Piazzatorre, alta Valle Brembana, 15 milioni di Euro per nuovi impianti sciistici a meno di 1800 metri di quota. È la cosa migliore da fare, lassù?

«Assessori, i montanari non hanno più pane da mangiare!»
«Se non hanno più pane, che mangino seggiovie

Cosa serve in effetti alle montagne e alle loro comunità per costruirsi nel presente attuale, con la realtà che lo contraddistingue, il miglior futuro possibile?

Servizi di base, ambulatori medici, trasporti pubblici efficienti, scuole, banche e uffici postali aperti, banda ultralarga, centri culturali, manutenzione della viabilità ordinaria, cura idrogeologica del territorio e delle risorse forestali, economie circolari, un turismo sostenibile e basato sulla coscienza del luogo, una progettualità di medio-lungo termine dotata d’una visione ben focalizzata sul luogo che tenga sempre al centro la comunità residente e la renda il perno anche decisionale del proprio sviluppo?

NO, SERVONO SEGGIOVIE!

Come a Piazzatorre, località in alta Valle Brembana (provincia di Bergamo), un tempo frequentata stazione sciistica con piste poste tra i 1100 e i 1800 m di quota (!) ma già da molti anni in grosse difficoltà per i soliti motivi – di contro per questo viepiù gettonata da sci alpinisti e ciaspolatori (quando ci sia la neve, quest’anno giunta in quantità considerabile solo qualche giorno fa) – nella quale la Giunta Regionale della Lombardia spenderà 14 milioni di Euro di soldi, naturalmente pubblici, più altri 1.5 milioni dal Comune (ugualmente pubblici, certo) in gran parte per «riattivare il comprensorio sciistico “Torcola Soliva” con la realizzazione della seggiovia CLF4 Monte Zuccone – Monte Torcola (sostituzione impianto esistente), l’acquisizione di terreni e fabbricati in località Piazzo per realizzazione di un campo scuola in Neveplast, la realizzazione seggiovia 2CLF “Piazzatorre centro – Monte Zuccone” in sostituzione dell’impianto esistente, la realizzazione di un nuovo impianto di innevamento».

Il tutto per «Un’importante e attesa opportunità di rilancio e sviluppo di questo comprensorio», «Promozione e sviluppo economico, ambientale e sociale per questi territori montani», «Contrastare lo spopolamento della montagna puntando su un grande investimento di rilancio. Un’occasione soprattutto indirizzata ai nostri giovani, che potranno così immaginare il loro futuro, a casa propria» eccetera eccetera – parole che immagino avrete già sentire proferire, in simili circostanze (cliccate sull’immagine lì sopra). Sono sempre quelle, in effetti.

Chissà se i giovani di Piazzatorre riusciranno a immaginare anche la neve che servirà per sostenere economicamente il comprensorio e non farne l’ennesimo spreco di denaro pubblico per alimentare un modello turistico tanto obsoleto quanto inesorabilmente destinato a fallire, come attestano tutti i report scientifico-climatici e le conseguenti analisi economiche!

Be’, alla peggio, quando di neve sulle Torcole (i monti sopra Piazzatorre dove si scia) non ne cadrà quasi più e farà pure troppo caldo per sparare quella artificiale, e se al contempo i servizi di base a sostegno dei residenti continueranno a venir limitati quando non eliminati e i residenti stessi se ne lamenteranno, effettivamente gli abitanti di Piazzatorre avranno a disposizione le seggiovie e la plastica del campo scuola. Non da mangiare, ovviamente, ma da vendere come rottami e rifiuti. Qualcosa ci potranno pur ricavare per “rilanciare” il loro territorio, no?

Chiedo scusa per il tono sarcastico ma lo ritengo inevitabile, per una questione di rispetto del buon senso che dovrebbe governare le azioni umane, soprattutto quando vi siano di mezzo i soldi di tutti. E a tal proposito al contempo mi chiedo: quante cose importanti e utili per il territorio e la comunità di Piazzatorre, a favore del presente e del futuro dei residenti, si potrebbero realizzare con 15 e più milioni di Euro? A meno che lassù abbiano giù tutto quello che serve. Be’, se è così beati loro, nemmeno a Montecarlo potrebbero affermarlo!

Il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”: 4,5 milioni di Euro ben spesi per rilanciare il territorio o mal sprecati per imporgli un modello turistico obsoleto e illogico?

