Di antiche storie scritte “sul” Monte di Brianza

Questa volta io e Loki, il mio fidato segretario personale a forma di cane – sempre più abile nella sua mansione di «scovavecchisentieri» -, siamo andati a leggere antiche narrazioni di paesaggi antropici inscritti con caratteri selciati di vario stile sulle “pagine” del libro-Monte di Brianza, lì dove le prime propaggini prealpine si innalzano tra la pianura alto-milanese e la valle dell’Adda, le cui acque da poco uscite dal Lago di Como fluiscono verso Sud.

Anche qui, a poche centinaia di metri in linea d’aria da strade ipertrafficate e abitati rumorosi, boschi giovani ma già orgogliosamente rigogliosi nascondono e sovente inglobano nel proprio manto virente innumerevoli segni umani che oggi raccontano – a chi sa coglierle – di relazioni ormai dimenticate degli abitanti di queste zone con il monte e i suoi fianchi i quali, sempre aguzzando la curiosità e lo sguardo per intrufolarsi tra le ramature ombrose e i fitti cespugli, rivelano la presenza frequente di terrazzamenti e altri adattamenti che l’uomo ha invocato alla montagna e la montagna – d’altro canto qui del tutto bonaria e quasi del tutto priva di precipitevoli rudezze più classicamente alpestri – per secoli ha concesso.

Poi, anche qui come in innumerevoli altri posti, tutto è cambiato: per fortuna (forse) per gli abitanti, purtroppo per la montagna, che da inseparabile sodale di esistenza e resilienza quotidiana è diventata quasi del tutto estranea, all’improvviso lontana, quasi temuta con questi suoi boschi ora così densi e ombrosi da sembrare diffidenti verso chi ora li penetra.

Ma quassù, se pur a molti questo luogo suscita ormai un che di selvaggio, in verità c’è ancora un paesaggio, diverso da com’era un tempo ma nemmeno troppo. Il libro-territorio ha pagine polverose e un po’ sgualcite sulle quali tuttavia si possono ancora leggere piuttosto bene molte scritte, numerose narrazioni, diverse storie stese sul monte come sul tempo che raccontano il paesaggio e che consentono al viandante di farne parte, anche solo per qualche momento. Trovo sempre affascinante constatare la realtà di questi luoghi nei quali la Natura s’è rapidamente ripresa lo spazio che aveva concesso all’uomo, il quale in origine glielo aveva richiesto, a volte anche in modo pressante e poi, nel giro di breve tempo, ha deciso di disinteressarsene. Affascinante è il contrasto tra il bosco rigoglioso che ammanta la gran parte del monte e di primo acchito suscita sensazioni di vigorosa selvatichezza inglobando rapidamente ogni cosa, come se fosse lì da secoli, e la presenza comunque ancora lampante di tantissime tracce umane che raccontano d’un passato assai meno selvatico, appunto. Come la bellissima mulattiera selciata che io e Loki abbiamo seguito: nella prima parte assai deteriorata al punto da poter essere confusa con l’alveo di un ruscello in secca (ma che tale ritorna a essere nel caso di forti piogge, temo), la mulattiera rivela se stessa e la propria storia penetrando sempre più nel bosco e salendo in quota, quando comincia a diventare visibile l’artificialità della disposizione delle pietre che spuntano dal terreno le quali poi si conformano in una selciatura ormai evidente e particolare, diversa rispetto a quelle che si possono riscontrare a solo pochi km di distanza sui monti dell’altra sponda della valle dell’Adda (storicamente un altro mondo, tuttavia, che il fiume ha diviso politicamente e sotto certi aspetti anche culturalmente per molti secoli) e con peculiarità a volte insolite – come l’improvviso cambio di tipologia di selciato che si vede bene in una delle immagini che vi propongo qui.

Poi, la mulattiera – le cui origini, al di là della selciatura oggi visibile, sono sicuramente antiche, visto che porta a un nucleo abitato già citato su documenti dell’anno 1085, sbuca nel bosco e giunge nei pressi della propria meta, a suo modo del tutto emblematica rispetto – ovvero in antitesi – all’itinerario appena percorso e altrettanto parossistica riguardo la relazione tra l’uomo contemporaneo e la montagna che si è sviluppata dal dopoguerra in poi, quando l’ambiente naturale è spesso diventato uno mero strumento da sfruttare per ricavarne interessi e tornaconti del tutto avulsi dal contesto geografico, dalla sua storia e dal patrimonio culturale che il paesaggio conserva. Sto parlando di Consonno, sì: forse uno dei primi non luoghi in altura nel senso più significativo della definizione (quando la definizione non esisteva ancora, peraltro). Ma in effetti questa è un’altra (non) storia, ecco.

Sarebbe «sci» questo?

È «sci» quello che mostra l’immagine qui sopra? Formalmente no.
Ed è «montagna» quella intorno? Formalmente .

