[Foto di VĂN HỒNG PHÚC BÙI da Pixabay.]Ve lo assicuro, ma proprio con la massima sincerità: io vorrei scrivere – compatibilmente con il tempo che ho a disposizione – di cose belle che accadono in montagna e per le montagne, dato che ce ne sono parecchie e sovente assai proficue. Ma, a fronte del continuo, incessante apparire di cose assolutamente brutte un po’ ovunque, nei nostri territori montani, e delle inevitabili, amare tanto quante sdegnate considerazioni che sorgono nello scoprirle e riguardo la sconcertante insensibilità, quando non sia mera scelleratezza, che quelle cose rivelano ovvero che palesa chi ne è committente e sostenitore, come è possibile restarsene zitti e non manifestare la propria indignazione, cercando di sensibilizzare più persone possibili intorno a quanto accade e ciò che di negativo per le montagne interessate ne consegue?
L’ho fatto, lo farò, lo devo fare – scrivere e dissertare sulle cose belle nei territori montani – è fondamentale farlo. Ma credo sia altrettanto necessario denunciare il più possibile chi e ciò che i territori montani li sfrutta, degrada, devasta, rendendoli meri beni da consumare a piacimento e svendere per ricavarci tornaconti di varia natura. Come non farlo, d’altro canto, a fronte di certi progetti così tremendamente biechi dei quali si ha notizia?
È un bel dilemma, senza dubbio, e parecchio spinoso.
Grazie di cuore a Unica TV e in particolar modo a Fabio Landrini che hanno dedicato al mio libro Il miracolo delle dighe un prezioso spazio nei telegiornali di Sondrio e Lecco. Quanto mai “consono”, d’altronde, visto che il mio interesse verso i laghi artificiali e le opere di sbarramento è nato e si è consolidato proprio tra Valtellina e Valchiavenna, dove si trovano alcune delle dighe più significative delle Alpi italiane, sulle quali poi ho scritto nel libro, e dove nel settembre 1883 l’ingegner Lorenzo Vanossi progettò il primo generatore elettrico italiano azionato dalla forza idraulica, in uso al Cotonificio Amman di Chiavenna, iniziando così la storia dello sfruttamento idroelettrico delle acque di montagna e l’epopea della costruzioni delle grandi dighe alpine.
Ne approfitto per preannunciarvi che il prossimo 9 novembre sarò proprio in Valtellina, a Sondrio, per presentare Il miracolo delle dighe e parlare di territori montani e loro risorse, idriche e non solo. Potete vedere la locandina dell’evento nella colonna qui a sinistra e a breve vi darò maggiori dettagli al riguardo.
Buona visione e, per saperne di più su Il miracolo delle dighe, cliccate qui.
Quando scrivo di opere che vedo realizzate sulle montagne le quali mi sembrano del tutto prive di qualsiasi buon senso, per non dire altro, so di manifestare una particolare durezza nei confronti degli amministratori pubblici di quei territori che forse qualcuno troverà eccessiva – anche se il rispetto verso le persone non viene mai meno, sia chiaro.
D’altro canto, quando si leggono affermazioni come quelle del sindaco del Comune di Valfurva il quale, dopo la devastazione perpetrata alle rive del Lago Bianco al Passo di Gavia per piazzarci i tubi che dovrebbero alimentare i cannoni sparaneve delle piste del “suo” comprensorio sciistico, in pieno Parco Nazionale dello Stelvio e in zona di massima tutela ambientale, cosa si può pensare?
«Credo sia stato fatto qualche errore. Adesso bisognerà fare della valutazioni. Dovremo capire se sospendere il progetto, se è possibile modificarlo, o se andrà abbandonato» dichiara il Sindaco. Cioè, dopo aver distrutto la zona – ribadisco, una delle più preziose e delicate dell’intero Parco Nazionale dello Stelvio – il sindaco crede che sia stato fatto qualche errore? E che bisognerà fare delle valutazioni? Dopo settimane intere di scavi, perforazioni, distruzioni, inquinamento del suolo, degrado ambientale e paesaggistico, «bisogna fare delle valutazioni»? Cos’è, un’ammissione di incompetenza, la manifestazione di uno stato di alienazione, una presa in giro?