P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere è stato pubblicato in origine su “Leccoonline” il mercoledì 7 febbraio scorso, e propone alcune mie considerazioni su questo precedente articolo pubblicato dalla stessa testata, la cui redazione ringrazio molto per l’attenzione e lo spazio concessomi. La speranza, come sempre e come mi auguro si colga dal senso del mio scritto, è di suscitare pensieri avveduti e dibattiti costruttivi per chiunque e, ancor più, per il bene delle montagne e di chi le vive sia da abitante che da turista.

Per leggere l’articolo originario su “Leccoonline” cliccate sull’immagine qui sotto.

In questi giorni i media locali hanno dato notizia di “Winter e Summer Alta Valsassina” il progetto di riqualificazione estiva e invernale delle località “turistiche” dell’alta valle nel quale sono coinvolti i Comuni di Margno, Casargo, Crandola Valsassina, Premana, Pagnona e Taceno.

Una lettura entusiasmante, senza dubbio, per chi voglia restarvi in superficie, nella suggestione delle espressioni che presentano il progetto. Che di primo acchito va bene, sia chiaro, non c’è mai troppo tempo per approfondire le cose. Però poi un poco più nel loro profondo bisogna andare, per capire meglio e farsi una propria opinione quanto più indipendente dalle chimere lessicali dei bravissimi professionisti – veri e propri prestigiatori delle parole – che scrivono la parte poi resa pubblica di quei progetti.

Dunque, provo ad approfondire quanto ho letto senza – e ribadisco senza voler ribattere ad alcunché ma per proporre un diverso punto di vista sul tema – e mi scuso fin d’ora per la prolissità, d’altro canto inevitabile.

Soldi da spendere: 4,5 milioni di Euro, per buona parte pubblici (Regione Lombardia e Comunità Montana) e in piccola parte privati (ITAV srl, società privata creata appositamente nel 2022 cui verrà in seguito affidata la gestione delle nuove opere): sarebbe interessante capire le modalità di tale partnership (project financing?) con un soggetto privato alla quale sarà affidata un’opera pubblica, finanziata con i soldi dei contribuenti.

Interventi: nuova seggiovia biposto tra l’Alpe Paglio e la Cima Laghetto, sulla linea occupata dallo skilift chiuso dai primi anni 2000 (chissà come mai). Quota: 1450-1730 metri, ben inferiore ai 2000 m indicati da tutti i report scientifici e climatici atti a garantire una copertura nevosa più o meno costante per il numero di giorni necessario a poter considerare economicamente sostenibile un comprensorio sciistico nei prossimi anni, nonostante qui si sia su un versante esposto a settentrione – elemento geografico ormai non più determinante, basti vedere le temperature di questi giorni anche sui versanti nord. Mi chiedo se in tali circostanze convenga spendere così tanti soldi (e me lo domando io che a Paglio ho imparato a sciare più di quarant’anni fa, dunque coltivando un legame particolare con il luogo).

“Obiettivo” 1, «ridare lustro alla storica “pista di Paglio”, un tracciato suggestivo e di grande valenza tecnica»: pista “storica”, ben detto, infatti oggi non più in linea con gli standard turistici e di sicurezza (anche rispetto al carico sciatori per mq di pista) dei tracciati di discesa offerti dagli altri comprensori (i Piani di Bobbio, senza andare troppo lontani).

“Obiettivo” 2, «la creazione di un unico comprensorio» con il Pian delle Betulle: quota 1500 m, esposizione ovest pieno, una delle più sfavorevoli per un comprensorio sciistico (le cronache meteoclimatiche recenti del luogo lo attestano), garanzia di brevissima permanenza della neve al suolo e in quantità sufficiente per mantenere aperte le piste e/o per innevarle artificialmente (mentre scrivo queste mie considerazioni al Betulle ci sono 12°. Dodici al 6 di febbraio, già).

“Obiettivo” 3, «verrà così potenziata in modo significativo la proposta sciistica dell’Alta Valsassina, che diverrà realmente (e nuovamente) attrattiva per gli amanti dello sci alpino.» Posti i due punti precedenti, sembra di leggere il brano di un libro fantasy – e lo dico con molta amarezza, ben più che con ironia.