Ma poi, sostanzialmente – e nel senso di ciò che l’immagine mostra – quello è “sci” tanto quanto ciò che c’è intorno non è “montagna”.
Perché sulle strisce di neve artificiale che si snodano lungo i versanti erbosi e magari pure inariditi dei monti, come è accaduto quest’anno in molte località a Sud delle Alpi, si può effettivamente sciare ma, facendolo, si banalizza inesorabilmente la montagna, le si toglie senso, cultura, valore, identità, la si usa come mero “strumento morfologico” ludico, la si rende ancora più triste di quanto già non sia negli inverni privi di neve. E lì, dove si snodano le piste di neve finta, la si fa apparire persino brutta: un autentico sacrilegio per un luogo che normalmente risulta il più antitetico a qualsiasi idea di bruttezza.

Per porre la questione in altro modo, “sciando” in questo modo si trasforma la montagna in un sostanziale non luogo, meramente funzionale a ottenere qualcosa di altrettanto sostanzialmente irrazionale – lo sci senza la (vera) neve. A tal punto, appare molto più logico sparare neve artificiale su qualsiasi pendio cittadino o delle zone antropizzate: quanto meno si evita il traffico veicolare e il conseguente inquinamento nonché la pressione antropica spesso eccessiva in un ambito delicato, fragile e per di più, nelle stagioni senza neve, già per questo sofferente.

Inoltre, sciare nelle condizioni mostrate dall’immagine, che purtroppo saranno sempre più frequenti negli anni futuri, francamente è pure ridicolo. Fosse solo per chi accetti comunque di ridicolizzarsi così – con tutto il rispetto –  andrebbe anche bene, de gustibus: ma il problema è che ciò ridicolizza anche la montagna, appunto. E questa cosa è assolutamente inaccettabile oltre che tremendamente perniciosa, per il futuro della montagna stessa e di chi la abita, magari impegnandosi a fondo per farla vivere e renderla resiliente, nonostante tutto. Ma poi, quelle strisce bianche stese sui prati verdi inverno dopo inverno rovinano tutto, ecco.

Ora che siamo ormai alla fine della misera stagione sciistica 2021/2022, mi viene da pensare che sarebbe bello che prima della prossima ci si mettesse realmente a riflettere su tali evidenze e se ne ricavasse, come conseguenza necessaria tanto quanto ineluttabile, un cambio di mentalità, di idee, di paradigma, di atteggiamento da parte di chi gestisce nel concreto il turismo sciistico alpino. Ma so già che sto soltanto auspicando una grande utopia, sia formale che sostanziale.

P.S.: qui trovate un elenco dei miei articoli sul tema dello “sci su pista” pubblicati sul blog.

Se sparissero i faggi

Leggere su ”ANSA.it” la notizia di uno studio scientifico redatto da alcune prestigiose università europee secondo il quale «Il cambiamento climatico in atto è una minaccia anche per i boschi di faggio europei: la loro crescita potrebbe diminuire dal 20% al 50% nei prossimi 70 anni, soprattutto nelle regioni dell’Europa meridionale», e dando ad esso il credito che formalmente merita, viste le autorevoli fonti da cui è stato elaborato, mi genera parecchia angoscia.

Ho sviluppato una particolare predilezione, quasi un sentimento d’affetto, per così dire, verso i faggi e le faggete. Sarà che vi sono numerose stazioni – anzi, questo è il termino scientifico, ma preferisco usare “comunità” – di faggi sui monti di casa per cui sono parte del mio paesaggio domestico e spesso mi ritrovo a camminare attraverso di essi, sarà che le faggete sono tra gli ambienti arborei più belli e affascinanti in assoluto e aggiungo pure tra i più accoglienti, per come io mi ci senta bene, accolto appunto, quasi protetto, o sarà che lo stesso faggio, il Fagus Sylvatica che dimora in Europa, è un albero meraviglioso, elegante, fiero, spesso assai imponente (come quello che io chiamo “il Re del bosco”, probabilmente l’albero più grande che abita sui monti di casa, ma ovviamente in giro per l’Italia e l’Europa ve ne sono di ben maggiori), dalla pelle particolare che è bello toccare, accarezzare, che sembra (lo è, d’altronde) veramente un’epidermide viva, di una creatura a suo modo intelligente e senziente… o sarà che il mio spirito col tempo s’è fatto particolarmente silvestre (ma forse è una causa/effetto, questa), non so. Ma se veramente le faggete dovessero subire quei danni prospettati dallo studio scientifico citato, ne scaturirebbe – dal mio punto di vista – un disfacimento del nostro paesaggio veramente terribile. Del paesaggio, badate bene, ovvero della percezione fondamentale e della relativa definizione intellettuale, culturale e sensoriale (dunque anche emotiva) che abbiamo del nostro mondo. Il quale non sarebbe più lo stesso, così che inesorabilmente noi non saremmo più gli stessi.