E lasciamo stare – per ora – le altre cose proferite dal sindaco nell’articolo sopra linkato. Come si può leggere sulla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco” «La visione arcaica dell’amministrazione di Valfurva ci fa capire molte cose: lo sci artificiale a tutti i costi come unica fonte di sostentamento della valli è ormai evidente che non sia più sostenibile né credibile. Devastare aree naturali arreca ulteriore danno al turismo di quelle valli.» Ben detto, le cose al riguardo vanno proprio così.
Forse sì, sbaglio a essere duro come sono con certi amministratori pubblici. Perché dovrei esserlo ben di più di fronte a queste circostanze, ecco.
Tuttavia, al netto di quanto sopra rimarcato, voglio vedere il bicchiere magari mezzo pieno no ma un quarto sì e sperare che la goffa arrampicata sugli specchi (mi sia consentita la locuzione figurata) del sindaco sia il preludio di una piena ammissione del danno compiuto e di una conseguente opera di sistemazione del luogo devastato, per quanto possibile. In tal caso non potrei che lodare una decisione del genere, se il comune di Valfurva e gli altri soggetti coinvolti negli scriteriati lavori del Gavia avessero il coraggio, il buon senso e l’onestà intellettuale e politica di decretarla.
Speranze nulle nutro invece verso il “Parco Nazionale dello Stelvio – Lombardia” (virgolette inevitabili), il cui atteggiamento insuperabilmente vergognoso è ormai pienamente identificante la natura e la qualità dell’ente. In questo caso, se c’è una durezza è quella della pietra tombale sotto la quale è stata ormai sepolta ogni possibile buona reputazione del Parco. Punto.
«Siamo fermamente convinti che tutto sia legale, non abbiamo niente da nascondere» proferiva fino a martedì ai quattro venti Franz Julen, presidente del comitato organizzatore delle gare.
Invece no, caro Herr Julen, avevate da nascondere cose illegali. Ma non nascondevate affatto la supponenza e la tracotanza che sovente caratterizza chi si permette di utilizzare il territorio montano e il suo paesaggio solamente per farci affari, incassare tornaconti, ricavarci vantaggi del tutto antitetici alla realtà e al valore autentico delle montagne che così spudoratamente si pretende di sfruttare.
Poi finirà che le gare le faranno comunque (salvo che non vi siano le condizioni ambientali, come accaduto lo scorso anno) perché, come scrivevo qualche giorno fa, al momento certi interessi politico-finanziari riescono ancora a sottomettere i territori nei quali agiscono infischiandosene del loro valore culturale – definizione nella quale voglio comprendere gli aspetti ambientali, economici, ecologici, paesaggistici, sociali, antropologici e anche turistici in senso virtuoso. Ma la decisione della Commissione vallesana rappresenta un primo, importante e significativo passo verso un’autentica e proficua salvaguardia dei territori montani – proprio come richiede il sentimento comune sempre più forte, diffuso non solo tra chi frequenta i monti – e di contenimento della tracotanza di chi invece pensa di poterne fare ciò che vuole e in ciò di essere “intoccabile”.
Un primo passo di tanti altri, spero, che insieme altre buone pratiche e nonostante il divenire della realtà con i suoi numerosi problemi, non solo legati alla crisi climatica, potranno veramente costruire un buon futuro per le montagne e per le comunità che le abitano.
P.S.: in tutto ciò, io credo che lo sport dello sci alpino sia una vittima, o per meglio dire un ostaggio delle logiche pericolose e illegali dei soggetti che lo utilizzano per i propri tornaconti. Di contro, sarebbe finalmente ora che dagli atleti della Coppa del Mondo di sci venissero manifestazioni di consapevolezza e prese di posizione su tali questioni ben più determinate di quelle finora esposte, che sappiano vincere le “censure” delle federazioni alle quali gli atleti fanno riferimento. Anche perché è proprio la realtà delle cose e dei fatti a non poter più essere censurata, ormai.