Inoltre, l’offerta «sarà supportata anche da interventi di miglioramento dell’accessibilità alla località divisa tra i comuni di Casargo e di Margno. Nello specifico, verranno realizzati cento nuovi posti auto nelle aree limitrofe a quelle già utilizzate a tale scopo.» Mobilità sostenibile? Mai sentita nominare. Meno traffico e auto in montagna? Che sarà mai! Navette sostitutive che alleggeriscano la località dal traffico veicolare? Non pervenute. Meno asfalto e cemento? Macché, sono così belli tra prati e boschi e fanno così bene al paesaggio montano! D’altro canto «l’importante è fare interventi che siano sostenibili». Eh già!

Andiamo all’Alpe Giumello. «Un anello di ben 5 km gestito da Nordik Ski Valsassina – in relazione alla quale è prevista la realizzazione di un impianto di innevamento artificiale, grazie ai finanziamenti in arrivo dal Ministero del Turismo.» Soldi pubblici, di nuovo. E dove? Su un’esposizione a sud piena, ancora più sfavorevole per mantenere la neve al suolo. Cosa sparerà, il nuovo impianto di innevamento che tutti noi pagheremo? Direttamente acqua? Ciò con il massimo rispetto per la pratica dello sci nordico, una delle più belle in assoluto da fare sui monti d’inverno: ma dove un inverno ci sia ancora e la neve permanga! Che ciò possa accadere al Giumello – mi permetto di osservare – sembra alquanto arduo.

Proseguiamo con «la realizzazione dell’Osservatorio Astronomico in rete scientifica e culturale»: bella iniziativa, senza dubbio, non vedo l’ora di visitarlo. Ma pure un’azione assai “tipica” in progettualità del genere, nelle quali se ne inserisca almeno una simile per poter affermare di “investire” anche nella cultura. «Piutost che nient, mej piutost» dicono a Milano, e ci sta, ma è anche è un po’ come riaffermare – biecamente, come fece quel noto ex ministro – che siccome con la cultura non si mangia, se proprio la volete fateci mangiare altrove. Scrivo “mangiare” per restare in tema senza alcun significato tendenzioso, ovviamente!

Infine, «esiste un vastissimo patrimonio immobiliare di seconde case distribuito sui comuni di Margno e Casargo. Attualmente non è valorizzato a dovere, come invece avveniva negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Con il rilancio delle nostre località, vogliamo far rivivere questo patrimonio, favorendo al contempo la crescita degli affitti brevi e dei B&B». Motivazione già sentita altrove (è scritta su qualche manualetto?) che appare quanto mai scollata dalla realtà attuale delle cose, priva di fondamento concreto e di un’autentica visione strategica riguardo il recupero di questo patrimonio immobiliare sovente degradato e degradante: perché, è bene rimarcalo, pensare di valorizzarlo con affitti brevi B&B significa degradarlo ancora di più – numerose località turistiche che hanno intrapreso questa strada anni fa se ne stanno accorgendo e ora cercano di correre ai ripari in tutti i modi – e trasformare tutti quei “letti freddi”, tali ormai da lustri, in letti definitivamente ghiacciati.

Per inciso, quello degli immobili con finalità di seconde case costruiti nei decenni scorsi (grazie alla vorace e bieca ottusità di numerosi impresari con la compiacenza degli amministratori locali) in tante località montane un tempo turisticamente appetibili e oggi non più in grado di esserlo (non perché non ne siano capaci, ma perché non esistono più le condizioni grazie alle quali lo siano), è un grosso problema, in gran parte irrisolvibile. Pensare di far tornare abitati quegli immobili come cinquant’anni fa è una suggestiva utopia, e in ogni caso resterebbero “letti freddi”, alloggi abitati per pochi giorni all’anno che nulla di concreto apportano alla vitalità socioeconomica dei paesi. Servirebbero ben altre soluzioni, molto più articolate, magari in certi casi ben più drastiche, che posso capire siano considerate ostiche da gestire per le amministrazioni locali. Fatto sta che dal problema non se ne esce, al momento, e certamente non grazie agli affitti brevi e dei B&B, mero e ingannevole palliativo che, come detto, rischia di peggiorare ancor più la situazione anche alterando il mercato immobiliare locale a favore di chi invece vorrebbe abitare stabilmente, in zona.

