Di questi tempi dalle mie parti abbiamo a che fare con un tempo meteorologico “bipolare”, che prima ti sorride e ti culla con condizioni serene e piacevoli e solo dopo pochi minuti s’incattivisce scatenandoti contro venti tempestosi e nubifragi violenti, che inesorabilmente provocano danni diffusi in quantità. Poi le nubi si diradano e il sole che spunta ti sfianca e arrostisce, ma basta una mezza giornata perché tutto cambi e sembri autunno inoltrato. Si va da un estremo all’altro, anche geograficamente: nel nord Italia pioggia come non se ne vedeva da lustri e al sud – una distanza in fondo breve, sulla scala globale – una siccità drammatica e inquietante.
Abbiamo pure constatato la neve che d’inverno non è caduta ma è arrivata quando era primavera e ora, fondendo rapidamente nei giorni più caldi, ingrossa i fiumi già gonfi per le piogge a loro volta mai così intense nelle quantità d’acqua scaricate al suolo aggravando le conseguenze delle possibili – ma più spesso inevitabili – esondazioni, nel mentre che di contro già si annunciano giorni prossimi roventi come non mai a fronte dei mesi precedenti da primato assoluto in quanto a temperature medie registrate, le più alte dall’era preindustriale.
Insomma: l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici dovuta al cambiamento climatico è palese, non solo nelle loro manifestazioni quanto più nella frequenza. Il che, inesorabilmente come il loro accadimento, cagiona conseguenze ben materiali e concrete ai nostri territori e al modo con il quale li abitiamo e ci adattiamo alle loro geografie. Il problema che abbiamo tutti quanti non è solo quello, ineludibile, di tentare di frenare il cambiamento climatico nel lungo termine ma – con ancora più impellenza, per molti versi – di sviluppare un’adeguata resilienza nel breve se non nel brevissimo termine, a beneficio delle nostre comunità e per i territori che abbiamo antropizzato in modalità non più adeguate alle condizioni in divenire e ai loro effetti più complessi.
Ce la faremo, secondo voi, a elaborare queste contromisure, oppure sia nel breve termine che nel lungo finiremo per subire le peggiori conseguenze di questa realtà in costante e all’apparenza inarrestabile evoluzione?
(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)
Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.
Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.
[Una escursionista primitiva che osserva il paesaggio indegnamente seduta per terra. Vergogna!]Certo che dovevamo essere ben scemi noi che siamo andati per decenni sulle montagne o in altri posti notevoli e, giunti in qualche punto panoramico, non abbiamo mai capito che per goderne sul serio la bellezza c’era bisogno di una panchina gigante, di una passerella a sbalzo, un ponte tibetano o altre cose simili! E per questo quante buone occasioni per scattarci un selfie da postare sui social ci siamo persi, poi!?
Assurdo, vero?
Gli escursionisti di oggi invece sì che si sono fatti intelligenti e hanno capito che senza di quelle cose i posti e i panorami belli mica si possono vedere veramente! Così, coi loro smartphone di ultimissima generazione, arrivano lassù, salgono sulla panchinona (occhio a non cadere!) o sulla passerella a sbalzo (wow, che brividi!) scattano un paio di selfies, li postano all’istante sui social e via, al prossimo panorama!
[Oggi il paesaggio è superfigo osservarlo da una panchina gigante così! Wow!]Ah, ma com’è che si chiamava il posto? Vabbé, chi se ne importa: il selfie è on line e sta facendo un botto di like, questo conta!
Già.
Scemi noi a non aver mai capito come funzionavano le cose, ad arrivare lassù e a osservare il paesaggio seduti per terra, su un tronco o, quando ci andava bene, su una ordinaria panchina di legno, e magari restando lì per delle mezz’ore a cercare di riconoscere le montagne, le valli, i paesi, e ogni altra cosa che vedevamo oppure, semplicemente, a perdere lo sguardo (scemi e pure svampiti, noi) nella bellezza che avevamo di fronte. Che primitivi!