Lo so, il mondo cambia, la Natura segue il proprio corso vitale, magari tra qualche secolo sulle nostre montagne cresceranno alberi diversi e altrettanto affascinanti. Ma, ribadisco, sarà un altro mondo, con un altro paesaggio, un’altra estetica, un altro valore culturale. E altri abitanti, senza dubbio.

P.S.: le immagini della galleria in testa al post vi mostrano una delle comunità di faggi che dimorano sui monti sopra casa.

Torna la bella stagione, torna la guida “Dol dei Tre Signori”

Torna la “bella” stagione, propizia alle escursioni in montagna, e per chi non l’ha ancora tra le mani c’è una nuova possibilità di acquistare la guida escursionistica Dol dei Tre Signori dedicata al cammino della Dorsale Orobica Lecchese, uno dei più spettacolari e affascinanti itinerari delle Alpi lombarde e non solo. La pubblicazione della collana «I cammini di Orobie» curata da Moma Edizioni è infatti in vendita nelle edicole della provincia di Monza e Brianza abbinata al magazine “Orobie a 11,50 Euro, oltre al prezzo del mensile. Un’ottima e comoda occasione per avere a disposizione un volume che racconta, in modo tanto completo quanto originale, un territorio montano ricco di bellezze, di peculiarità speciali, di tesori sconosciuti o quasi e di continue sorprese sospese (gioco di parole voluto!) sui colli di Bergamo, sulla Pianura Padana, sul bacino dell’Adda e sulle valli valsassinesi e bergamasche, fino al paesaggio possentemente alpino della zona del Pizzo Tre Signori, montagna iconica e identificante l’intero itinerario.

La guida, i cui autori sono Sara Invernizzi, Ruggero Meles e chi vi scrive, è stata realizzata da “Orobie” per fare conoscere il bellissimo cammino montano tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio, un progetto che gode della partnership di Italcementi in collaborazione con l’Ersaf-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste. Sette tappe, da Bergamo a Colico o Morbegno ovvero dalle meraviglie storiche e artistiche del capoluogo orobico a quelle paesaggistiche e naturali del Lago di Como e delle Orobie valtellinesi sulle orme del trekking organizzato da “Orobie” nel luglio 2017.

All’interno della guida escursionistica è presente anche la mappa dell’intero percorso della DOL; inoltre, le pagine sono dotate di descrizioni e narrazioni delle varie tappe oltre che del collegamento tramite codice Qr all’app gratuita di Orobie Active e ai suoi contenuti interattivi.

Per maggiori informazioni, potete contattare la redazione di “Orobie” al 035/358899 o scrivere a abbonati@orobie.it; per saperne di più sulla guida, invece, cliccate qui.

Dunque, buona lettura della guida e buone escursioni lungo la Dol dei Tre Signori!

Uno degli ultimi “libri” che ho letto

Vi voglio dire di uno degli ultimi libri che ho letto – nelle immagini ve ne mostro qualche “pagina” con alcuni dei passaggi più interessanti. Racconta una storia – ambientata tra montagne per lo più docili e amene colline – che si dipana lungo almeno tre secoli ma ha origine ancora più indietro nel tempo, nel Trecento o forse anche prima, e narra di un’antica armonia con la montagna, con boschi centenari che una volta risuonavano di voci, di canti, di passi mentre oggi conservano un silenzio che solo all’apparenza sembra vuoto e sterile, quando in verità ne diventa in qualche modo la nuova dimensione necessaria. E poi fa cenno a uomini che la montagna l’hanno sfidata e vinta ma attraverso un confronto del tutto leale, e descrive pure la ricerca di una forma apparente di felicità, delicata, per nulla esasperata, che si forma lungo un cammino che pagina dopo pagina scopre il paesaggio, ne descrive la bellezza e cerca di comprenderne il valore, riprendendo antiche scritture e riproponendole in un contesto contemporaneo. È un libro dallo stile lineare, in fondo facile da leggere così da rendere più semplice anche la comprensione della storia narrata – basta un poco di attenzione nella lettura, in fondo – che non ha grandi colpi di scena e in fondo proprio per questo appare più equilibrata e dunque accessibile, ma che comunque non manca di brani intensi ed emozionanti sui quali facilmente ci si ferma a rileggerli per gustare la narrazione parola per parola e comprenderla al meglio, percependone la particolare bellezza e la preziosa importanza. Il finale, poi, rende bene il senso di una storia compiuta, certamente, ma pure aperta a chissà quanti possibili sviluppi ulteriori nonché a numerosi spin off che possono ancor più arricchire di dettagli narrativi la trama e che non mancherò di leggere quanto prima.

P.S.: per capire meglio perché dico del paesaggio come fosse un libro, date un occhio qui – ma nel blog troverete numerosi contributi altrettanto chiarificatori al riguardo.