Piani Resinelli, le conseguenze inevitabili

Piani Resinelli, celeberrima località montana sopra Lecco e ai piedi della Grignetta. Un luogo meraviglioso con una storia importante e infinite potenzialità turistico-culturali, sul quale per questo scrivo spesso.

Anno 2021: io che non sono nessuno, sia chiaro, riguardo l’orribile e inutile passerella panoramica che a luglio di quell’anno venne inaugurata ai Resinelli così scrivevo:

Quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.

Inevitabilmente degrada, già.

Anno 2023, solo due anni dopo:

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla e leggerla meglio, anche perché l’articolo contiene osservazioni estremamente significative.]
Andiamo avanti così? È questa la montagna che vogliamo, è questo lo “sviluppo turistico” che gli vogliamo imporre? Passerelle, megapanchine, ponti tibetani, luna park alpini… massificazione turistica, maleducazione verso il luogo, immondizia, degrado.

Ripeto: andiamo avanti così?

Pedalare in montagna e in città, una questione di vita o di morte

[Una bike lane in mezzo al traffico a Milano: quanto di più pericoloso vi sia per i ciclisti. Immagine tratta da bikeitalia.it.]
Ancora in tema di ciclovie montane e non solo (è un tema caldo, senza dubbio, e non solo per le temperature estive) sulle quali qualche giorno fa si è espresso con ottime considerazioni Michele Comi (ne ho scritto qui). Mentre «Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura.» (Comi, appunto), nelle città e nelle zone più urbanizzate ci si guarda bene dall’incrementare in maniera autentica la rete cicloviaria, con il risultato che di incidenti che coinvolgono ciclisti ce ne sono a iosa, non di rado tragici. Una situazione stridente nelle sue opposte realtà e profondamente sconcertante, come misi in evidenza già qui. Prima la politica – e nello specifico il Ministero per le Infrastrutture – ha pensato di azzerare del tutto, nella Legge di Bilancio 2023, le risorse atte alla realizzazione di percorsi cicloviari nelle zone urbane, poi, tra le proteste di molti, ha ripristinato un miserrimo contributo: una vera e propria presa in giro, sotto tutti i punti di vista. Peraltro, tale politica menefreghista, spalleggiata da certa classe dirigente che si permette sparate del tipo “Pnrr: riforme, non piste ciclabili» che sono tanto insulse quanto infondate, perché vorrebbero far credere che, ai fondi del Pnrr, per fare nuove piste ciclabili si sottrarrebbero un sacco di soldi quando è evidente che ne basterebbe una percentuale risibile per aumentare in maniera ingente la rete cicloviaria nazionale.

Solo qualche giorno fa il Politecnico di Milano ha redatto il primo Atlante dei morti e feriti gravi in bicicletta, con lo scopo di «costituire un osservatorio dell’incidentalità ciclistica in grado non solo di svolgere attività di monitoraggio sugli incidenti avvenuti, ma anche di costruire conoscenza prefigurativa, così da poter fornire un contributo proattivo mirato a individuare preventivamente i luoghi di maggior pericolosità potenziale per chi intende muoversi in bicicletta». Lavoro assolutamente importante e di sicura efficacia per quanto prospettato, ma… un “ma” viene inesorabile, nella situazione in cui versa la questione: ma serve veramente uno studio così titolato per conoscere sapere quali siano le strade più pericolose per i ciclisti, quando basta guardare intorno per sapere che lo sono tutte salvo rarissime eccezioni? Non è che uno studio del genere lascia ancora ferma la questione alle parole (importanti, ribadisco di nuovo) quando da tempo si dovrebbero sollecitare con vigore i fatti indispensabili affinché i ciclisti non debbano più rischiare la vita ogni volta che percorrono una strada o una via cittadina italiana, come dovrebbe accadere in ogni paese realmente civile e veramente attento alla salvaguardia dei propri cittadini, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale tutti parlano e spesso blaterano di “mobilità sostenibile”?

Infine, una provocazione (?): di recente a Milano – città che ha il drammatico record nazionale di ciclisti morti in incidenti stradali – si è discusso di istituire un’ampia “Zona 30” anche, se non soprattutto, per incrementare la sicurezza di pedoni e ciclisti. Ma una città realmente protesa al futuro come così spesso Milano si vanta di essere, le autovetture non dovrebbe eliminarle totalmente dalle proprie vie, con solo rarisssssssime eccezioni, portando di contro a un livello di eccellenza assoluta la rete urbana dei trasporti pubblici? Una “città”, per poter essere considerata tale nella contemporaneità, non dovrebbe essere completamente a disposizione di chi va a piedi o in bicicletta? Vi pare logico che le nostre città, (definizione: «Centro abitato fornito di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale» e ribadisco: condizioni favorevoli alla vita sociale) siano in mano ai mezzi motorizzati, al loro caos, all’inquinamento che provocano e ai pericoli che la loro circolazione sovrabbondante generano?

Secondo me, tutte queste sono domande retoriche. Ma forse sono solo un visionario talmente ingenuo da non voler capire chi comanda, nelle nostre città, e come e perché.

Francesco Garolfi (e i suoi nuovi singoli)

Mi considero parecchio onorato e fortunato, oltre che assolutamente grato, di avere l’occasione di condividere il “palco” – o quanto di simile – per qualche presentazione o reading letterario con un musicista di eccelsa qualità come Francesco Garolfi. Come è accaduto venerdì scorso a Martinengo, dove tra una mia lettura e l’altra i presenti hanno goduto dell’ennesima dimostrazione del suo talento artistico e della capacità di tessere armonie chitarristiche affascinanti, capaci di ammantare qualsiasi momento e circostanza di una veste musicale inevitabilmente emozionante.