Nelle immagini, riprese di recente dallo scrivente, potete vedere i danni causati ai sentieri in zone boschive dal transito di motociclette, in particolar modo quelle da trial. Sentieri, inutile affermarlo, al cui inizio c’è in bella mostra il divieto di transito alle motociclette. Cliccate sulle varie immagini per ingrandirle.
Le gomme tassellate estirpano la superficie erbosa, scavano il terreno e spargono ovunque il terriccio, spostano i massi che formano il fondo calpestabile e divelgono le pietre che bordano i gradoni che agevolano il cammino. Tutto ciò ancor più se ha piovuto di recente e il terreno risulta ancora ammorbidito; appena torna la pioggia, l’acqua scorre nei canali e nelle piccole trincee scavate dalle gomme delle moto, le amplia e le approfondisce sempre più dissestando di conseguenza in modo crescente il sentiero per l’intera ampiezza, così rendendo sempre più difficile il cammino per gli escursionisti. Figuratevi in presenza di un nubifragio, come quelli che il clima attuale rende frequenti e viepiù violenti: con pochi passaggi delle motociclette l’agevole sentiero di un tempo si trasforma nel letto di un ruscello caratterizzato da un dissesto crescente e inarrestabile.
Una situazione del genere è ancora più ignobile se constatata – come è il caso documentato dalle mie immagini – lungo una mulattiera storica che presente ancora molte parti selciate nella tecnica tipica della zona, sicuramente vecchie di qualche secolo, come si vede in una delle immagini lì sopra*: una via rurale di grande valore culturale che andrebbe protetta, salvaguardata e manutenuta, non lasciata in balìa della demenza motorizzata dei trialisti e di quelli della stessa risma, che ovviamente se ne fottono della bellezza e della valenza storico-culturale dei tracciati che distruggono.
Purtroppo queste sono situazioni ancora drammaticamente diffuse sulle nostre montagne, anche perché godono di sostanziale impunità; se poi si considera che in Lombardia come in altre regioni alcuni politici ignobili agevolano tale impunità con provvedimenti a ciò funzionali, sostenuti dai vertici regionali, capite bene a quale devastante pericolo siano sottoposti i sentieri e chi li voglia percorrere. I Carabinieri Forestali e le altre forze di polizia aventi competenze al riguardo possono fare ben poco senza cogliere i vandali motorizzati sul fatto. Che resta da fare, dunque? Giustizia privata? Non è mai cosa auspicabile, certamente: ma quei motociclisti, per i danni che si divertono a cagionare a un patrimonio di tutti e anche per i modi prepotenti che a volte manifestano, in qualche modo la devono pur pagare. Ineluttabilmente.
*: per chi se lo stia chiedendo, si tratta della mulattiera che da Olginate sale verso Consonno, sul versante orientale del Monte di Brianza (provincia di Lecco), territorio della quale si ha la certezza della frequentazione antropica fin dall’anno Mille. La zona è da anni in preda a tali sevizie motociclistiche, come denunciato diverse volte sui media locali dalle associazioni di tutela del territorio e che manutengono i sentieri locali, ad esempio qui.
[Anno 1985, sulla rivista “Airone” viene presentato il “Rampichino” della Cinelli: inizia l’era delle mountain bikes.]
Spesso, tra chi si occupa di cose di montagna e in particolar modo di valorizzazione e tutela dei territori montani rispetto a certe pratiche contemporanee, ci si chiede quale possa essere lo step successivo di una di esse parecchio in voga oggi, il cicloturismo o mountain biking, oggi ormai quasi del tutto elettrificato. Avviatosi come disciplina innovativa che potesse rendere più accessibile certi percorsi fuoristrada a ciclisti non così performanti, si è rapidamente trasformata in una frenetica moda turistica, con relativo business, per la cui pratica di massa vengono realizzate numerose ciclovie in quota sovente mal progettate, impattanti e intaccanti terreni incontaminati e di grande pregio naturalistico: vere e proprie nuove strade in altura, scavate e spianate a colpi di ruspe anche lungo versanti ostici e non di rado cementate per lunghi tratti al fine di agevolare al massimo il transito ai cicloturisti, nemmeno si trattasse di percorsi urbani che debbano essere i più lisci possibile. Il risultato è drammaticamente deprecabile, inutile dirlo.