Il sito web della rivista “Orobie” dà la notizia dell’imminente inaugurazione del “Becco” di Dossena, in valle Brembana (provincia di Bergamo), ennesima attrazione turistica a forma di passerella panoramica a sbalzo sul vuoto di una falesia della zona, che vorrebbe “valorizzare” il territorio e il suo paesaggio.
Be’, cliccate sull’immagine qui sopra e date un occhio ai commenti degli utenti al post di “Orobie”: è un coro di disapprovazioni e biasimi compatto e inequivocabile. Inesorabilmente, mi viene da dire, anche perché già registrato in molti altri casi simili.
Peccato, perché Dossena ha da anni avviato un progetto di rilancio turistico del proprio territorio che presenta numerosi aspetti sicuramente virtuosi; nonostante ciò, anche lassù si è caduti nella proposizione di opere da luna park montano (c’è anche un mega-ponte tibetano, l’ennesimo anche in questo caso), la cui presenza deturpa e banalizza il territorio risultando sostanzialmente inutile alla conoscenza del luogo, alla comprensione autentica del suo paesaggio e al godimento fruttuoso delle sue peculiarità – e ne possiede tante di notevoli, Dossena. Esattamente ciò che gli utenti su Facebook stanno rimarcando, in questo medo dimostrando pure come il sentimento comune rispetto a queste infrastrutturazioni turistiche sia sempre più critico e lontano, nonostante certi amministratori locali le considerino ancora come “novità allettanti” e vi ci spendano intorno un sacco di soldi pubblici.
[Un’altra vista del “Becco” di Dossena, tratta da primabergamo.it.]Il rischio è evidente: opere come quelle di cui sto scrivendo che, ormai è scientificamente assodato, finiscono per attrarre un flusso turistico che non apporta benefici al territorio – in senso culturale, cosa che sarebbe fondamentale per una reale valorizzazione del luogo, ma nemmeno economico e sociale, ancorché da quello ambientale – cagionano una inesorabile perdita di qualità all’intero rilancio turistico della zona e agli effetti concreti da esso ottenibili, quelli di medio-lungo termine ovvero i più importanti per il luogo e la sua comunità, di contro banalizzandone – ribadisco – l’identità culturale e generando percezioni da non luogo montano: d’altro canto quante passerelle panoramiche e quanti ponti tibetani, manufatti sostanzialmente uguali l’uno all’altro (parimenti a tutte le altre tipologie del genere) ormai esistono un po’ ovunque? E come si può pensare, dunque, che opere del genere “valorizzino” i luoghi se in concreto offrono fruizioni turistiche similari a numerose altre?
Per carità, posso capire che a Dossena vogliano dare un colpo al cerchio e uno alla botte, offrendo ai visitatori esperienze “alte” e esperienze “basse”, tra qualità delle proposte e quantità dei numeri nella speranza di ricavare dai secondi i benefici delle prime: ma è un processo difficile e, ribadisco, il rischio concreto è che si annacqui tutto quanto e le tante valenze realmente interessanti e potenzialmente fruttuose del luogo vengano messe in ombra dalle attrazioni più banali e “selfiezzabili” o “instagrammabili”, senza che da queste le prime possano ricavarne qualche vantaggio e senza che ne scaturisca una vera conoscenza del territorio, dunque un conseguente apprezzamento consapevole, quindi una fidelizzazione dei visitatori che potrebbe assicurare al luogo benefici diffusi e di lunga durata.
Questo il mio pensiero al riguardo, che non vuole essere una mera critica tout court ma uno stimolo alla consapevolezza piena delle iniziative messe in atto e del loro portato concreto: potevano essere molto meglio spesi, i soldi dei bandi a disposizione, mirando a flussi turistici meno ingenti ma più consoni e relazionati al luogo e alle sue peculiarità, con vantaggi ben più prolungati nel tempo.
Chissà, magari si ravvedranno presto, lassù in Val Brembana, e capiranno che un territorio così pregiato e ricco di caratteristiche speciali non abbisogna di specchietti per allodole turistiche tanto impattanti quanto invisi a sempre più persone. Chissà, già.