Obiezione di qualcuno che starà leggendo: ah, voi siete capaci di dire sempre e solo «no»! Contro-obiezione: ho scritto da qualche parte che «quelle opere non s’han da fare»? Non mi pare. Sto solo proponendo delle deduzioni logiche direttamente ricavate dalla realtà dei fatti e dai rilievi sperimentali messi nero su bianco in una pletora di documentazioni scientifiche. Piacciano o meno, le si accettino o meno, liberissimi di farlo. E poi, “voi” chi? Io sono io e scrivo per me, punto.

Domanda, ora: si potrebbero spendere meglio i tot milioni di Euro stanziati, soprattutto quelli pubblici, magari a favore di opere ben più dirette al benessere di tutta la comunità residente nel territorio in questione? Forse sì, forse no. I punti di vista e le proposte al riguardo potrebbero essere diverse e nessuna migliore o peggiore dell’altra.

Domanda successiva: si potrebbe evitare di sprecare così tanti soldi pubblici, in forza delle ineludibili evidenze oggettive che caratterizzano il contesto in questione come quota, esposizione, geomorfologia, situazione climatica attuale e in divenire, “giorni ghiaccio” (dai quali dipendono i giorni di permanenza della neve al suolo), capacità concorrenziali rispetto ad altre località, visione strategica (o sua assenza) delle proposte presentate, innovazione turistica, portato socioeconomico e culturale rispetto alla comunità residente, impatto ambientale, ecologico, paesaggistico… per magari pensare una strategia di sviluppo alternativa più consona ai luoghi in questione e più equilibrata nel rapporto tra benefici per il turista e vantaggi per la comunità residente? Io credo di sì: occorre un’elaborazione attenta, articolata, strutturata e con visione a medio-lungo termine (che io non vedo nel progetto qui dibattuto, forse perché sono miope!) ma si può assolutamente fare e di casi virtuosi al riguardo ve ne sono molti, in giro per le Alpi. Basta volerci pensare, ne potrebbero scaturire iniziative veramente notevoli e capaci di attrarre molta attenzione e altrettanto prestigio sul territorio.

Domanda ulteriore: ma insieme al progetto delle opere previste, è stato presentato anche un piano di gestione economico-finanziaria di esse sul lungo periodo? È stato previsto un piano dei costi di esercizio delle opere e un business plan al riguardo? Come saranno coperte queste spese? La gestione sarà totalmente in carico alla Itav Srl, la società privata cui verranno affidate le nuove opere, e sostenuta con i suoi flussi di cassa? E se si generassero debiti tali da impedire alla società di intervenire? Chi li appianerebbe?

Domanda finale, già in parte accennata: ma negli interventi previsti da questo progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”, dov’è la comunità? E dov’è il fare comunità, elemento fondamentale per garantire veramente ai piccoli comuni dei territori montani un futuro, proprio, solido e non soggiogato agli andamenti di fattori sostanzialmente esterni al contesto locale come quelli legati al turismo? Il quale è un apporto importante, sia chiaro, ma non può essere il fattore predominante. Non più, da qui al futuro prossimo in territori come l’alta Valsassina.

Dulcis in fundo: la “Big Bench” dell’Alpe Chiaro. Be’, per quanto mi riguarda preferisco soprassedere – cioè sedere sopra una panchina normale: ben più comoda, molto meno pacchiana.

Ribadisco: nessuna obiezione formale, solo osservazioni messe nere su bianco per capire meglio. Personalmente non posseggo alcuna verità assoluta, ma una notevole sensibilità verso le cose dotate di buon senso, ovvero prive di esso, quella sì – e mi auguro la coltivino in molti, a prescindere da ciò su cui sto scrivendo e per il bene del civismo condiviso. Se c’è buon senso, logica, visione, sensibilità verso i luoghi e i loro abitanti, in montagna si può fare di tutto, anche cose “pesanti”; se non c’è nulla di questo, tutto ciò che sarà fatto rappresenterà un danno inesorabile, pure la più piccola e apparentemente innocua opera.

Magari il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina” rappresenterà una grande e benefica rivoluzione per residenti e turisti rivitalizzando la zona e la sua economia. Magari sarà l’ennesimo spreco di denaro pubblico a danno del territorio e a fronte di ben altri bisogni necessari agli abitanti dell’Alta Valsassina per vivere al meglio la propria quotidianità.

Questione di buon senso, appunto.

N.B.: tutte le immagini presenti in questo post sono tratte dagli articoli linkati di “Leccoonline”.