Peraltro da qualche settimana sono stati pubblicati i primi due singoli che con altri di prossima uscita andranno a comporre il prossimo album di Francesco Garolfi.

Sono solo è un brano di grandissimo fascino, dalla melodia peculiare, dinamica, avvolgente, sostenuta da un basso deciso e ossigenata dal raffinato tocco chitarristico dell’autore, con armonie che rimandano nemmeno troppo velatamente ad atmosfere folk rock alternate a momenti più delicati (il ritornello, ad esempio) che profumano di ampi spazi, foschie leggere, pianure tranquille. Il tutto impreziosito da un testo potente e perfettamente intonato alle accentature armoniche del brano, che Garolfi canta e interpreta perfettamente, lasciando intendere di avere una voce con ampi margini di manovra. Insomma, applausi a scena aperta!

Abbi pietà gira su una partitura più classicamente blues, lineare, che echeggia le armonie del gospel e fa pensare senza molte incertezze agli USA del sud, al Mississipi, al paesaggio e al mood di quelle terre profondamente black dell’America e dalla quale nasce lo spiritual, autentica musica dell’anima variamente antesignana del blues del jazz e del gospel. Anche questo brano ha un testo forte, ricco di significati, di narrazioni importanti, elaborato in una forma quasi cantilenante il cui cantato lascia spazio in due frangenti ad altrettanti assoli in slide, molto belli, i quali aggiungono colore e calore al brano e vi regalano un appeal quasi (passatemi la blasfemia) pop.

Sul suo canale Youtube potete trovare molte altre testimonianze della mirabile arte musicale di Francesco Garolfi. E se potreste pensare, dopo aver letto questo mio post e ciò che vi ho scritto in principio, che io sia di parte, ascoltatelo fare musica. Poi mi direte.

La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.

Alberto Saibene, “Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più”

Col passare del tempo, il mio rapporto di amore/odio con Milano si sta elaborando in modi sempre più antitetici ma, obiettivamente, con la parte negativa che sta gioco forza diventando preponderante rispetto all’altra. Chiunque viva in Lombardia – ma la cosa può valere un po’ per tutto il Nord Italia, se non per l’intero paese – è ben consapevole di come Milano sia il fulcro di questa parte di mondo, e che lo sia nel bene e nel male: la città ha “salvato la vita” a tanti – nel senso più variegato dell’espressione -, ha costruito i loro destini, li ha resi gradevoli e confortevoli, a volte li ha fatti ricchi, ma la vita l’ha pure rovinata ad altrettanti che da Milano sono dovuti fuggire, per vari motivi. D’altro canto le città sono entità che vivono una vita propria a volte non così correlata a quella di chi ci vive, e il cui destino può anche prendere strade differenti da quello che vorrebbero per se stessi i suoi abitanti, magari non tutti ma tanti sì. In tal senso anche Milano, uscita semidistrutta dal secondo conflitto mondiale, è divenuta in pochi anni la capitale economica e culturale dell’Italia, il motore del boom economico, la “Milano da bere” in costante euforia consumistica degli anni Ottanta, per poi inevitabilmente deprimersi nei Novanta, perdere molta della sua identità negli anni a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, smarrirsi vivendo una crisi di identità piuttosto forte. Quindi, ritrovando nuovo slancio con l’Expo e ora con le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma al contempo generando in se stessa fenomenologie politiche, sociali e culturali che sembrano quelle degli anni Ottanta coniugate con le caratteristiche liquide e “post-un po’ tutto” del ventunesimo secolo: gentrificazione esasperata ovvero cementificazione incontrollata, greenwashing spinto, cosmopolitismo mal gestito, l’esasperazione estrema della forma e dell’immagine – adeguatamente brandizzate – a scapito della sostanza, l’happy hour come monocultura urbana imperante… di contro, Milano s’è fornita di nuovi luoghi preziosi, musei prestigiosi, spazi urbani innovativi, servizi di alto livello, ma con tutto quanto che pare messo più al servizio del successo e dell’immagine della città, non dei suoi cittadini. I quali infatti la stanno abbandonando, essendo ormai il centro pressoché in mano a multinazionali, grandi brand commerciali e holding immobiliari legati a fondi d’investimento esteri, per andare ad abitare sempre più in periferia se non nelle città dell’hinterland, vicine al centro della metropoli ma già al di fuori della sua centrifuga urbana e dunque più vivibili (seppur a rischio costante di fagocitazione metropolitana, posta la citata cementificazione tentacolare su ogni residuo spazio libero al di fuori del centro).

Una città totalmente diversa da quella di solo pochi anni fa, insomma, di un passato che per alcuni lustri è stato veramente eccezionale, assimilabile forse solo a quello di Londra per manifestazione di talento, genialità e produzione di variegate arti e cose sublimi, oltre che profondamente identificanti l’anima della città stessa – di quella città che non c’è più. Proprio come evidenzia il sottotitolo del libro di Alberto Saibene, Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più (Edizioni Casagrande, 2021), nel quale l’autore ripercorre quel periodo veramente aureo per il capoluogo lombardo che va dal primo dopoguerra agli anni Ottanta, quando un numero spropositato di talenti, appunto, girava per le sue vie e ne animava la vita con “invenzioni” in tutti i campi che hanno fatto epoca []

(Potete leggere la recensione completa di Milano fine Novecento cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)