaci di rendere onore alla rilevanza e alla serietà della scienza meteorologica.

Ce ne sono molti, sì, ma non lo sono tutti e i primi stanno più lontani dalle luci della ribalta mediatica dei secondi, di solito.

Sono certo che in gamba lo siano anche quelli del servizio meteo al quale qui mi riferisco: e allora perché cadere così ingenuamente nei tranelli dei media radiotelevisivi o del web ai quali ormai poco o nulla importa di fornire un’informazione seria, veritiera e attendibile? Ciò rappresenterebbe anche una forma di rialfabetizzazione meteorologica per i giornalisti stessi, i quali forse alla lunga la smetterebbero di proporre domande così prive di senso e sostanzialmente inutili.

Per finire, tre cose:

  1. Ricordate che le previsioni del tempo queste sono, previsioni, non certezze assolute come a volte certi pseudo-meteorologi vi vorrebbero far credere: chiedete conto di ciò ai gestori dei rifugi, che spesso si vedono cancellare prenotazioni – dopo aver di conseguenza fatto rifornimento di derrate spesso deperibili per far fronte a quelle richieste – dopo bollettini di maltempo poi rivelatisi clamorosamente errati!
  2. Tenete pure conto che spesso il “maltempo” non è affatto tale e che – ad esempio – un’escursione in ambiente naturale con la pioggia o la nebbia è un’esperienza affascinante come poche altre: basta viverla con buon senso.
  3. Un minimo bagaglio di nozioni di “meteorologia ambientale” da affiancare a un buon bollettino meteo è cosa grandemente preziosa: in molti casi gli elementi naturali (nubi, venti, fiori e piante erbacee, certi esseri viventi come i ragni) vi possono fornire previsioni del tempo a breve termine affidabili come mai nessun megacomputer meteorologico o nessun supermeteosapientone saprà fornirvi.

P.S.: ho scritto spesso della scarsa considerazione che nutro per certa “meteorologia” contemporanea, ad esempio qui (e da lì in altri articoli che troverete linkati). È una mia battaglia contro i mulini a vento, forse, ma amen.