Il Vallone delle Cime Bianche? Si vede bene anche da Bruxelles!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc. ]
Sì, avete letto bene: anche dalla capitale belga, sede del Parlamento Europeo, il Vallone delle Cime Bianche da qualche giorno si “vede” benissimo e se ne conosce altrettanto bene la bellezza, il valore e il pericolo al quale viene sottoposto.

Infatti una delegazione valdostana del Comitato Insieme per Cime Bianche ha partecipato, nella giornata di mercoledì 31 gennaio, al convegno organizzato dall’eurodeputata Maria Angela Danzì nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per portare ai massimi livelli istituzionali del Vecchio continente la cruciale battaglia di conservazione del Vallone della Val d’Ayas dal devastante progetto funiviario che gli enti locali valdostani vorrebbero imporgli nonostante il suo status di territorio protetto da normative nazionali e comunitarie.

A introdurre l’incontro gli ideatori del Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio – In difesa delle Cime Bianche” Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti i quali, oltre a dipingere le peculiarità e l’eccezionalità del Vallone attraverso le loro fotografie, hanno portato all’attenzione dei presenti lo studio di fattibilità del collegamento intervallivo e le iniziative già intraprese per informare l’opinione pubblica. Inoltre Erika Guichardaz, consigliera regionale della Valle d’Aosta e l’avvocata Emanuela Beacco, legale del Comitato, hanno evidenziato come, nonostante la mancanza della percorribilità giuridica per la realizzazione del progetto del collegamento funiviario, il governo valdostano in carica continui a procedere come se nulla fosse, programmando di spendere ingenti risorse pubbliche (si parla di decine di milioni di Euro!) per devastare uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati di questa porzione delle Alpi Occidentali.

Al convegno hanno partecipato relatori, politici ed esperti della montagna provenienti da diversi Paesi dell’UE: si sono trovati tutti concordi nell’idea che zone come quelle della Val d’Ayas vadano tutelate incentivando un turismo dolce, estensivo e inclusivo che prediliga il contatto diretto con la natura, il rispetto della natura, la sostenibilità ambientale, sociale ed economica e rinunci a grandi infrastrutture costose ed impattanti.

L’evento è stato ripreso e seguito dalla stampa e dalla televisione regionale e, nelle prossime settimane, il Comitato Insieme per Cime Bianche organizzerà una serata dove verranno diffusi gli interventi del convegno.

In ogni caso, per saperne di più sulla vicenda del Vallone potete leggere e seguire la pagina Facebook del Progetto Fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio – In difesa delle Cime Bianche” e partecipare alla petizione lanciata al riguardo su change.org (firmate, vi prego! È un gesto piccolo ma fondamentale!), ricevendone così gli aggiornamenti.

 Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Il dibattito sul ponte tibetano della Valvarrone e la necessità di capire al meglio cosa si vuol fare e cosa se ne otterrà

[Veduta della Valvarrone verso occidente, con il paese di Premana.]
Mi fa molto piacere leggere su “Valsassina News” (vedi qui sotto) del dibattito pubblico avviatosi in seguito al mio articolo riguardante il paventato progetto di un nuovo ponte tibetano turistico in Valvarrone, pubblicato dalla testata lo scorso 23 gennaio e nello stesso giorno qui sul blog. Articoli come quello da me scritto devono servire proprio anche per tale fine: sollecitare la condivisione pubblica delle informazioni e la loro conseguente considerazione. È sempre dal confronto anche acceso delle idee e delle opinioni che si può elaborare la più compiuta comprensione dei fatti, ovviamente al netto degli eccessi che qualcuno non riesce a non manifestare o delle prese di parte meramente strumentali (ovvero strumentalizzate).


Il mio articolo sul progetto di Tremenico deriva dalla mia ormai lunga esperienza di studio e lavoro nei territori montani, in particolar modo di analisi sulle loro problematiche di sviluppo (e d’altro canto anch’io vivo in un paese di montagna che ne presenta numerose), e non voleva affatto essere una dichiarazione contraria a prescindere sul progetto ma un appello accorato all’osservazione condivisa della realtà contemporanea peculiare della Valvarrone attraverso uno sguardo ben più ampio e articolato, il quale abbia innanzi tutto al centro della sua visione la comunità che la abita, i suoi residenti, i loro bisogni, le necessità nonché il capitale territoriale e quella place experience, come la definisce la sociologia contemporanea con definizione anglosassone difficilmente traducibile in italiano ma che in ogni caso evidenzia il valore primario del luogo prima di qualsiasi altro, che si contrappone alla ormai obsoleta e sovente fallimentare customer experience, quella che mette al centro di tutto le volontà del turista-visitatore a scapito dei bisogni dei residenti. Come ho già detto, purtroppo al solito qualcuno preferisce buttare tali dibattiti in caciara ma tant’è, basta non curarsi di costoro e andare oltre.