Di contro, come ogni fenomeno che viene reso moda di massa e per questo sottoposto al relativo consumismo, anche l’e-biking montano potrebbe presto evidenziare una crisi, le cui avvisaglie forse già si possono intravedere. Parimenti, come avviene in queste circostanze, chi spinge tali fenomeni e ci costruisce sopra un certo business elabora lo step successivo, qualcosa che possa nuovamente entusiasmare il pubblico, generare una nuova moda e naturalmente – vero e unico fine di tutto quanto – rinvigorire gli affari. Purtroppo la cronaca degli ultimi decenni di turismo montano basato su queste pratiche racconta senza ombra di dubbio come tale sviluppo continuo e inesorabile proponga cose sempre più insostenibili e impattanti per le montagne, le quali si trasformano di conseguenza in meri spazi da sfruttare e far fruttare al servizio delle fenomenologie turistiche imposte di volta in volta, senza alcuna attenzione alla salvaguardia ambientale, sociale, culturale e paesaggistica dei territori coinvolti. Una (non)filosofia “no limits” applicata anche al turismo di massa che sembra una vera e propria corsa al massacro – dei territori montani innanzi tutto, e poi per conseguenza inevitabile di tutto il resto.
Dunque, quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’e-biking montano? Be’, al riguardo di recente mi sono capitati sotto gli occhi alcuni articoli (qui e qui ad esempio) nei quali si può leggere così:
È un’e-bike o una moto elettrica? Difficile rispondere a questa domanda dopo uno sguardo superficiale a Xafari, nuovo modello lanciato da Segway-Ninebot per accontentare chi ama avventurarsi nell’offroad con una bici a pedalata assistita. Sì, si tratta infatti di una e-bike che però presenta uno stile e anche prestazioni decisamente vicine a quella di una moto a batteria.
Xafari ha una struttura molto solida, basata su un telaio a passo ridotto che ospita una batteria da ben 913 Wh e un potente motore da 750 watt: le sospensioni anteriori e posteriori, unite ai grossi pneumatici da 3 pollici di larghezza rendono questa e-bike adatta a qualunque tipo di evoluzione, su qualunque tipo di superficie.
Bici per gli amanti dell’avventura e che anche pedalando in fuoristrada non vogliono avere limiti. […] Con caratteristiche regolabili, notevole stabilità e connettività avanzata, queste bici ridefiniscono ciò che è possibile per le avventure fuoristrada.
«Qualsiasi tipo di evoluzione», «Non voler avere limiti», «ridefinire ciò che è possibile in fuoristrada»… questo, dunque, vorrebbe dire andare per montagne con una simile e-bike, questo l’atteggiamento sollecitato verso i territori in quota in sella a tali mezzi. Magari persino creduti “sostenibili” in quanto elettrici!
Ma ve le immaginate, queste mostruose “e-bike” (il modello in questione è ovviamente quello dell’immagine lì sopra) ormai divenute vere e proprie motociclette, sui nostri sentieri? Potete immaginare i danni che vi potrebbero causare e i pericoli per gli escursionisti che se le ritrovassero sul proprio cammino? Ancor più se messe nelle mani di “turisti della domenica” desiderosi di adrenalina in una sorta di pista da luna park montano e assai poco (o per nulla) consapevoli del luogo in cui stanno e dei comportamenti che imporrebbe!
Ecco: non sarebbe finalmente il caso di regolamentare a tutto tondo questo fenomeno, sia per quanto riguarda i mezzi e sia per i tracciati che vengono realizzati in quota a loro favore e a danno assoluto delle montagne che li subiscono? E ugualmente non sarebbe l’ora di finirla con queste mode turistiche così prive di considerazione e di cultura nei confronti dei territori montani e di contro sviluppare una frequentazione equilibrata, sostenibile e ben più remunerativa per le montagne e per le comunità residenti? O vogliamo continuare con la loro devastazione, materiale e immateriale, per poi ritrovarcele distrutte e deserte perché qualche nuovo fenomeno avrà spostato i flussi turistici altrove?