A proposito di quanto ho appena denotato, “Valsassina News” ha pubblicato le considerazioni di un residente della Valvarrone – che ho molto gradito e apprezzato nella loro pacata articolazione – nelle quali si ricorda «la lotta dei valligiani ad ottenere risorse per poter continuare a vivere decentemente con i servizi del proprio paese, ottenendo a fatica ben poco». È giusto quanto ho rimarcato io nell’articolo citato, osservando la questione dall’altra parte, per così dire: la mancanza ormai cronica dei servizi di base a sostegno dei residenti della valle, e la conseguente necessità di rimediare a tale situazione per non aggravare ulteriormente la realtà socioeconomica locale.

[Immagine tratta da “Salire” nr.47.]
Bene, a fronte dei soldi che verranno eventualmente spesi per il ponte e per la valorizzazione turistica della Valvarrone – se mai questi interventi saranno realizzati e a prescindere che il denaro sia di provenienza pubblica, privata o mista – veramente è questo che potrà agevolare la vita quotidiana degli abitanti della valle? Veramente è ciò che sarà in grado di soddisfare i loro bisogni quotidiani? Magari sì, non posso dire il contrario per nessun partito preso e, d’altro canto, non possiedo alcuna verità su nulla, ma in forza della mia attività vorrei promuovere sempre la necessaria e quanto più ampia comprensione riguardo tali circostanze, soprattutto quando esse coinvolgano un territorio prezioso e delicato come quello della Valvarrone. Esiste un piano di sviluppo socioeconomico legato alla possibile realizzazione del ponte, oppure il tutto si lega alla sola fruizione turistica dell’area mineraria? E’ stata fatta un’analisi dell’impatto del flusso turistico che si potrebbe generare sul territorio e sulla quotidianità di chi lo vive e vi lavora, possibilmente senza subire ulteriori disagi da qualsivoglia iniziativa? Esistono alternative al progetto proposto che possano apportare maggiori vantaggi ai residenti e al contempo sviluppare una frequentazione turistica equilibrata con il territorio e le sue peculiarità? A mio parere ce ne sarebbe una che mi sembra assolutamente consona alla realtà della Valvarrone: l’istituzione di una cooperativa di comunità, il cui progetto potrebbe tranquillamente considerare anche lo sviluppo turistico del territorio ma da subito relazionandolo e contestualizzandolo a quello, integrato e strutturato nel medio-lungo periodo, di ogni altro soggetto e portatore di interesse locale, rigenerandone la vitalità socioeconomica territoriale attraverso modalità onnicomprensivamente sostenibili. Sarebbe anche un progetto di notevole immagine e appeal per la zona, il primo della provincia di Lecco, e contribuirebbe a moltiplicare i potenziali benefici previsti e generati dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne per l’area «Alto Lago di Como e Valli del Lario», nella quale è compresa anche la Valvarrone.  Non si potrebbe quantomeno considerare un’idea del genere per la Valvarrone, anche a prescindere da qualsiasi altra?

Ecco, queste sono alcune delle ulteriori e, a mio parere, inevitabili domande che mi pongo, nel leggere del progetto del ponte tibetano di Tremenico. Non certezze, convinzioni o verità, ma domande, ribadisco, che tuttavia credo debbano ricevere delle risposte logiche e motivate.

Dunque, come qualcuno ha giustamente invocato, serve un confronto ampio, aperto e ben articolato tra più soggetti possibili – cosa che d’altro canto dovrebbe essere la norma in questioni del genere ma, purtroppo, non lo è quasi mai – che mi auguro si possa realizzare presto. È vero, nessun progetto al riguardo esiste ancora o è stato presentato pubblicamente, tuttavia, mi viene di considerare, non di rado è successo il contrario e progetti che non hanno goduto di alcun dibattito pubblico sono stati realizzati, salvo poi constatarne a giochi fatti la discutibilità se non la nocività per i luoghi coinvolti. Credo sia una circostanza che per il bene delle nostre montagne sarebbe bene evitare il più possibile.